La complessità del pollo

La complessità, vissuta da molti come farraginosità, intrico incomprensibile, pastoia infinita, illiberale e insopportabile camicia di forza, se non maligna vessazione, altro non è che la nostra barriera protettiva contro i semplificatori. Contro coloro che del “buttiamo per aria tutto” fanno la soluzione unica onnicomprensiva. Come se il risultato di secoli di rivolte e battaglie di emancipazione, di conquiste di diritti (lavoratori, donne, minori) si possano semplicemente annullare. Risposte semplificate ai problemi complessi, si sa, non si danno. Io posso andare in galera per aver truffato delle persone o per avere ucciso, ma tra me e la galera c’è tutta la complessità del sistema giudiziario che difende il mio diritto a essere considerato innocente fino a prova contraria. 

 

Oggi sembra emergere una nuova italianità, parente stretta di quella da cui proveniamo, ma senz’altro nuova perché figlia della contemporaneità più stringente; anche gli italiani si sono, diciamo, “adeguati al futuro”. In questo passaggio hanno comprensibilmente conservato una loro tipicità che però ora stanno cercando di coniugare con le novità del momento. Sono ormai lontani i tempi in cui Ugo Tognazzi (Il pollo ruspante di Ugo Gregoretti, quarto episodio del film del 1963 Ro.Go.Pa.G., che sta per Rossellini Godard Pasolini Gregoretti) così spiegava la vita a suo figlio: “Il pollo ruspante è un pollo libero che vive in campagna, un po’ disordinatamente, senza criterio. Mangia quando può, dorme quando può. Ne sono rimasti pochi… È il libero arbitrio che lo rende più saporito”. Ecco, il libero arbitrio, nobile categoria giuridico-politologica che da noi è diventata la formidabile metafora dell’italiano cialtrone, della corruzione e del parcheggio in seconda fila, delle furberie e della indulgente tenerezza verso queste debolezze antropologiche (“siamo fatti così, che ci vuoi fare?”). 

 

Da allora il tempo è passato e i giovani di adesso sono diventati polli ruspanti con lo smartphone. Quell’antico soffice prato erboso di indolenza e libero arbitrio deve spartire la sua forza di suggestione consolatrice con la nuova scena storica globalizzata. Una scena in cui succedono cose nuove, dove gli italiani, soprattutto i giovani, hanno un diverso modo di stare insieme, si relazionano con una diversa “drammatizzazione” per il semplice fatto che, come in tutto il mondo avanzato, passano un’enorme quantità di ore frequentando la finzione, televisiva e della rete. Come ha ricordato tempo fa Tiziano Bonini (L’età della finzione) “viviamo immersi negli intrecci delle storie di vita di personaggi fittizi, che abitano il nostro quotidiano e le nostre conversazioni”. Per raccontare questo tratto dominante della nostra epoca Bonini cita un essenziale brano di Raymond Williams del 1974 che è meglio richiamare: “mai, come società siamo stati esposti a così tanto volume di rappresentazioni drammaturgiche né abbiamo mai assistito a così tante persone recitare (in forma mediata). […] milioni di noi guardano le ombre delle ombre e le trovano significative; guardano scene, situazioni, azioni, scambi, crisi. […] La nostra società è stata drammatizzata dalla trasformazione delle rappresentazioni drammaturgiche in abitudini domestiche e bisogni quotidiani.” 

 

A mio modo di vedere questo aspetto da solo basterebbe a chiarire definitivamente che una sostanziale metamorfosi antropologica è cominciata, poiché si tratta di una profonda variazione di sensibilità della popolazione che interessa naturalmente anche l’Italia, piaccia o no. E di questo bisogna prendere atto, altro che italiani sempiterni cialtroni. Al pari di tutti gli abitanti del mondo occidentale e asiatico economicamente avanzato, anche i giovani italiani sono diventati “altro”. È in questo nuovo contesto che avviene l’elaborazione effettiva di una società, con i pensieri e le tensioni reali dei comuni mortali che la abitano. Lo sforzo di non apparire più come individui infidi e scorretti si concretizza con il lavoro quotidiano che i giovani sempre più numerosi fanno per vivere a contatto col mondo intero, ragazzi che si costruiscono vite vere, magari fuori dall’Italia, con il massimo dell’impegno e della cura di sé. 

Diciamo che il moderno libero arbitrio appartiene a tutt’altre frequenze culturali. Il fatto è che tutti i giovani (meglio non impiccarsi a categorizzazioni limitanti tipo “mondo Erasmus”, “millennials”) sono più simili, occidentali e asiatici; i ragazzi sono diventati “squali”, come li ha definiti Giacomo Mazzariol (classe 1997) nel suo nuovo romanzo generazionale (Gli squali, Einaudi 2018), è gente che deve stare in movimento per sopravvivere perché “certe specie devono nuotare senza sosta per non soffocare o per non cadere sul fondo del mare”. In Italia in particolare i ragazzi stanno vivendo in modo evidente un passaggio, diciamo dal vecchio al nuovo giovane pollo, e il nuovo pollo si va definendo sempre più in due tipologie nettamente distinte: uno che sceglie l’omologazione evoluta, che guarda al mondo intorno a sé e a quello più lontano, disposto anche ad andarsene per affermare il suo bisogno di “universalità”; un altro, non più ma ancora un po’ tognazziano, che si abbandona alla propria sostanziale incompetenza, all’elogio edonistico di sé, all’assistenzialismo. Ecco: in che modo queste due tipologie si confrontano con le tensioni contemporanee? Che apporti offrono alle discussioni, alle iniziative, alla prassi sociale?

 

 

Di fronte alle recenti grandi crisi economiche in cui le razionalità (cartesiane) dei sistemi socio-economici avanzati sembra si siano sfarinate per lasciare il posto ai No pulsionali delle masse di coloro che dalle società razionali sono stati o si sono sentiti respinti, è rinata, in Italia di sicuro, una tognazziana “voglia di libero arbitrio” che nella sua istanza assolutamente istintiva sta incarnando la moderna rivolta. La voglia di “buttare per aria tutto” tout court sta innestandosi intimamente nella melma delle nuove narrazioni sociali, delle nuove “drammatizzazioni”. La gente ormai disintermediata si riaggrega in rete come può, con gli strumenti anche modestissimi che ha a disposizione, e ne nascono illusorie “volontà di potenza” (improbabili neo-nazismi, ecc.) che solo i grandi e piccoli Grandi Fratelli sono in grado di mettere a frutto. Le utopie ideologiche, i nuovi mondi da costruire, le società armonizzate dalla pace sono diventati quasi oggetti di scherno, buffe idealità sovramondane, che non tengono conto della aggressiva materialità dei rapporti umani (provate a parlarne tra i giovani operai delle grandi fabbriche o tra gli studenti delle scuole). Ciò che conta è aggredire e far fuori un avversario. Tutto propellente, va da sé, per l’anarcopopulismo (vedi Rocco Ronchi nel suo lucidissimo Metafisica del populismo) con cui ora tanti italiani stanno andando a nozze, sentendosi liberi di essere bradi e ruspanti.  

 

In questo quadro il problema è capire se e come i giovani stanno aggredendo la realtà collettiva. O se ciascuno fa parte per se stesso. Nel ’68 quando hanno fatto muro contro le rigidità hanno spinto in avanti la società, l’hanno fatta maturare anche inserendo nuove contraddizioni. Montale, di fronte a quella ribellione giovanile sviluppatasi in un contesto sociale e geo-politico dai contorni molto nitidi, reagì in modo piuttosto impressionante: “Quello che avviene nel mondo cosiddetto civile – scrisse – a partire dalla fine dell’illuminismo (ma ora in sempre più rapida escalation) è il totale disinteresse per il senso della vita. Ciò non contrasta col darsi daffare, anzi. Si riempie il vuoto con l’inutile. Il mondo muore di noia, l’impiego del tempo è letteralmente spaventoso” (in Eugenio Montale, Trentadue variazioni, Milano, Scheiwiller, 1987. Il volume raccoglie molti articoli scritti per il “Corriere della Sera” tra il 1968 e il 1971).

 

Senza entrare nel merito della riflessione di Montale (interessante per i risvolti intergenerazionali), ciò che è evidente è che quando i giovani insieme si agitano e muovono le acque, si ha come una reazione di spavento cosmico. Mentre oggi si produce un forte sentimento di angoscia cosmica nel vedere che i giovani disaggregati non si agitano e non si muovono. Che dire del “totale disinteresse per il senso della vita” nella realtà attuale? Oggi i giovani, tipologia 1 e 2, vivono nel guado di una trasformazione strutturale delle loro intelligenze in un momento storico profondamente instabile, una instabilità al quadrato, qui da noi frequentano un’italianità completamente diversa, un altro “drama”, una realtà globalizzata che li spinge a una omologazione altra, orientata, nel bene e nel male, alla delocalizzazione culturale, alla mondialità della rete, ecc. E però non si sa come si muovano. Con quali strumenti. In che direzione vadano. Quale sia il loro effettivo grado di assunzione della realtà. Oggi non ci sono quelle belle masse omogenee e chiaramente definite di un tempo (sia detto senza alcuna specifica nostalgia). Vogliono diventare “materialisti”, cioè quelli della crescita economica, dell’ordine pubblico, del pugno duro contro la criminalità, o “postmaterialisti”, cioè quelli della libertà di espressione, della partecipazione politica, dell’ambiente, della libertà di scelta sessuale, come li definisce il sociologo americano Ronald Inglehart (vedi intervista in “La Repubblica”, 8 novembre 2018)? Se nelle corde del nuovo pollo mutante c’è più Chiara Ferragni che Antonio Gramsci, col poeta viene da pensare che qui e ora “si riempie il vuoto con l’inutile” e che “l’impiego del tempo è letteralmente spaventoso”, o no? 

 

Certamente, nell’attesa che la metamorfosi antropologica (non solo italiana) si definisca e si completi, si pone il problema della difesa degli interessi (interessi forti) della parte “semplificata” della società, a cui spesso i giovani appartengono, quella parte (non necessariamente proveniente soltanto dalle fasce economicamente più svantaggiate) che non sopporta più di non governare le complessità che la realtà impone, una società destinata ai margini, che chiama insicurezza tutto ciò che non sa spiegare (particolarmente utile la riflessione di Gianfranco Marrone, Competenti, incompetenti, esperti, dilettanti). Questi nuovi “dannati della terra” vivono una inedita (anche se in fondo antica) condizione di privazione e svantaggio prodotta dalla povertà cognitiva (vedi Davide Miccione, Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo, IPOC 2015), con la quale è difficile pensare di sviluppare nuovi rapporti di convivenza. Da qui, credo, bisogna ripartire. Tramontate le categorizzazioni sociali e politiche del Novecento, il punto ora non è parlarne e struggersi per trovare nuove tassonomie e definizioni (i tecnici cognitivi ci arriveranno), ma fermare e invertire al più presto questa tendenza alla marginalizzazione cognitiva. Per il momento meno male che la complessità c’è.

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