Il Migliore. Marco Pantani

Comincia con la neve sulla spiaggia di Cesenatico, con gli stabilimenti balneari impacchettati dal cellophan e i capanni da pesca che spingono le loro antenne senza bandiere. Sullo sfondo il mare non si distingue dal grigio del cielo.

Comincia col fermo immagine sul monumento al Pirata, la mezza pelata sopravvento coperta di neve.

Comincia così Il migliore. Marco Pantani, il film-documentario di Paolo Santolini che sarà proiettato per tre giorni, lunedì 18, martedì 19 e mercoledì 20, nelle sale cinematografiche. 

Da quando lo trovarono morto nella camera del Residence Le Rose, a Rimini, nella tarda sera del giorno di San Valentino del febbraio 2004, è il terzo film su Marco Pantani, dopo un film TV del 2007, Il Pirata, di Claudio Bonivento, e Il caso Pantani. L’omicidio di un campione, di Domenico Ciolfi, del 2020.  

I libri su Pantani sono molti di più: dagli instant book, messi insieme a caldo, sull’onda dell’emozione e dell’opportunità, alle inchieste intorno all’atto finale della sua vita (Gli ultimi giorni di Marco Pantani, di Philippe Brunel, 2007, prima edizione italiana 2008), dai ritratti corali della sua parabola di uomo e di campione (Pantani era un dio, di Marco Pastonesi, 2014) ai romanzi in cui il Pirata diventava ispirazione letteraria per raccontare altre esistenze extrasportive (Nel nome di Marco, di Michele Marziani, 2014). 

Le canzoni, invece, che artisti noti e meno noti hanno dedicato al campione romagnolo, non si contano quasi. Qui ne ricordo solo una, Le rose di Pantani, di Claudio Lolli, tratta da un testo poetico di Gianni D’Elia (2006).

 

 

A proposito di canzoni, Il migliore, dopo la sequenza iniziale della Cesenatico sotto la neve, attacca con le note di una versione a cappella, straniante e forse straziante, di Romagna mia, cantata da John De Leo, già Quintorigo, e poi da anni performer musicale tra i più originali della scena contemporanea.  

Basterebbero queste prime battute del film per far sorgere il sospetto che questo non è il solito film intorno a una storia pop, a un mito che, anche in ragione di una fine prematuramente tragica, è diventato un’icona condivisa, ma mai pacificante (“Era un mito” VS “Era un drogato”), a una leggenda popolare nata in quello scorcio della fine dello scorso millennio che fermava il mondo sulle strade e davanti alla televisione per vederlo passare, scattare, correre più forte di tutti gli altri in cima a una salita.

 

Confesso di essere entrato al cinema con un po’ di pregiudizi. L’ennesimo elogio postumo del campione disperato, del genio incompreso, del fuoriclasse tradito, dell’uomo abbandonato. Magari con quel contorno di morboso scandalismo che continua ad avvolgere la sua morte, mai del tutto spiegata, mai del tutto capita, forse per primo da chi gli stava o avrebbe dovuto stargli accanto. Anche il claim che accompagna la locandina del film, “Il primo vero film su Marco” – Tonina Pantani –, non mi metteva nella migliore predisposizione d’animo.

Ma sono bastati, appunto, i primi minuti per rendersi conto che Il migliore è tutta un'altra cosa. Paolo Santolini e la squadra che lo ha affiancato nella realizzazione – in particolare l’efficacissimo montaggio di contenuti diversi – hanno saputo trovare un miracoloso equilibrio tra l’emozionante restituzione di una storia, nel bene e nel male, eccezionale e la fotografia più autentica di un mondo di amicizie: senza giudizi morali, senza interpretazioni sovrastrutturali, soprattutto senza dietrologie. Ne viene fuori uno spaccato di Riviera romagnola libera da retoriche stonate e da finzioni a effetto. 

Come in una ben armonizzata partitura musicale si alternano immagini, parole e silenzi. 

 

 

Sì, perché nel film ci sono le immagini di repertorio, acquisite dalle cronache televisive dell’epoca – la voce di Adriano Dezan che sembra spingerlo sul Galibier, al Tour del 1998, e quella, sempre di Dezan, che, a Madonna di Campiglio, il 5 giugno 1999, si affloscia come un tubolare sibilante quando dice che Pantani è stato squalificato perché dalle analisi del sangue risultava che il suo ematocrito era oltre i limiti consentiti –; ma anche le numerose fotografie tratte dagli album privati degli amici; e poi le riprese degli ambienti attraversati dal documentario con una fotografia quasi psicologica delle inquadrature, sia per gli interni – le interviste nelle case, al bar, negli uffici… –, sia per gli esterni di una Romagna sempre fuori stagione. 

Ci sono poi le parole, molte parole. Le voci della famiglia – la mamma Tonina, la sorella Manola, la nipote Serena – e, soprattutto, degli amici. Di quegli amici che lo hanno accompagnato nella vita, la vita non ancora pubblica del ragazzo e della giovane promessa sportiva, e poi quella consacrata alla fama e al successo; gli amici che lo hanno accompagnato fino a quando è stato concesso loro di farlo. Gli amici che gli assomigliavano, in quella vicenda di frontiera che è la Riviera romagnola, tra terra e mare, tra breve stanzialità e apertura al mondo – quello che arriva a ogni inizio stagione –, quello tra lavoro e divertimento che spesso sono la stessa cosa, quello tra il giorno e la notte, che talvolta sono anche loro un’identica, estesa ed estenuante dimensione temporale.  

 

 

Sono proprio le voci degli amici la parte più bella del film. Le loro facce di gente che ha continuato a vivere, senza però mai smettere di pensare a lui, di ricordarlo per come era, e non per come appariva. 

Pantani sulla moto in autostrada, ripreso dal finestrino posteriore della macchina di un amico. 

Pantani che indossa una parrucca il giorno del suo compleanno. 

Pantani che si dipinge la faccia mascherandosi di colori, insieme alla fidanzata.

Sono le voci di chi ricorda di come si riempivano i bar e i locali a Cesenatico i pomeriggi in cui correva al Giro e al Tour: fuori, per strada, neppure una macchina, e dentro la ressa sotto il televisore appoggiato sopra il frigo. Di chi lo ha visto nascere, e crescere, in bicicletta, toccando con mano le sue qualità atletiche e mentali che ne facevano un campione, uno di quelli che nascono una volta tanto: a proposito: c’è una meravigliosa sequenza muta di ritratti fotografici dei sette campioni ciclisti capaci di vincere, nella stessa stagione, Giro e Tour, da Fausto Coppi, a Jacques Anquetil, da Eddie Merckx a Bernard Hinault, da Stephen Roche a Miguel Indurain, fino a Pantani, l’ultimo a esserci riuscito, nel 1998. 

  

 

C’è l’amico-pittore che lo ospitava nel suo atelier e gli prestava le tele per dipingere. C’è l’amico appostato nel capanno, davanti ai richiami per gli uccelli, che ricorda le battute di caccia in valle e le mangiate di selvaggina nella taverna di Jader Del Vecchio, un altro amico morto in un incidente d’auto quattro mesi prima di Marco. C’è il presidente del Pantani Fan Club, un tipo da wrestling, che nella tappa di Madonna di Campiglio stava per guidare la rivolta dei tifosi dopo la squalifica di Marco, e che adesso, a raccontare dell’amico gli si ferma la voce per il magone.

Ma oltre alle parole ci sono i silenzi. Che dicono più delle parole. Quelli di Manola, la sorella, che racconta la notte in cui fu chiamata a riconoscere la salma di Marco (“il lettino ricoperto dal lenzuolo sembrava sospeso nel vuoto”) e che all’improvviso smette di parlare per far parlare il suo sguardo. 

Quelli discreti di Serena, la figlia di Manola, che solo da poco è andata ad abitare nella casa dello zio, rimasta per anni e anni chiusa per tutti, tranne che per Tonina, e che ammette, con disarmante semplicità, che la morte dello zio ha rotto per sempre qualcosa in famiglia. 

E poi il silenzio più eloquente di tutti, quello dei primi piani di Marco, nell’intervista fattagli da Gianni Minà, a pochi giorni dai fatti di Madonna di Campiglio, quando venne messo fuori gioco dal Giro d’Italia che stava vincendo, e, dicendolo col senno di poi, dalla sua carriera di corridore ciclista; e, infine, drammaticamente, dal suo stare bene al mondo, con se stesso e gli altri per i cinque anni scarsi che seguirono quel 5 giugno 1999. Sono primi piani silenziosi in cui quegli occhi da animale ferito, irrimediabilmente ferito, sembrano già dire tutto.

 

 

La scena finale ci porta dal mare alla montagna, dalle spiagge di Cesenatico alle faggete del passo del Carpegna, la salita dove Pantani andava ad allenarsi. Anche qui tira il vento, un vento gelido di inverno. Sul parapetto di un tornante, che si apre sopra un rincorrersi di crinali e di nuvole, si legge la scritta: QUESTO È IL CIELO DEL PIRATA. 

Chi pensava di conoscere Pantani scoprirà in questo film un Marco diverso. 

Chi non sa nemmeno chi sia stato Pantani scoprirà in questo film che il ciclismo è uno sport diverso.

 

Il migliore. Marco Pantani è un film di Paolo Santolini.

È prodotto da Okta Film con Rai Cinema, in collaborazione con Fondazione Marco Pantani e con la partecipazione di Stregonia, Capelletti-Ehlers e Fondo Audiovisivo Friuli Venezia Giulia.

È distribuito al cinema da Nexo Digital in collaborazione con i Media Partner Radio DEEJAY e MYmovies.it.

 

 

Le musiche originali del film sono di Billy Martin a.k.a. Illy B, quelle aggiuntive di John De Leo, Francesco Montefiori e Federico Montefiori.

 

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