Competenti, incompetenti, esperti, dilettanti

È recente la notizia di un esponente governativo del movimento Cinque stelle che ha proposto di rivedere i programmi televisivi dedicati alla scienza: darebbero poco conto dell’attività di punta dei laboratori di ricerca, di fatto rinnegando il principio del sapere open access. C’è chi ha plaudito dinnanzi a cotanta alzata d’ingegno e chi, viceversa, ha ricordato il famigerato Minculpop fascista. Di fatto, si tratta di una proposta che mostra di non aver grande contezza né di come funziona la scienza né, meno che mai, di come funziona la televisione. Come se la famiglia Angela passasse il suo tempo a sfogliare “Science” o “Nature”, selezionando accigliatamente le scoperte più sexy da mandare in onda. Insomma: uno slogan come un altro, buttato lì nel pourparler pseudo-politico quotidiano e presto, si spera, dimenticato.

La cosa torna però alla mente leggendo La conoscenza e i suoi nemici di Tom Nichols (Luiss University Press, pp.  246, € 20), un accorato libro sulla ‘fine della competenza’ (sarebbe il titolo originale) nella società contemporanea – americana, nel caso raccontato dall’autore, ma facilmente esportabile nella nostra, amaramente simile. A prima vista sembrerebbe il tipico libro che preannuncia l’apocalisse prossima ventura, il mondo in mano agli ignoranti, la fine d’ogni onesto e retto conversar cittadino, dove la colpa, come al solito, è di internet che rende stupidi. E un po’ è così.

 

Da una parte, dice Nichols (docente allo U.S. Naval War College, dunque uno che pensa l’expertise anche e soprattutto dal punto di vista strategico-militare), proprio grazie al web mai come oggi si hanno a disposizione tante conoscenze, informazioni, notizie, D’altra parte, forse proprio per questo, mai come adesso la conoscenza e la competenza interessano così poco. E quando qualcuno, in vario modo, si dichiara esperto di qualcosa (medico, avvocato, professore, pilota d’aereo, uomo politico…), ed è pronto a dire la sua, o a fare la sua là dove è necessario, ecco che si scatena, non l’indifferenza, ma addirittura la rabbia, l’offesa, l’indignazione. “Ma chi è costui per sentirsi più competente di me?”, si dice in coro. 

Ecco, l’attuale novità, secondo Nichols, non starebbe tanto nel trionfo dell’ignoranza, e nel conseguente anti-intellettualismo che, in fondo, c’è sempre stato (ma con punte forti, certo, oggigiorno). Quanto semmai nel fatto che contro gli esperti si scatenano gli odi più profondi derivanti dal fatto che tutti si sentono in diritto e in dovere di dire la loro, anche e soprattutto se non ci capiscono nulla, se non hanno fatto alcuno studio in proposito, se non ne hanno alcuna particolare informazione specifica. È una specie di generalizzato bar dello sport, dove tutti non solo si vantano di saper mettere a posto la squadra del cuore in quattro e quattr’otto, ma fanno lo stesso con i problemi, che so, dello spread, della geopolitica mondiale, del taglio delle pensioni, del surriscaldamento globale del pianeta. Accade di regola nei social network, perché dunque, si sente dire, non replicarlo nelle camere parlamentari?

 

Il principio su cui si basa questa situazione è, per Nichols, tanto semplice quanto mostruoso. Cito per evitare fraintendimenti: “Gli americani ormai credono che avere diritti uguali in un sistema politico significhi che anche l’opinione di ciascuno su qualsiasi argomento debba essere accettata alla pari di quella di chiunque altro”. La democrazia non sarebbe cioè soltanto un regime politico che pretende l’uguaglianza sul piano politico e civile, ma anche una specie di redistribuzione egualitaria (e dunque per forza di cose livellante verso il basso) del sapere, e del diritto di esercitarlo. Uno vale uno, per dirla in termini caserecci, non solo al seggio elettorale ma anche nelle aule universitarie e, da lì, negli studi professionali, nei tavoli di concertazione politica, nei consigli di amministrazione delle aziende e così via. Come si vede, insomma, il quadro dipinto da Nichols per gli Stati Uniti si attaglia perfettamente anche alla situazione italiana. Leggere questo libro non ci fa male, e bene ha fatto la casa editrice dell’Università Luiss a farlo tradurre e e pubblicarlo.

 

È come, se, continua Nichols, invece di istituire un dialogo fra esperti e cittadini, in cui i primi forniscono ai secondi le informazioni e i servizi necessari, fosse in atto una guerra, pardon, una discrasia, che, alla fine, non va bene a nessuno. I social impazzano, i giornali sono in crisi di ipercompetizione e trattano i lettori come deficienti, le università considerano gli studenti come clienti da coccolare: il risultato è questa arroganza narcisistica che fischia cuorcontenta i cosiddetti cervelloni per rivendicare il diritto a trovare da sé soluzioni per tutto. Si veda, da noi, il caso dei vaccini rifiutati in massa. Siamo passati, dice Nichols, da un’epoca in cui ci siamo fidati un po’ troppo degli esperti (quelli che, portando l’uomo sulla luna, contemporaneamente bombardavano il Vietnam e vendevano talidomide alle donne incinte), a un’altra in cui non se li fila più nessuno. Generando, fra gli altri, un delicatissimo problema: gli esperti tanto bistrattati, ricorda Nichols, non sono decisori ma, nella migliore delle ipotesi, consiglieri; i decisori veri, cioè i politici, li ascoltano molto poco, preferendo semmai accodarsi alle masse di profani che, prima o poi, dovranno rivotarli. (E da noi, questa volta, il parallelo non funziona: gli incompetenti narcisi stanno difatti direttamente al governo).

 

Detta così, le cose sembrano messe male. In questo sfrenato desiderio d’essere tutti competenti, finiremo per essere tutti, e definitivamente, il contrario. Se la competenza è morta, socialmente e culturalmente, se non interessa più nessuno, progressivamente gli esperti spariranno, non se ne formeranno di nuovi e tutto andrà a rotoli. A meno di non darci un forte scossone, secondo Nichols, è il destino che ci attende di lì a poco. E la responsabilità dei politici, in questo, sarà grossa.

Ma, per fortuna, le cose sono forse un po’ più complicate di così. Più articolate, più sfumate. L’analisi di Nichols, in fondo, pur nel suo rigore, ragiona con soli due termini in gioco: i competenti e gli incompetenti, dove i secondi odiano i primi perché si sentono a loro uguali senza, patentemente, esserlo. Nichols usa talvolta, nel corso del libro, alcuni sinonimi (esperti, specializzati, profani, dilettanti, ignoranti…) ma in fondo gli attori in gioco sono sempre due.

 

Riprendendo un ragionamento abbozzato tempo fa, potremmo invece mettere in campo altre due figure ideali (i cui esempi concreti non sarebbe difficile reperire) che non sono esattamente il rovescio della medaglia delle prime due, ma che in ogni caso arricchiscono lo scenario generale. Rileggendo Ortega y Gasset (che Nichols cita, ma un po’ a casaccio), esiste per esempio la figura dell’ignorante istruito, ossia dell’esperto che sa tutto su qualcosa ma solo su quella, e grazie a questa specializzazione si sente poi in diritto (incoraggiato dai media) di esprimere pareri su qualsiasi argomento. È il tipico caso del premio Nobel in astrofisica intervistato indifferentemente sulle politiche pubbliche, la moda dei tatuaggi o le smart cities.

 

Si tratta di una persona che è certo competente, ma soltanto nel suo settore di applicazione; per il resto è altamente incompetente, alla stregua di qualsiasi altro. Come dire: diffidate degli esperti, non solo perché parcellizzano il sapere in porzioni sempre più piccole di specializzazione, alzando barriere tra un campo disciplinare e un altro, ma soprattutto perché si ritengono gli unici che hanno il diritto di alzare lo sguardo e uscire dagli steccati, vagabondando senza meta e senza perché. Una figura che a questo ignorante istruito potremmo opporre è allora quella del dilettante per professione, anche lui attore fortunosamente doppio: dilettante da un lato, dunque senz’altro incompetente, ma intenzionalmente e strategicamente; capace dunque di intercedere e tradurre fra un sapere e un altro, una disciplina e l’altra, un linguaggio e un altro, mettendoli ogni volta in relazione, facendoli produttivamente dialogare. Se degli esperti occorre sospettare, del dilettante invece no, per il semplice motivo che lavora senza copertura, apertamente e orgogliosamente. Pericoloso può esserlo, e lo è a suo modo.

 

Ma per chi? Non certo per i competenti illuminati, a cui starà anzi piuttosto simpatico, e diverrà euforico compagno di merende. Con ogni probabilità sarà semmai fatidico per gli incompetenti ottusi, infastiditi da questa sua costitutiva leggerezza, da questa maniera amatoriale di agire e di pensare. Dilettante è anche chi prova diletto. Analogamente sarà fastidioso per l’ignorante istruito, suo opposto dialettico, e dunque suo nemico per definizione. Non avere alcuna specializzazione è il miglior modo per irridere le specializzazioni vacue.

Il panorama, complicandosi, si articola un po’ di più: e abbandoniamo il bene e il male, il positivo e il negativo, il bianco e il nero. Tutto è un po’ meno evidente di quel che sembra, e si percepisce un orizzonte meno fosco, forse più ottimistico. Non so, pensiamoci. 

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