La galassia Primo Levi

Nell’ultimo mezzo secolo pochi scrittori hanno cambiato fisionomia critica in maniera così radicale come Primo Levi. Considerato a lungo come un testimone, prima e più che come uno scrittore optimo iure, Levi ha preso quota dapprima lentamente, gradualmente, quindi in maniera sempre più palese e perentoria, accreditandosi come uno dei pochi veri classici della letteratura italiana, e poi non solo italiana, del Novecento. Gli studi si sono moltiplicati, e così le iniziative editoriali e culturali; la bibliografia critica ha assunto dimensioni imponenti. Oggi ai nostri occhi Primo Levi appare non solo come uno scrittore di prima grandezza, ma come un’intera galassia, che non ci si stanca di percorrere e di esplorare. Il centro gravitazionale è costituito da un gruppo di libri – non più da un testo singolo, e nemmeno da una coppia di testi – che debbono essere considerati i suoi più necessari per la nostra identità culturale. A distanza non grande orbitano i rimanenti titoli pubblicati in vita, per un totale oscillante (per la ragione che si dirà) fra dodici e tredici: quasi un emblema numerologico di una canonica compiutezza che convive con un’avventurosa, inesauribile apertura. A completare il sistema stellare è uno sciame di testi sparsi che ha assunto dimensioni impressionanti, e che annovera molti oggetti che si chiamerebbero più volentieri pianeti che non satelliti o asteroidi. Del resto, si ricorderà che fra Marte e Giove, nella cosiddetta fascia principale, un asteroide primoleviano esiste davvero: si tratta di 4545 Primolevi, scoperto nel 1989 e intitolato al Nostro nel 2011. 

 

Una pietra miliare di questo percorso è costituita sicuramente dall’edizione 1997 delle Opere curate da Marco Belpoliti, in due volumi, per la collana «Nuova Universale Einaudi». A vent’anni di distanza, e quindi a trenta dalla scomparsa dell’autore, ecco una nuova edizione, intitolata Opere complete, della quale escono ora i primi due volumi; un terzo, che raccoglie le interviste, uscirà nei primi mesi del 2017. Molte e ovvie le ragioni di continuità, a cominciare dalla bella introduzione di Daniele Del Giudice, giustamente riproposta. Quali invece le novità? Innanzi tutto, i testi. Se questo è un uomo è pubblicato in due redazioni: oltre alla versione definitiva del 1958 è presentata la rara, o per dir meglio, l’introvabile edizione De Silva del 1947. Inoltre sono riprodotte integralmente tutte le rielaborazioni delle opere più famose: la versione teatrale e l’adattamento radiofonico di Se questo è un uomo, l’adattamento radiofonico della Tregua, le note dell’autore a tutte le edizioni scolastiche (Se questo è un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La chiave a stella), nonché le mappe che corredano l’edizione scolastica di Se questo è un uomo. In secondo luogo, La ricerca delle radici viene promossa di grado, come opera di Primo Levi a pieno titolo, e collocata in una posizione di assoluto rilievo, l’apertura del vol. II. Non si tratta di semplice coincidenza. Certo, a suggerirla è stata la combinazione delle esigenze della cronologia, da un lato, e della ripartizione delle pagine fra i due volumi, dall’altro; ma è un esempio quasi da manuale di come una scelta editoriale possa assumere valore interpretativo. Notevole, infine, è l’incremento degli scritti uncollected, opportunamente accorpati nel vol. II sotto la dicitura complessiva Pagine sparse 1947-1987: al cospicuo materiale già incluso nell’edizione 1997 si aggiungono ora una ventina di testi, per un totale di circa 500 pagine. Più che una curiosità è la riproposta in appendice, in versione anastatica, della tesi di laurea in Chimica pura (L’inversione di Walden) e della sottotesi in Fisica sperimentale (Comportamento dielettrico della miscela ternaria C6H6 CHCl3 C6 H5Cl). 

 

 

Già su questi dati si potrebbero avanzare alcune osservazioni d’ordine critico. 1) Il carattere uno e bino di Se questo è un uomo: due edizioni diverse o due libri diversi? Belpoliti propende per quest’ultima ipotesi. Di certo, libro insieme «unico» e plurimo, nella sua qualità di testo narrativo declinato in due differenti forme drammatiche, e adattato e glossato per i lettori più giovani con ripercussioni retrospettive (si ricorderà che l’Appendice, l’auto-intervista derivata all’inizio degli anni Settanta dagli incontri con gli studenti delle scuole torinesi, va quasi subito a far corpo con il resto dell’opera). 2) L’importanza della Ricerca delle radici: nato come «antologia personale» su proposta di Giulio Bollati, questo libro rappresenta una sorta di manifesto dell’intertestualità primoleviana, equidistante fra gli interventi dedicati a opere altrui e le citazioni, implicite o esplicite, che costellano le sue opere maggiori. Quando Levi si richiama ad altri autori, specie agli autori più «suoi», non lo fa mai per frapporre un diaframma tra sé e la realtà di cui parla; al contrario: come dimostra il caso davvero paradigmatico di Se questo è un uomo, l’inserto intertestuale contrassegna proprio le confessioni più intime, gli sforzi di aderenza più diretta alla realtà vissuta. 3) La straordinaria, e ancora in gran parte inesplorata coesione interna dell’opera di Primo Levi. 

 

Già a suo tempo Marco Belpoliti aveva messo in luce l’esistenza di un «macrotesto del Lager», che dal nucleo di Se questo è un uomo si espande in capitoli o parti di altre opere (come La tregua e Lilít), si dirama in una quantità di scritti sparsi, non soltanto in prosa, rispetto ai quali I sommersi e i salvati si pone come una sintesi sistematica, ma (anche programmaticamente) non esaustiva. Ebbene, al di là del pur cruciale tema del Lager, l’intera opera di Levi appare caratterizzata da una forte propensione a svilupparsi per aree tematiche, a ciascuna delle quali si potrebbe associare una delle tante sfaccettature della personalità dell’autore: testimone, certo, ma anche scienziato, antropologo, etologo, mitografo, linguista.

Discorso a parte meriterebbero i testi «nuovi», le new entries rispetto all’edizione NUE. In questo campo appare decisiva la collaborazione tra il curatore e il Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino: molte delle pagine nuove erano state infatti recuperate in prima battuta negli apparati delle varie Lezioni Primo Levi (giunte quest’anno all’ottava puntata) o nel volume Così fu Auschwitz, allestito da Fabio Levi e Domenico Scarpa (Einaudi 2015). Possiamo citare ad esempio La perversione nei campi di sterminio, recensione al libro di David Rousset Le Pitre ne rit pas (1948), uscito sul notiziario dell’Associazione Giustizia e Libertà «Resistenza» nell’aprile 1952, già proposto da Anna Bravo in Raccontare per la storia (2014) e da collegare all’articolo su Rabelais che Levi pubblica sul «Giorno» nel 1964 (poi in L’altrui mestiere) e al capitolo 11 della Ricerca delle radici «Meglio scrivere di riso che di lacrime» (nonché alle altre occorrenze rabelaisiane nell’opera di Levi censite da Belpoliti nella monumentale monografia Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda 2015). A me particolarmente cara è la risposta a Simon Wiesenthal La colpa e il perdono, inclusa nel volume I girasoli (Garzanti 1970), e quindi nell’appendice della Lezione del 2013. Wiesenthal interpella una serie di intellettuali, scrittori e testimoni a proposito del suo comportamento in occasione di un singolare episodio di guerra. Una giovane SS in punto di morte aveva convocato lui, sconosciuto prigioniero ebreo, per chiedergli perdono dei crimini commessi; Wiesenthal se n’era andato senza rispondere, salvo poi tormentarsi sul valore morale della sua scelta. Molti dei pareri poi raccolti da Wiesenthal sono intelligenti e istruttivi, ma quello di Primo Levi li sovrasta tutti per lucidità e acume. Egli punta, anziché sulla giustezza della risposta, sulla liceità della domanda: a dispetto delle apparenze, quella richiesta di perdono era un’ulteriore prevaricazione, una violenza supplementare, tanto più deprecabile quanto più subdola. Deliziosa, infine, la recensione a un’antologia di Lazzaro Spallanzani (Opere scelte, Utet 1978), uscita a suo tempo sulla «Stampa» (L’abate biologo) e poi edita nell’apparato della lezione di Francesco Cassata Fantascienza? (Einaudi 2016). Levi mostra di apprezzare anche le qualità di scrittura dello scienziato di Scandiano (forse non a caso concittadino di Boiardo): ad esempio, segnala la «gradevole sensazione di freschezza» che si prova nel leggere «che un certo infuso è stato fatto bollire “per 2 o 3 credo”, cioè per il tempo necessario a recitare due o tre volte il Credo: dove, evidentemente, non era necessaria una precisione maggiore» (vol. II, p. 1427). 

 

Ma ovviamente l’importanza di un’edizione si misura in buona parte sull’apparato critico. Da questo punto di vista il lavoro di Belpoliti appare quasi stupefacente, anche rispetto ai risultati consegnati al volume pubblicato appena un anno fa. Gran parte delle Note sono state interamente riscritte, alla luce sia delle dichiarazioni contenute nelle numerose interviste, sia della bibliografia critica, che nell’arco di vent’anni ha conosciuto una vera esplosione. Per inciso, ricordo che Ernesto Ferrero – al quale si deve un contributo che pure ha fatto epoca, Primo Levi: un’antologia della critica (Einaudi 1997) – a una lettrice che allora ingenuamente chiedeva «Ma c’è ancora qualcosa da dire su Primo Levi?» aveva risposto sorridendo: «Abbiamo appena cominciato». Che avesse ragione, era ovvio; che avesse tanto ragione, forse non era facile immaginarlo, anche in considerazione del fatto che l’archivio personale di Primo Levi non è ancora accessibile agli studiosi. 

 

In particolare, Belpoliti ha ricostruito la genesi di Se questo è un uomo con minuzia analitica così accurata da consentire un capovolgimento di prospettive. Fino ad ora Se questo è un uomo è apparso, abbastanza naturalmente, come un punto di partenza; ora, del volume del 1947 possiamo anche averne l’immagine d’un punto di arrivo. Dal quale, inutile dirlo, inizia una lunga vicenda: molto meno discontinua tuttavia di quanto è stato a lungo ripetuto. Levi scrittore infatti non ha mai interrotto la propria attività: sia perché la stesura della Tregua (per quanto laboriosa possa poi essere stata) prende avvio immediatamente dopo l’uscita del primo libro, sia perché anche i libri successivi affondano le radici nell’immediato dopoguerra. In verità Levi non è stato mai l’autore di un solo libro, benché all’anagrafe editoriale tale risultasse fino all’età di 44 anni. Già era noto che durante la prigionia aveva parlato a Jean Samuel (il Pikolo del Canto di Ulisse) del progetto di un romanzo su un atomo di carbonio, idea dalla quale sarebbe poi sortito l’ultimo capitolo del Sistema periodico. Ma anche la storia delle Storie naturali, che usciranno nel 1967, inizia subito dopo il rientro in Italia: la redazione del racconto I mnemagoghi è addirittura coeva alla stesura del Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria del Campo di concentramento per ebrei di Monowitz (Auschwitz–Alta Slesia), uscito sulla «Minerva Medica» nel novembre 1946. E la prima redazione della Bella addormentata nel frigo risale al 1952: si trova nello stesso quaderno del manoscritto della Tregua, come attesta Giovanni Tesio, attualmente intento ad allestire un’edizione commentata del secondo libro di Levi che farà il paio con il Se questo è un uomo ottimamente curato da Alberto Cavaglion (Einaudi 2012). Al 1946, secondo quanto Levi dichiara in un’intervista, risale pure il primo abbozzo di Argon, il racconto di apertura del Sistema periodico. Di questo libro – cui Belpoliti attribuisce un ruolo decisivo, come espressione della piena consapevolezza di Levi circa le proprie capacità di scrittore – si può ricostruire almeno un tratto del percorso variantistico, sulla base del dattiloscritto conservato all’Archivio di Stato di Torino, interpolato da inserti autografi e strisce di carta incollate. 

 

Questi primi due volumi delle Opere complete contano rispettivamente 1536 e 1854 pagine, di cui oltre 200 in corpo ridotto (fin troppo ridotto) di note – quasi un altro libro di Marco Belpoliti, che s’aggiunge a Primo Levi di fronte e di profilo. Impossibile darne conto in dettaglio. Di certo si può dire che, fra i maggiori narratori del secondo Novecento, Primo Levi è l’autore che gode della sorte editoriale migliore: primato destinato a consolidarsi quando apparirà il volume delle interviste. Una circostanza della quale i suoi numerosi estimatori, lettori e studiosi, non possono che essere grati a tutti quanti hanno reso possibile questa impresa. 

 

Primo Levi, Opere complete, voll. I-II, Einaudi 2016.

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