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Il sale della terra

Le prime righe di Il sale della terra di Jeanine Cummins, il romanzo negli Stati Uniti al centro di un esplosivo caso letterario, sembrano uscite da una pagina di cronaca. “Una delle prime pallottole entra dalla finestra aperta sopra la testa di Luca, che è in piedi davanti al water. All’inizio non capisce che è una pallottola ed è solo una questione di fortuna se non gli finisce dritta in mezzo agli occhi”. 

A mettere in salvo il bambino è la madre Lydia, che lo spinge nella doccia e lo copre con il suo corpo. Intanto in cortile l’intera famiglia, sedici persone riunite per festeggiare la quinceañera della cugina Yénifer, cade sotto le raffiche impazzite dei narcos. 

Prende il via da qui la disperata fuga di madre e figlio, unici due sopravvissuti, dal sud del Messico agli Stati Uniti. Al loro inseguimento, il boss mandante della strage, cliente della libreria gestita dalla donna, denunciato in un articolo dal marito di lei, il giornalista Sebastian.

 

 

Annunciato come uno dei romanzi più attesi dell’anno, Il sale della terra (Feltrinelli, traduzione di Francesca Pe’, 410 pp.) ci conduce nel cuore della crisi dell’immigrazione, lungo la rotta dei migranti che dal Messico e dal Centro America si spingono a nord. Pagina dopo pagina, seguiamo Lydia e Luca in un viaggio dove ogni giorno si rischia la vita. Lungo i binari di “La Bestia”, il treno merci che ogni anno conduce, aggrappate al suo tetto, quasi mezzo milione di persone fino al confine con gli Stati Uniti. Nei rifugi tenuti in piedi dalla carità eroica dei volontari, fra poliziotti corrotti, narcos violenti, compagni di strada imprevedibili. 

La lotta per la sopravvivenza, la bestialità dell’odio, la potenza dell’amore. La crisi umanitaria di più stretta attualità. Gli ingredienti del best seller ci sono tutti. Non per caso nove case editrici si erano disputate il libro e il vincitore, Flatiron Books, se l’era aggiudicato per un compenso a sette cifre. Il sale della terra prometteva di sbancare le classifiche e così è stato. Nessuno aveva però messo in preventivo il polverone di critiche che l’ha accolto. Tanto meno che l’editore finisse per sospendere il tour promozionale causa “specifiche” minacce di violenza fisica all’autrice e ai librai. 

 

Le accuse mosse alla scrittrice sono pesanti: appropriazione culturale, sensazionalismo, abuso di luoghi comuni, spettacolarizzazione del dolore. Jeanine Cummins, che fino a pochi anni fa si dichiarava bianca, scrive dal punto dal punto di vista di una donna messicana traumatizzata. Una scelta che fa discutere, in uno scenario culturale dominato dal tema della rappresentazione delle minoranze. Se poi si considera che quella latina è destinata a diventare presto maggioranza e che l’immigrazione è uno dei temi più scottanti oggi sul tavolo della politica, lo scandalo è servito.

 

Valicare i limiti della propria identità è l’essenza della letteratura. Charles Dickens non era orfano eppure ha scritto Oliver Twist, Flaubert non era una donna ma ha creato Madame Bovary, Shakespeare non era ebreo e così via. Il confine fra libertà artistica e appropriazione culturale è però ricco di sfumature.

A rigore di definizione, si entra nel campo dell’appropriazione quando ad adottare elementi culturali propri delle minoranze, è la cultura dominante. La libertà di quello che altrimenti si potrebbe considerare uno scambio culturale rischia infatti di infrangersi nello sbilanciamento di potere o nella presenza di elementi coloniali/di sfruttamento.  

 

 

Le polemiche più note riguardano il cinema (#OscarsSoWhite) e la moda. In campo letterario, un caso da manuale è The Help (2009) il best seller di Kathryn Stockett poi diventato un film. L’autrice, che è bianca, dà voce a un gruppo di donne afroamericane in una storia ambientata in Mississipi negli anni Sessanta, nella tempesta dei linciaggi e della segregazione razziale. Sarà accusata di aver mistificato e banalizzato la vita della comunità afroamericana oltre che di errori storici. In pratica, quello che è successo a Jeanine Cummins.

Nel suo caso, l’esagerata pressione editoriale che accompagna l’uscita del libro esaspera il problema. Sandra Cisneros lo annuncia come “il grande romanzo de las Américas”; Don Winslow chiama in causa John Steinbeck parlandone come del “Furore del nostro tempo”; John Grisham garantisce di non aver letto da tempo un libro con tanto gusto. Stephen King si unisce al coro e così tanti altri.

A consacrare il romanzo arriva Ophrah Winfrey che lo sceglie per il suo book club, un imprimatur capace di muovere le classifiche statunitensi. “Chiunque legga questo libro si immergerà nell’esperienza di ciò che significa essere un migrante in fuga”, assicura la giornalista più potente d’America. Mentre le aspettative salgono alle stelle, i social però vanno in ebollizione con l’hashtag #DignidadLiteraria. 

Nella postfazione al romanzo, Cummins aveva tentato di prevenire le polemiche. Si era dichiarata coinvolta in prima persona perché proveniente “da una famiglia di cultura ed etnia mista” (una nonna portoricana da parte di padre) e per aver sposato “un immigrato senza documenti” (che dopo la pubblicazione del libro si scoprirà però essere irlandese). 

 

Aveva sottolineato la sincerità delle sue buone intenzioni. “Da non migrante e non messicana – scrive – credevo di non avere il diritto di scrivere un libro ambientato quasi interamente in Messico, tra i migranti. Avrei voluto che lo scrivesse qualcuno con la carnagione un po’ più scura della mia. Ma poi ho pensato: Se sei una persona capace di diventare un ponte, perché non farlo?”

A questo scopo, scriveva, aveva speso quattro anni a documentarsi, viaggiare lungo il confine, incontrare i volontari, i migranti, gli abitanti. “Sono profondamente consapevole – conclude – del fatto che le persone che arrivano al confine meridionale non sono una massa senza volto con la carnagione scura, ma singoli individui, con storie e origini e motivazioni uniche”. Il libro vuole “rendere omaggio alle centinaia di migliaia di storie che non sentiremo mai”.

I riferimenti ai toni della pelle, presenti anche nel romanzo, infastidiscono molti critici. L’appartenenza a una cultura e ai suoi codici, non si rende nelle sfumature della pelle ma nei gesti, nelle abitudini, nei modi di dire, come ha insegnato Toni Morrison. E malgrado le parole in spagnolo che trapuntano il libro è su questo fronte che Cummins fallisce, afferma la scrittrice Myriam Gurba in una recensione che fa scalpore. 

 

La protagonista del romanzo, scrive sul blog accademico “Tropics of Meta”, guarda al mondo “con gli occhi di una turista americana che si stringe le perle al collo”. “Susan Sontag scrive che ‘una sensibilità (in quanto distinta da un’idea) è una delle cose più difficili di cui parlare’ e con questa sfida in mente sostengo che Il sale della terra non riesce a trasmettere la sensibilità messicana. Aspira a essere il Día de los Muertos ma incarna Halloween”. Quel che è peggio, fa “pornografia del trauma”: “Cummins ha identificato l’appetito gringo per il dolore messicano e ha trovato un modo di sfruttarlo”. 

L’accenno in postfazione alle “storie che non sentiremo mai” non fa che peggiorare la situazione. Gli scrittori Latinx che da tempo lavorano a questi temi se la prendono con l’autrice, colpevole di cancellarli – a onor del vero la postafazione reca una serie di ringraziamenti – e con l’industria editoriale, a stragrande maggioranza bianca, che dopo un boom negli anni Ottanta e Novanta oggi tende trascurare le loro storie. 

 

 

A fine  gennaio il caso esplode sulla prima pagina del New York Times – che al libro, caso raro, ha già dedicato due contrastanti recensioni nella Review of Books, a firma di Parul Seghal (“I veri fallimenti del libro hanno poco a che fare con l’identità dell’autore e tutto a che fare con le sue abilità di romanziera”) e Lauren Groff (“Forse questo libro è un atto di imperialismo culturale; allo stesso tempo settimane dopo averlo finito, il romanzo è vivo in me”).

Poco dopo, in una lettera aperta pubblicata su “LitHub”, 142 scrittori Latinx chiedono a Oprah di riconsiderare la sua decisione. Il libro, sostengono, sfrutta e ipersemplifica la situazione, è male informato e “troppo spesso si spinge nella feticizzazione del trauma e nella sensazionalizzazione della migrazione, della vita e della cultura messicane. In aggiunta, vi sono ora accuse di un pesante uso del lavoro di altri scrittori Latinx”. (Il rimando è a David J. Schmidt, secondo cui vi sono impressionanti somiglianze con le opere di Luis Alberto Urrea).

Dopo una pausa di riflessione, Oprah promette di “ascoltare anche altre voci”. Il polverone scende. Il romanzo più chiacchierato d’America rimane il più venduto e gli interrogativi restano. È facile liquidare l’intera questione come uno delle tante isterie politically correct americane, evocare la fatwa contro Salman Rushdie o accusare la comunità latina di ipersensibilità. 

 

Fermo restando che la libertà di immaginazione è un diritto e nessuno scrittore deve essere minacciato per le sue parole, non si può ignorare che quell’immaginazione e quelle parole hanno un effetto sulla realtà. E che l’effetto dipende dalla relazione che si intrattiene con quello che viene rappresentato. Ognuno ha i suoi limiti. I miei riguardano l’appropriazione della Shoah e la sua mercificazione.

La fiction ha il potere di guidarci al centro della Storia, ma se non vogliamo cedere agli stereotipi abbiamo bisogno di tutti i tipi di storie, per tutti i generi di lettori, come ci ricorda la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie nel Ted talk The danger of a single story

 

Il sale della terra gronda di sangue e adrenalina. Lo sguardo indugia senza pudore sulla violenza. Le similitudini spesso stridono, i luoghi comuni non mancano. Le scene legate a La Bestia sono però trascinanti, l’amore che lega Lydia e Luca toccante e il ritmo mozzafiato. Provate a metterlo giù, se ci riuscite. 

Jeanine Cummins non è John Steinbeck e questo non è “il grande romanzo de las Américas”. Però ha il merito di condurci in vista del confine. E non è poco. Da lì sta a noi proseguire con i mezzi che preferiamo. 

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