Francesco Targhetta. Perciò veniamo bene nelle fotografie

Perciò veniamo bene nelle fotografie, di Francesco Targhetta, (Ibsn, 2012. 248 pp., 19,90 €) è un romanzo in versi; un esperimento voluto dalla casa editrice, che ha convinto il dottorando trentunenne già autore di poesie a dispiegare negli spazi lunghi del romanzo una storia che sembra autobiografica e universale.

La voce che parla è quella di un dottorando intorno ai trent’anni con una tesi in storia contemporanea e qualche rara supplenza in licei di provincia. Ma è anche il dimesso lamento di una generazione perduta, o almeno vorrebbe sembrarlo, nel plurale del titolo o nella congestione di progetti e speranze disfatte in un appartamento condiviso.

La voce che parla è una sola ma ne contiene tante: c’è Los, universitario senza prospettive, compagno di pellegrinaggi in periferia tra le prostitute e i bar, a intonare litanie disilluse; c’è Teo, che sembra l’unico ad andare avanti, con un lavoro in una multinazionale, il trasferimento a Torino e le nozze; e ci sono Mara, l’amica d’infanzia aspirante attrice, e poi Giada, una liceale introversa ed emotiva, e Gloria, la dottoranda disinvolta e prediletta dall’inaffidabile professor Pacchioni.

E c’è il protagonista, che disperatamente cerca la via d’uscita da uno stallo che somiglia troppo a una sconfitta rimandata.

 

È una Padova dai cieli lividi e pesanti che fa da sfondo ai pellegrinaggi in università negli uffici dei “baroni”, ai tormenti del precariato, ai compromessi mortificanti, all’indolenza nelle file davanti agli uffici pubblici come nei bar e nella vita. Il sottofondo è una musica punk improvvisata e spezzata, quella delle prove con la band, precaria anche lei.

E le offensive del Piave dalla tesi di dottorato riemergono vivide, cariche di eroismo e disperazione, nell’insensata guerra quotidiana; in quel “senso di sconcerto che dà vivere la propria giovinezza mentre c’è un intero secolo (e quale secolo) che ti cade addosso” dice l’autore.

E il tempo è la dimensione essenziale di un romanzo in cui i tempi si confondono fino a sembrare sempre il medesimo istante, fino a sembrare tempo perso: il tempo morsicato dalle pause nei turni di lavoro, il tempo dilatato delle cene accademiche con professori e dottorandi e di quelle con merendine, alcol o chiacchiere stonate, il tempo della storia con la S maiuscola, il tempo medio di conversazione delle chiamate dai call center: “tre minuti e oltre l’angoscia (perché ci parliamo delle cose vere/ogni volta per tre minuti appena?)”.

Tutto si risolve in una crepuscolare, abulica attesa, se non nella resa. In fondo: “mancare è la seconda cosa che sai fare meglio dopo aspettare”.

 

Se la trama è una spirale che si arrotola confusamente su se stessa, apparentemente diritta ma senza alcuna reale direzione, quel senso di nausea e di impotenza diffuso si riversa anche sulla forma: la storia si spinge per inerzia su binari metrici definiti, nel disperato tentativo di stringere l’angoscia in versi martelliani. Si avverte, a tratti, la fatica di contenere un pensiero traboccante, ma la metrica assolve almeno un compito: il bianco della pagina divora lo spazio e il ritmo assillante delle frasi interminabili spezza il fiato e riflette un travaglio esistenziale.

Così la scrittura è limitata e straripante al tempo stesso; è il precipitato chimico di una massa di pensiero che si gonfia e si accartoccia mentre la vita scivola di fianco.

 

C’è un bel po’ dello Zeno sveviano nell’inettitudine e nell’inadeguatezza di un colto disoccupato che lancia improperi con linguaggio forbito dai ponti e dai cavalcavia, qualche nota gozzaniana, un blando esistenzialismo e una tensione costante: l’attenta ricerca di un montaliano anello che non tiene, di una smagliatura da cui evadere.

L’intera costruzione però si risolve in un aborto, il pensiero vorticoso che è l’impalcatura stessa del romanzo ristagna in un’impasse: “Ma poi si aggiusteranno, no?, le cose,/e girerà la ruota”.
Ma già si sa che non è prevista redenzione, tutto si muove ma rimane fatalmente immobile. Si sta fermi, saldi, in drammatica attesa: per questo veniamo bene nelle fotografie.

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