Laura Pariani e la voce di Eva

1 Aprile 2026

Della morte di Eva non si sa nulla. La “genealogia strepitosa dei nostri progenitori” è generosa di dettagli sulle sorti dei primi uomini e la Bibbia, “precisissima in date sfolgoranti di longevità. Al contrario tace di Eva”. Ne registra la fitta progenie – centoquaranta figli – ma non dedica nemmeno una parola alla sua morte.

Forse è per questo che Laura Pariani “non smette di sfantasiarci sopra”, come spiega nell’introduzione al suo ultimo libro, Primamà (La Nave di Teseo, 2025), una rilettura della genesi dal punto di vista della prima donna e della prima madre, che guarda all’origine del mondo facendo luce sui lati in ombra, sposta lo sguardo, risveglia una voce inedita e antica, ricuce con pazienza e cura strappi e silenzi di una storia senza tempo.

Il vecchio testamento che Pariani interroga e a cui attinge per le pagine che seguiranno è un testo fertile e stratificato, remoto e domestico, che fonde miti arcaici e distanti ai racconti della tradizione orale e popolare. Chi scrive racconta che la Bibbia è il primo libro che possiede da bambina, regalatole all’età di cinque anni, quando ancora non poteva leggerla da sola.

Le vicende che raccontano dei primi uomini e del loro destino le scopre nella voce della nonna, che gliele legge sul tavolo della cucina, secoli di storie interrotte dalle incombenze quotidiane.

La voce della nonna leggeva e “la stanza non era più la stessa, ma si faceva vasta e potente”, tra le mura della cucina risuonavano storie terribili dei sècola-secolòro e lei beveva gli oscuri misteri della Bibbia con timore e meraviglia, la mente bambina ne saggiava il gusto e il peso, li rimpastava con parole familiari e significati vicini; nomi di protagonisti perduti aderivano con facilità a volti conosciuti, luoghi remoti e fantastici assumevano improvvisamente i contorni riconoscibili della pianura padana: “la mia mente galoppava: Eden era il nome di un cinema di una città vicina, il fiume dove si cercava l’oro era il Tesìn, dove a volte lo zio giovane mi portava durante l’estate a vedere ragazzotti abbronzati setacciare la sabbia in cerca di preziose pagliuzze. La bibbia, dunque, mi stava intorno: a partire dalla tremenda punizione per il furto di una singola mela, con Domineddìo a mostrare la stessa rabbia del Nino Bragòn quando inseguiva col forcone i ladruncoli di ciliegie”.

La voce della nonna snocciolava le peripezie di uomini e donne in balia del potere di un dio ombroso e vendicativo, irraggiungibile ma invadente, che incombe con la sua volontà indecifrabile, addensa sopra teste atterrite il suo sguardo corrucciato di nuvole scure e “comanda con un rigore smisurato contro cui non c’è difesa”.

Eppure, c’è qualcosa che sfugge, qualcosa che si rintana nei vuoti, nelle ellissi che bucherellano il racconto primigenio, silenzi da investigare, anomalie e obiezioni che si sottraggono all’imperio rigido e serrato della volontà dell’“Onnipòssio-di-lassù”, spazi di libertà in cui infilare domande. Dentro quelle lacune cresce la storia che si sbroglierà lungo le pagine.

La storia risale i millenni per rinarrarne l’origine e disvelarne la faccia nascosta, accompagnando Eva – Primamà lungo il suo ultimo inverno (“Vento, Gelo, Nebbia, Neve, Disgelo” sono i titoli che scandiscono il racconto e le sue parti): “forse – scrive Pariani – la sensazione di inverno che accompagna questa immagine mi nasce dall’associazione con la voce di Nonna che mi lesse la Genesi quel lontano dicembre del 1956, nei dopopranzo in cucina; fuori, un silenzio di neve; dentro, le scucchiaiate di castagne secche sbriciolate in una chicchera di latte, l’odore di aglio che era la panacea di tutti i mali, la stufa economica che ronfava, le mie calzette e i patelli di mia sorella Nana a penzolare dai rampini per asciugare… e c’era in quella nostra biancheria a sbrìndoli una sorta di presagio del mio – nostro – destino sulla terra.”

Un “pulvis es che appariva eloquente e ineluttabile” aleggia tra le pagine, come un senso di fine, o la vigilia di un passaggio, la fine di un ciclo e il presagio di una trasformazione.

A ciascuna parte della storia l’autrice associa anche una fase lunare, (luna in crescenza, lunagranda, luna in calanza, lunanegra, lunagranda) riaprendo poi il racconto molte lune dopo. E aggiunge per ognuna anche un nume tutelare, la guida di una voce di donna – Nonna, Biszìa, doña Rosa – che illumina la strada, depositaria di un’eredità di sapere consegnato nelle mani di chi si fa carico di tramandarlo. “È dunque con la voce di Nonna nell’orecchio – e non saprei dire dove finisse la raccontazione e dove cominciassero i sogni – che risalgo la corrente dei millenni e mi addentro nell’inverno remotissimo in cui visse un’Eva millenaria a cui inevitabilmente do il volto di tutte le nonnàve che ho conosciuto, la loro competenza in fatto di disgrazie, la sapienza nel contare le storie-belorie della brughiera lombarda, nonché la fede antica nella Mamagrànda della Préa Krüa che conforta le donne che si rivolgono a lei nel bisogno”.

La voce a cui è consegnato il bagaglio di saperi antichi è quella di Eva, attraverso una terza persona singolare aderente e partecipe, che verso l’epilogo diventa seconda, per farsi ancora più prossima alla protagonista e non lasciarla sola nel passaggio più delicato.

La storia trova Primamà, nel paese Senza-nome e senza tempo in cui, dall’esilio dal paradiso terrestre – la terra Senzapaura – ha trascorso i suoi circa mille anni, tra le cabane nel prà rondo, una distesa acquitrinosa e inospitale in cui i suoi discendenti si sono moltiplicati, hanno camminato, giocato, amato e sofferto fino a disperdersi, partiti verso terre sconosciute o sepolti sotto quella terra ingenerosa.

Dopo la morte di Adàm Primamà rimane l’unica testimone della creazione, e, ormai anziana e non più obbligata al lavorèrio che affligge le donne per la maggior parte della loro vita senza ricompensa né riposo, può finalmente interrompere l’affanno e volgere lo sguardo dentro di sé, dove germogliano le storie-belòrie che meravigliano i piscinèla nella cabana delle donne, intorno al fuoco del larìn (un gesto che si ripeterà nei secoli, fin nella cucina di chi scrive, con i racconti biblici snocciolati come castagne, davanti alla stufa accesa).

Attraverso le storie, Eva tramanda rituali, gesti di cura, conoscenze ancestrali (“ne conosce di rimedi: unguenti, tisane, impiastri e perfino la spùa; che la saliva che si tiene in bocca mentre si recita uno scongiuro è potente nell’alleviare dolori, dato che ogni forza sta nella lengoa, nella parola ben masticata in testa – certo non nel purparlerio che fa solo schiuma di bocca neh… e non per le malattie soltanto, quelle visibili, evidenti sul corpo, ma anche quelle che si rivelano nel parlare”.)

Prova a trasmettere anche quella capacità, tutta femminile, di leggere trame invisibili, percepire spiriti e umbrali che si nascondono tra le fronde degli alberi e dei pensieri, l’abitudine di fermarsi e chiudere gli occhi per ascoltare meglio la voce che risuona dentro e di abbassare lo sguardo verso la terra, dove riposa Mamàgranda del mondo-di-sotto, ma, soprattutto, prova a tramandare il potere eversivo dell’immaginazione e gli spazi di libertà che esso può schiudere. Prova a farlo attraverso lo strumento potente e pervasivo della narrazione.

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Peter Wenzel: Adamo ed Eva nel paradiso terrestre.

Il libro di Pariani fa lo stesso: recupera una storia lacunosa e parziale e restituisce a Eva la voce per raccontarla e completarla, a cominciare dalla creazione e da quello spazio senza misura in cui Adamo ed Eva si rotolavano nell’erba e il mondo gli si offriva munifico e intatto, e le “parole venivano lanciate in aria con noncuranza per poi ricadere su cose e animali con la precisione inafferrabile di un sogno”.

Quello che accade dopo, secondo la tradizione, è l’origine della colpa, Eva che si fa incantare dalle abbaglianti fantasie del serpente e attira su di sé e su Adàm l’ira dell’Onnipòssio-di-lassù, che li abbandona nel buio e li condanna per sempre a sanare l’offesa.

Ma questa è la versione di Adàm, nei ricordi di Eva la serpe aveva attraversato i margini di un puciarà d’acque dolci circondato dal fango rosso, lasciando un’impronta indurita sulla riva sanguòsa. E lei, guardandola, aveva saputo indovinare le possibilità di quella materia a cui si poteva dar forma e futuro, e che, una volta asciutta, conservava nella sua durezza la memoria del gesto che l’aveva creata, ma Adàm, scoperta con sgomento quella nuova impresa, l’aveva aggredita, rovesciandole addosso la sua collera, la paura e l’incapacità di capire.

Eva replica il gesto di un dio giocoso che dà forma all’universo impastando la polvere e poi soffia la vita nelle narici di creature nuove, scopre con gioia il potere creativo che la accomuna all’Onnipotente e lo imita, ma è l’uomo, spaventato, a ribellarsi a quella blasfema intuizione.

Dal racconto di Eva affiora il sospetto che non sia l’atto superbo d’immaginazione della prima donna a segnare il castigo dell’umanità e la cacciata dal paradiso, ma la brutalità e la sopraffazione dell’uomo, la violenta lacerazione dell’unione primigenia.

È la rottura della pace il peccato originale, l’offesa irreparabile a un Dio che aveva concesso loro uno spazio in cui le differenze potevano coesistere e trovare equilibrio, e, per punizione, li scaraventa in un mondo che ancora dura.

Dalla terra Senzapaura al prà rondo di fango e paludi, dove ogni cosa si ripete uguale e le differenze tra uomo e donna si irrigidiscono in ruoli subordinati, con capanne e destini separati, e con un femminile confinato, represso, violato, e un’autorità maschile ottusa, che in nome di una legge opaca legittima gli uomini a spadroneggiare in un mondo che non sanno decifrare, “come calabroni chiusi in una zucca svuotata”.

Fu Eva la prima ad “avvertire un chilosà che la distingueva da Adàm. Qualcosa che le poteva dare accesso a un qualche ordine di conoscenza a cui lui non poteva aspirare. Ché tutto a ben pensarci ha un’essenza nascosta: gli alberi, la resina; i fiori, il profumo; lei medesima, il sangue…”.

Lui non riconosce la capacità di interagire con un regno diverso, con trame invisibili e sottili, “una vera danza delle piccole cose; per non parlare delle ombre che formano ogni sorta di figura”, gli spiriti e gli umbrali (lo splorscia, il basalesk, la spersuria, la smara…), la prossimità a un mondo altro, il legame con la terra e ciò che custodisce.

Sembra delinearsi una polarità opposta, con gli uomini che rivolgono lo sguardo al cielo, intenti a obbedire ai “richiami dell’Onnipòssio-di-lassù che si manifestava con voce di tuono o con il volo degli scorbatti messaggeri”, e a stendere le pelli delle prede cacciate tra i rami degli alberi, per asciugarle al vento, e le donne che tendono l’orecchio alla voce gentile di Mamagranda-di-laggiù, nelle profondità della terra e dell’acqua, che “si bagnano gli occhi con la rugiada, osservano il crescere delle erbe, pescano nel riale...”.

In questa dicotomica distribuzione dei gesti e degli sguardi si radica uno squilibrio: gli uomini si spartiscono la legge e il comando, le donne custodiscono un sapere sommerso, tollerato ma non riconosciuto, che le espone a una subordinazione senza fine, “mandan giù bocconi amari a stranguglioni, le dónn, e intanto lo scontento si incide profondamente nella loro settima anima, si accumula, cresce in ribollìo silenzioso e in tentazione di scappare, appena l’è pussibil, nelle fantasie di storie-belòrie che escon dalla bocca come fumo di una bracajòla spenta con l’acqua”.

Intorno a un fuoco di legna umida, custodito con fatica nella fossa del larìn, nella cabana delle dónn, al riparo dal Grande Fuori di nuvole nere, Primamà comincia a raccontare un’altra storia-belòria (“Gh’era ona volta, C’era-una-volta e Una-volta-non-c’era”) e, saranno le “paròll induinaa, sarà l’esperienza di contare ogni sera, oppure incantamento, ma quando Primamà apre la bocca, tutti tacciono fascinati, sentendosi risvegliare nel cuore un fondo di insospettate memorie”.

Con memoria, leggenda, esperienza e una misurata dose di invenzione, Primamà impasta storie che danno conto e senso al tempo, alla mancanza, alla fine, custodiscono legami ed eredità, proteggono dall’angoscia del vuoto, trasmettono sapere, rispondono alle obiezioni di una realtà instabile e sfuggente, offrono riparo e consolazione, tracciano una via, tengono per mano chi si prepara a imboccarla.

“È con la lettura e la scrittura che ho cominciato a sentire una terra solida sotto i piedi” scrive Pariani mentre dedica il suo lavoro “a Nonna, a Biszìa e a doña Rosa, narratrici di storie dove i fatti accadevano come in nessun altro luogo”.

Sono loro le custodi di un patrimonio narrativo che Pariani raccoglie e ricompone, trasformandolo in materia letteraria viva, aperta e feconda.

La Bibbia di Nonna Giuàna, la paziente, che leggeva sul tavolo appena sparecchiato, interrompendosi troppo sovente, e “io imparavo a non scalpitare a quelle interruzioni – scrive Pariani – distraendomi con l’arte raffinata dei mignonetti che cercano di ingannare l’attesa: apprendendo che l’appagamento dei desideri non dipende dalla nostra volontà e che nella lagrimarumvàlle siamo abbandonati alla cruda potenza della banalità delle cose che da grandi ci abitueremo a chiamare destino. Intuizione che poi, come tutto il sapere precoce, mi riempiva di una tristezza destinata a formare il fondo della mia weltansschauung”.

E le versioni apocrife di Biszìa Marién, l’audace, che non amava leggere perché aveva la cataratta e con lei la Bibbia dilagava nella favola, e “la sua “raccontazione biblica ha lasciato nella mia memoria un’impronta pittoresca, odorosa e piccante come un mazzo di erbe selvatiche: i suoi angeli possiedono la sfumatura arcaica e crudele dei fantasmi cinesi e le donne delle sue storie hanno fenomenali parentele con la mitica guerriera, Fa Mu Lan che andò in battaglia con l’armatura del padre.”.

E, ancora, il mito ancestrale narrato sotto tante stelle sconosciute da doña Rosa, la sapiente, moglie mapuche del nonno argentino dell’autrice, “una storia della creazione che confinava direttamente con l’eternità, ma era molto diversa da quelle che avevo sentito raccontare nella mia infanzia”, con la dea primigenia che creò il suo sposo e dovette poi difendersi da lui e combatterlo, e quella guerra generò una spaccatura e due rivoli separati – matriarcato e patriarcato – “che scorrono in direzione opposta, uno verso la Pampa atlantica e l’altro verso le Ande cilene”.

Tutto confluisce nella storia di Eva, e risuona in una lingua impastata di terra, acqua e ombra, una lingua densa e stratificata, ricchissima, che attinge al dialetto profondo della pianura lombarda e si innerva di parole arcaiche e risonanze popolari, evocativa e radicata nella materia viva delle cose.

Verso la fine del racconto Primamà somiglia sempre più a un uccello, si muove quasi a saltelli, gli occhi piccoli con gli orli rossi, somiglia al suo animale guida, scighéta-bela, che l’ha anticipata nel viaggio nel mondo di sotto: “il mondo che finora ha conosciuto presto svanirà come un sogno o un fantasma, persone immagini, discorsi… il sambùgh e la rosa fioriranno e fruttificheranno e nessuno se li godrà”.

Il suo popolo medita di partire, di abbandonare quella terra grama, ma lei è pronta per un altro viaggio; “la prende alla gola un grande silenzio che riempie tutto lo spazio”, si sente diventare lei stessa un’ombra. “Adesso ciò che ha amato sarà sradicato e portato via, sollevato nel vento come il fiore leggero dei soffioni” e ripensa allora a “tutte le cose che il tempo ha inghiottito e masticato nelle sue fauci fino a ridurle in polvere”, a tutte le cose che sono cambiate da quando iniziano i suoi ricordi.

Ma è tempo di andare, di apprendere nuovi gesti e nuove parole, di lasciare, perdere, dimenticare, di diventare altro (“sembra cosa impossibile. E quante memorie andranno perdute neh”).

Che cos’è una memoria? “Memoria è fatta da tante primerobe, la prima volta della ciotola d’argilla cotta nel fuoco, la prima volta del piffero di sambùgh, o quella del telaio, o del succo fermentato dei luartìs, tante eredità tramandate, come una stessa domanda ripetuta stagione dopo stagione, e modificata da una generazione all’altra”.

Le storie tengono insieme ciò che si allontana, ciò che manca e che deve ancora venire, “poche cose al mondo hanno tanta potenza quanto la parola”.

Così le niùde, le giovani donne del villaggio, chiedono a Primamà un’ultima storia-belòria, “contemplano attonite il riverbero del fuocherello e ascoltano dentro di sé il gocciolare del tempo che passa. Hanno forse l’impressione che faccia loro bene ascoltare le parole di Primamà, ma per circondarsene come di una corazza contro quello che Eva è solita chiamare paura del futuro. Chiudere nel cuore l’intero paese Senzanome e portarlo con sé lontano, dove andranno”.

E vorrebbero chiederle cosa sarà di loro, cosa verrà dopo, vorrebbero ancora attingere a quel sapere insondabile e profondo, decifrare l’arcano di quelle storie, carpirne il segreto, “ma l’incanto si rompe quando si fa una domanda”.

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