Identikit sociale della pandemia

Nelle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco abbiamo sentito vibrare toni inusuali. Non solo per la citazione keynesiana in riferimento alla “giustizia sociale” (da quanti decenni il nome di John Maynard Keynes era bandito da via Nazionale?). E per l’insistenza sull’“incertezza” col socratico “so di non sapere” (quando mai un Governatore centrale si era esposto al rischio di dover bere la cicuta?). Ma anche per i reiterati richiami al problema dell’ineguaglianza, e ai rischi cui l’impoverimento degli strati sociali più svantaggiati può esporre l’intero sistema economico. Segni evidenti che ai piani alti la paura deve fare novanta, se il linguaggio si fa così esplicito. E quanto avviene “in basso” trova occhi e orecchi finalmente attenti.

È prevedibile – ha fatto sapere Bankitalia a un pubblico reso enormemente rarefatto dalle regole del confinamento e del distanziamento – che la perdita di reddito dovuta al lockdown generalizzato e al rallentamento delle economie nazionale e globale colpirà in modo asimmetrico: in modo molto più duro in quel “quinto più basso della distribuzione” – cioè in quel 20% di famiglie con redditi inferiori – che vedranno falcidiate le proprie risorse di più del doppio rispetto al quinto “più elevato”. Come è documentato nella corposa Relazione (219 pagine) che precede le Considerazioni del Governatore, in un solo trimestre, il primo del 2020 – solo in parte coinvolto dal lockdown – l’indice di Gini relativo alla distribuzione del “reddito netto equivalente da lavoro” per famiglie con breadwinner inferiore a 64 anni, ha fatto un balzo di ben due punti, arrivando a quota 37%.

 

Un differenziale sconvolgente, tenendo conto che l’indice di Gini – costruito, appunto, per misurare il grado di diseguaglianza – è costituito da una scala che va da 0 (condizione di totale eguaglianza, in cui le risorse disponibili si distribuiscono in forma livellata tra tutti i partecipanti) a 1 (condizione di massima diseguaglianza, con tutte le risorse concentrate in uno solo) – o, se si preferisce esprimerlo in valori percentuali, tra 0 e 100. E che nei dieci anni precedenti (quelli appunto seguiti alla crisi del 2008-2010) l’aumento era stato appena di 1,5 punti percentuali. Giusto per fare un confronto, si consideri che tra gli anni ’70 e gli anni ’90 – cioè dopo l’ondata redistributrice innescata dall’autunno caldo e dalla stagione dei movimenti – quell’indice aveva costantemente “ballato” intorno ai 30 punti (nel ’91 era sceso anche a 29); e che la drammatica crisi dei cambi della prima metà degli anni ’90, che aveva segnato un vero e proprio “cambio di paradigma” nel modello sociale italiano, aveva impiegato quasi un triennio per muovere l’indice di Gini di 3-4 punti. Questo per dare la misura di quale bomba sociale abbia fatto detonare Covid-19, col suo seguito di misure di contenimento sanitario.

 

In effetti le “chiusure” decise dal Governo dall’inizio di marzo (a cominciare dal Dpcm del 10 marzo noto come #iorestoacasa, che estendeva a tutto il territorio nazionale le misure già decise l’8 marzo per le zone rosse della Lombardia e di altre 14 province più colpite dal virus), proprio perché applicate in modo “lineare” a comparti produttivi eterogenei e soprattutto a una forza-lavoro al suo interno molto differenziata, hanno colpito in modo molto articolato, rivelando brutalmente i rispettivi differenziali di forza e soprattutto di debolezza. È ancora una volta Bankitalia a documentarlo: nei “settori sospesi”, ci dicono da via Nazionale – la parte di lavoratori occupati di gran lunga più numerosa è quella costituita da appartenenti al “primo quintile” (cioè alla fascia di reddito equivalente più bassa) mentre via via si riduce all’aumentare del reddito. 

 

Analogamente per “la quota di occupati in mansioni meno facilmente svolgibili a distanza” – quelli cioè non riconvertibili allo smart working – in cui prevalgono, ancora una volta, gli appartenenti al quintile più povero che sfiorano il 90%: il che vuol dire che nove su dieci lavoratori a basso reddito non sono impiegabili nel lavoro a distanza. Dovranno essere messi in cassa integrazione (se titolari di un contratto compatibile con questo ammortizzatore sociale) oppure, se precari o titolari di contratti “atipici”, messi fuori produzione. O ancora – ed è il caso di una fascia piuttosto ampia – costretti a lavorare comunque, nonostante il rischio di contagio, se impiegati in settori considerati “essenziali”, come quello sanitario, o alimentare, della logistica, dell’informatica e dei servizi indispensabili (elettricità, nettezza urbana, trasporti, ecc). Due poli di un’alternativa tra i quali non è facile stabilire quale sia più desiderabile. Tra gli occupati del quinto quintile, invece – quelli a reddito equivalente più elevato, in qualche modo un’“aristocrazia del lavoro” – la percentuale di utilizzabilità “a distanza” sale invece all’incirca al 50%. Per loro il danno economico e/o sanitario, pur presente, è comunque notevolmente minore. In questo senso potremmo dire, usando il linguaggio desueto del secolo scorso, che gli effetti della pandemia hanno un “segno di classe”.

 

Altre fonti ci permettono di comporre nuove parti del puzzle delle “sofferenze” e di misurare le dimensioni dell’impoverimento da Covid-19 tentandone un primo, molto provvisorio bilancio, destinato purtroppo ad aggravarsi nei prossimi mesi. I tecnici del Forum Disuguaglianze Diversità e dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, ad esempio, basandosi sulla considerazione dei settori sociali definibili “fragili” – quelli cioè collocati al di sopra della soglia di povertà, ma per i quali un’interruzione o una deformazione del rapporto di lavoro e del flusso rarefatto di reddito può significare la caduta in condizione di indigenza – hanno calcolato nell’ordine dei 5 milioni il numero di cittadini messi “a rischio” dalle misure anti-coronavirus. O addirittura già ridotti tecnicamente alla condizione “di povertà”. Sono persone che hanno condotto fino a ieri una vita relativamente normale, magari “pagando regolarmente i mutui, mandando i figli a scuola, seppure con sacrifici”, facendo fronte a bollette e tariffe, ma che sono del tutto privi di risparmi, e che – appunto – un’interruzione anche per poche settimane dell’attività lavorativa e un taglio anche solo parziale della retribuzione ha privato di alcune delle risorse essenziali alla sopravvivenza.

 

Save the Children, per parte sua, con il supporto di “partner territoriali”, ha “testato” un campione significativo di “famiglie fragili” (in tutto 300) per misurare l’impatto dell’emergenza coronavirus sulle loro condizioni economiche. E ha scoperto che il 77% di esse (una percentuale impressionante) ha visto “cambiare la propria disponibilità economica”; il 73,8% “ha perso il lavoro o ridotto drasticamente il proprio impegno retribuito”; il 63,9% ha dovuto ridurre in qualche misura l’acquisto di generi alimentari; il 36% non ha potuto far fronte al pagamento di affitto e utenze; il 30,8% ha dovuto privarsi di farmaci necessari e il 27% di prodotti per l’infanzia. C’è, sotto la superficie di un’apparente “tenuta” del tessuto sociale, un bacino esteso di reale deprivazione e di potenziale disperazione, che l’esigenza immediata, sacrosanta, di “mettere in sicurezza” la salute della popolazione sul piano sanitario ha simmetricamente generato aprendo, su quel versante, un equivalente deficit di “sicurezza sociale”, atroce dilemma per ogni decisore pubblico chiamato a un quasi impossibile trade off tra bios (le ragioni biologiche del vivente e della sua sopravvivenza) e polis (le ragioni sociali della comunità umana e della sua sostenibilità). 

 

Anche perché quello appena visitato non è che il penultimo dei gironi disegnati dall’epidemia. Sotto ce n’è un ulteriore, che potremmo definire dei “fragili tra i fragili”. Quelli che davvero, non in senso figurato, “se non lavorano non mangiano”. La galassia frastagliata della gig economy, dei lavoretti interstiziali (come la polmonite del virus), dell’informalità e dell’invisibilità, nata e cresciuta nei giunti delle filiere lunghe che dal capitalismo delle piattaforme scendono verso terra: i riders delle varie Just eat e Foodora, gli autisti di Uber, messi al lavoro dall’algoritmo se e solo quando un pacco da consegnare si attiva e ti attiva. E poi la tribù dei servizi superflui alle persone, quelli che si sono inventati un lavoro da personal trainer, da tatuatore a domicilio, da dog sitter, o i lavoratori e le lavoratrici del corpo e del sesso, e il reticolo delle prestazioni in nero, idraulici ad ore, svuotatori di garage, smaltitori di rifiuti solidi, quelli che ogni giorno dovevano mettere insieme il necessario per vivere e che il confinamento ha congelato, statue di ghiaccio immobilizzate nell’atto nell’istante in cui il Dpcm, come un flash, ha fermato il tempo. 

 

Difficile dire quanti siano, essendo invisibili per definizione e forse anche per vocazione. L’Ispettorato del lavoro basandosi sui dati raccolti nel 2017 in 180.000 controlli, indicava in circa 250.000 gli “irregolari”, ma si trattava di un’indagine campione. L’Istat, per lo stesso anno, ha stimato nell’ordine dei 3,7 milioni di lavoratori l’esercito del “sommerso” – o dell’”economia non osservata”, secondo l’espressione tecnica usata che comprende il cosiddetto “lavoro in nero” e le attività “illegali” – di cui due terzi costituiti da “dipendenti”. Gli possiamo aggiungere i lavoratori “in chiaro” e tuttavia costretti a vivere “sull’osso” mangiando con quello che di volta in volta s’incassa: i 700.000 gig workers, di cui almeno 150.000 si calcola vivano esclusivamente di quello. E i provvisori del “job on call”, gli “intermittenti” del lavoro a chiamata, che sono oltre 300.000. E il rizomatico mondo degli interstiziali che servono stagionalmente nel settore alberghiero e della ristorazione (colpiti in pieno dalle chiusure da coronavirus, senza che si sappia bene quando e se si riprenderanno), oltre agli stagionali delle attività agricole.

 

Sono un esercito, che non sappiamo bene come sia sopravvissuto al “grande freddo” in questi 83 giorni di lockdown, quanti cuscinetti di grasso famigliare/genitoriale abbiano consumato, quanti debiti abbiano contratto, quali reti di mutuo soccorso informale abbiano ibridato, quanti pasti alla Caritas abbiano consumato, quanti pacchi del Banco alimentare abbiano intercettato. Ci fanno rimpiangere amaramente di non aver preteso un reddito di cittadinanza vero quando ancora le risorse si sarebbero potute trovare, e non quella sorta di fantasma che ci ritroviamo (e che comunque per fortuna che c’è); e comprendere quanto stupida sia stata l’ostilità ideologica della sinistra, e la resistenza delle organizzazioni sindacali, in nome dell’astratta affermazione che bisogna creare lavoro e non distribuire reddito sganciato da una prestazione, quando si sa benissimo che per “creare lavoro” occorrono cicli medio-lungi, mentre il far fronte al bisogno elementare di alimentazione e cura ha i tempi immediati dell’“aver fame e sete”.

 

Anche da questo punto di vista il virus ha avuto una funzione “rivelatrice”. Nel senso che ha rivelato, alla velocità della luce, più di qualunque analitica socio-economica, la mappa delle inadeguatezze. Le aree delle inadempienze. I punti di forza (pochi) e i tanti aspetti deficitari del nostro modello consolidato. Come il luminol – il fluido che la polizia scientifica impiega per rivelare le macchie di sangue occulte sulla scena del crimine – ha reso visibili le gigantesche macchie rugginose sulla superficie di una società già malata prima dell’arrivo del morbo. Intanto ci ha rivelato quanto fragile sia non solo la parte più debole della composizione sociale, ma l’assetto complessivo del nostro modello socio-economico egemone: questo “capitalismo da flusso teso” – sistema totalmente integrato su scala globale che funziona con la logica del just in time (con i suoi tempi, le sue cadenze, le sue modalità organizzative: zero tempi morti, zero scorte, zero stock…), fluido, anzi quasi allo stato gassoso nella sua indisponibilità ad assumere una forma stabile – è spaventosamente vulnerabile. 

 

Macchina eternamente fibrillante nella sua impossibilità di rallentare nella corsa perenne al produrre per competere, sempre bisognoso di risultati immediati, detestando la progettualità lunga, i tempi dilazionati, tanto diverso in questo da apparire contrapposto al precedente modello fordista, pesante invece, nella sua composizione fisica massiccia, ad alta intensità di capitale fisso, nella sua forza d’inerzia potente, il capitalismo del nuovo millennio mostra, ora, tutta la sua vocazione all’impasse. All’evanescenza. La propria difficoltà a sopravvivere al proprio rallentamento e all’emergere di una contingenza esterna – un’epidemia, per esempio – che ne scombussoli le reti lunghe, e ne sconnetta le interdipendenze, tanto che sono bastate poche settimane di “confinamento” per aprire voragini nei suoi bilanci e nelle sue reti.  Paga la sua intrinseca assenza di inerzia e di “peso”. Subisce, come per un colpo di boomerang a tradimento, gli effetti della sua assenza di programmazione. La sua imprevidenza sotto l’incalzare dell’immediatezza. La sua assenza di responsabilità territoriale – inscritta nella sua vocazione alla logica di flusso in contrapposizione a quella di luogo – pagata nel momento in cui è stata la patologia dei luoghi a imporne la disconnessione, l’interruzione delle logiche dell’interconnessione.

 

Se osserviamo le mappe della diffusione del virus, purtroppo per ora ancora parziali e approssimative, possiamo comunque notare come esso abbia viaggiato lungo le direttrici ben tracciate della rete del business globale, lungo la “via della seta”, nelle diramazioni europee che dalla Germania si dipartono verso sud/sud ovest (Italia, Francia, Spagna), per poi imboccare l’asse euro-atlantico sbarcando sulla east-cost e di lì scendendo verso il “garden” latino-americano… Non potremo d’altra parte non notare gli addensamenti dei contagi (le grandi macchie rosse in rapida espansione sulla mappa interattiva del New York Times per gli Stati Uniti o su quella della Johns Hopkins University per il pianeta) in corrispondenza dei grandi hub delle reti globali trasformati in hub del virus ovvero in maxi focolai – la Lombardia e la “città infinita” milanese, la Grande Londra e i suoi dintorni, l’Ile de France col suo grande vortice centripeto, New York e il New Jersey… È soprattutto lì che il virus ha trovato i suoi ospiti iper-attivi e ha galoppato nel tessuto fibrillante di un’interattività molecolare ad alta intensità, rarefacendosi invece nelle aree rurali, nei territori slow, dove il movimento del fare ha ritmi attardati, il distanziamento è nelle cose, i traffici non sono 7xh24…

 

 

 

 

 

Se poi potessimo scendere più nel dettaglio, e tracciare il contagio all’interno dei luoghi in cui ha colpito, in quali strati sociali, in quali quartieri si è concentrato e ha fatto più vittime, avremmo una mappatura sociale preziosissima non solo per le considerazioni socio-politiche cui si presta, ma anche per la possibilità di mettere in campo strategie di contenimento dell’epidemia meno approssimative. Là dove questo è stato fatto (poche realtà per la verità) ci è stata restituita un’immagine della pandemia impressionante per la chiarezza del messaggio che veicola. Nel Regno Unito, per esempio, dove l’ Office for National Statistics ha “mapped” i tassi di mortalità da Covid-19 in England e nel Galles, si vede benissimo che il virus – al contrario della fortuna, che come è noto è cieca, e come la sventura che invece “ci vede benissimo” – ha colpito con un’infallibile selettività sociale, infierendo in basso e risparmiando benevolmente gli strati alti, come sintetizza il titolo del “Telegraph” che ne dà notizia: Mapped. How coronavirus death toll has hit the poorest areas hardest. Il rapporto conferma che sono state le città, grandi e medie, l’epicentro dell’epidemia (il tasso di mortalità è qui sei volte maggiore che nelle aree rurali); ma soprattutto che in quei conglomerati urbani sono stati i più poveri (gli abitanti dei quartieri “most deprived”) i più duramente colpiti con un tasso di mortalità più del doppio rispetto a quelli “rich”, con un Age-standardised mortality rate (cioè un tasso medio di mortalità ogni 100.000 abitanti misurato facendo omogenea la composizione per età) di 55,1 al primo livello (i most deprived) e di 25,5 al decimo livello (i least deprived).  Per Londra, di gran lunga l’area col maggior numero di contagi, il tasso di mortalità nei quartieri poveri della periferia (Newham, Brent) schizza addirittura a 144,3 mentre in zone come quella di Ealing o Lambeth si mantiene intorno a 100…

 

 

Negli Stati Uniti un resoconto del “Washington Post” già nel primo mese della pandemia rivelava che la stragrande maggioranza delle vittime si concentrava tra la popolazione più povera, e in particolare nei quartieri-ghetto a maggioranza nera. A Chicago, per esempio, “la metà dei contagiati e il 72% delle vittime del Covid-19 erano afroamericani, nonostante questa comunità rappresenti il 30% della popolazione totale”. Uguali rapporti per Detroit e la stessa New York dove la strage è stata immensa. In generale, comunque, affermava il giornale non certo sospettabile di simpatie leftist, nelle 131 contee a maggioranza nera si è registrato il triplo dei contagi rispetto a quelle a maggioranza bianca e un numero di morti sei volte superiore (The coronavirus is infecting and killing black Americans at an alarmingly high rate – 7 aprile). Studi successivi, relativi al mese di maggio, hanno confermato questa sproporzionata distribuzione dei contagi e delle morti da coronavirus nelle contee con significativa presenza di popolazione afroamericana nella quale si concentra più della metà del numero totale dei contagi e il 60% dei morti.

 

In Italia non abbiamo analoghe analisi “di territorio”, ed è davvero un peccato. L’Istituto superiore di sanità si limita a censire i casi per età, sesso, presenza di co-morbilità, gravità, luoghi presunti di esposizione, distribuendoli per regioni e per province. Nulla sul quartiere di residenza, sulla professione, sul livello di scolarizzazione. Eppure sono tutti dati disponibili, rilevati al momento del ricovero o a quello del riconoscimento della patologia. Abbiamo mappe dettagliatissime sui risultati elettorali, precise fino al singolo seggio, che ci rivelano a colpo d’occhio la topografia del fenomeno. Perché per l’epidemia no? Sarebbe un’informazione essenziale per tracciare i percorsi del virus, i luoghi veri del possibile contagio, il tipo di relazioni in cui si comunica e la loro natura spaziale. E naturalmente per mettere in atto le contromisure, sapere “dove” intervenire per spezzare una catena o spegnere sul nascere un focolaio. Per progettare il confinamento in modo meno rozzo di quello puramente lineare. Certo, non è lavoro da epidemiologi. È cosa da sociologi urbani e non solo, da esperti in statistiche sociali, da territorialisti e urbanisti, che non mancano nel nostro paese, nei nostri istituiti universitari, e se ne sono stati per più di due mesi confinati in casa a far lezioni a distanza. Perché non sono stati mobilitati? Perché non si è attivata una task force col compito della mappatura? Oggi ci muoveremmo meno alla cieca. E comunque avremmo maggior materia per progettare, oltre che le strategie sanitarie, quelle sociali che costituiranno di sicuro l’emergenza che non finisce con la fase due. 

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