La Ninetta di Porta e l’eclissi dei dialetti

«Vegni… ve… gni… ghe sont… Cecca? el cadin». Così suona il v. 344 e ultimo della Ninetta del Verzee, poemetto in 43 ottave del 1814, tra i componimenti più celebri – ma quanto letti davvero? – di Carlo Porta. Un verso che ancora nella quinta edizione delle Poesie nell’Universale Economica Feltrinelli, datata 1976 (quella che, studente ventenne, comprai), era censurato nella traduzione italiana a fronte con un segno di omissis, insieme ad almeno una dozzina d’altri: tanto era forte ancora, mezzo secolo fa, quello che andava sotto l’espressione di comune senso del pudore. In italiano sarebbe: «Vengo… ven… go… ci sono… Cecca? il catino». In termini metrici, un endecasillabo a maiore tronco; in termini letterari, una clausola di impressionante crudezza realistica, con il repentino trapasso, a cavallo della cesura, da un orgasmo verosimilmente simulato alla sollecita richiesta del catino dell’acqua, l’unico rudimentale contraccettivo che aveva a disposizione due secoli or sono una prostituta di non alto rango come la Ninetta portiana. La Ninetta del Verziere, come suona il titolo: cioè del mercato, che allora, e fino al 1911, si teneva a pochi passi dal Duomo, fra Piazza Fontana e piazza Santo Stefano. Il toponimo è rimasto: e lì, nel 1966, è stato eretto il monumento a Carlo Porta dello scultore modenese Ivo Soli. Per la cronaca, due anni dopo la prima edizione delle Poesie di cui sopra si diceva. 

 

La fortuna del Porta è sempre stata controversa. Un ostacolo intrinseco e inevitabile era ovviamente l’opzione per il dialetto milanese, che limitava la circolazione della sua opera; ad esso si aggiunge il carattere scabroso di non pochi passi, causa di severe censure da parte dell’autorità ecclesiastica, e non solo. Ma più ancora lo danneggiò la sostanziale estraneità alla causa nazionale. Scomparso nel 1821, quando il processo che avrebbe portato all’Unità d’Italia era ancora agli albori, lasciò un’opera che poco o nulla offriva all’immaginario risorgimentale. Malgrado la considerazione in cui era tenuto da lettori illustri, sul piano pubblico soffrì di una lettura riduttiva, che vedeva nella sua opera solo gli aspetti umoristici e bozzettistici; e se non gli è mancata, specie nel secondo dopoguerra, l’attenzione dei filologi, non ha mai conquistato stabilmente il posto che meriterebbe nella nostra storia letteraria. Certo, il declino del dialetto – specie del milanese, che in Milano ha ormai poco o nullo corso – non gli giova. Eppure i tempi potrebbero essere adatti a una non frettolosa rilettura: a cominciare appunto dalla Ninetta del Verzee, ritratto di uno dei personaggi femminili più memorabili della letteratura ottocentesca, nonché precoce e geniale anticipazione di una sensibilità per le questioni di genere cui non dovrebbero essere indifferenti i tempi del #metoo. 

 

Il dato fondamentale nell’invenzione della Ninetta è il suo carattere di monologo. A differenza di quanto accade altrove (ad esempio nella Preghiera) la protagonista parla senza alcun inquadramento esterno, è detentrice assoluta della parola. Il testo inizia con il saluto a un cliente abituale («Bravo el mè Baldissar! Bravo el mè nan!»), con il quale ha evidentemente un rapporto, come allora accadeva, non troppo lontano dall’amicizia; e poiché lui è infreddolito, un po’ per dargli il tempo di riprendersi, un po’ per sfogarsi, gli racconta la sua dolorosa storia. Che è poi la storia di una ragazza del popolo rimasta orfana presto e rovinata dal suo primo amore, il ragazzetto con cui è cresciuta (el Pepp), che si è rivelato un fior di mascalzone. Dopo averla sedotta, ingannata, sfruttata, sospinta sulla via della prostituzione, dopo aver profittato di lei in ogni modo, il Pepp ha avuto di recente il coraggio di assoldare un poeta perché scrivesse contro di lei una bosinada diffamatoria (un componimento poetico in dialetto, solitamente di contenuto satirico, che circolava su fogli volanti); e ciò per vendicarsi del fatto che lei gli aveva rifiutato un rapporto sodomitico. «Nanca el cuu poss salvamm, sangua de dì! / Malarbetto ladron, brutto pendrizzi! / El cuu l’è mè, vuj fann quell che vuj mì» («Neanche il culo posso salvare, sangue di Dio! / Maledetto luridone, brutto parassita! / Il culo è mio e voglio farne quello che voglio io», vv. 306-7). Dove, come si vede, la protesta della Ninetta preannuncia addirittura la forma di storici slogan femministi.     

 

 

La figura della prostituta s’incontra di frequente, specie nella tradizione letteraria moderna, ma per lo più appare inquadrata da una prospettiva maschile: e perciò condizionata da ipoteche idealizzanti, quale ne sia l’intonazione (licenziosa, scherzosa, sentimentale, melodrammatica, paternalistica, celebrativa). Della Ninetta abbiamo invece un’immagine diretta, non mediata, cosa che contribuisce molto a suscitare un’impressione di autenticità. A tacere del fatto che si tratta comunque di un personaggio complesso, perché di quello sciagurato Pepp, dopo tutto, la giovane pescivendola del Verzee era (è?) innamorata davvero: «ma già nun vacch de donn semm tucc inscì, / se al mond gh’è on crist el vemm proppi a sciarnì» («ma già noi vacche di donne siamo tutte così, se al mondo c’è un cristo andiamo proprio a scegliere lui», vv. 215-6).  

 

Quest’anno, fra i tanti anniversari, c’è anche quello portiano: tra le celebrazioni, la bella mostra al Castello Sforzesco, El sur Carlo milanes. Carlo Porta nel bicentenario della morte, curata da Mauro Novelli. L’esposizione comprende edizioni, stampe d’epoca, testi manoscritti, con un corredo di preziose didascalie informative, che comprende fra l’altro un’istruttiva antologia di giudizi critici. Fra gli autografi portiani, meritano una segnalazione i quaderni dove il poeta trascriveva i suoi componimenti, che gli eredi ebbero la cattiva idea di sottoporre al vaglio di don Luigi Tosi, allora sul punto di diventare vescovo di Pavia: figura ricordata in tutti i profili biografici del Manzoni, e quindi religioso tutt’altro che reazionario, che tuttavia in quell’occasione si impegnò a cancellare con cura tutti i testi e tutti i passi che gli parevano censurabili (per fortuna ci sono tramandati da altre fonti). Fra le edizioni, s’imprime nella memoria il volume delle Poesie scelte pubblicata da Guglielmini e Redaelli nel 1842 che presenta la medesima impaginazione della coeva edizione definitiva dei Promessi sposi, la cosiddetta Quarantana, anch’essa illustrata dal Gonin; sagace l’accostamento fra una vignetta che raffigura Lucia con gli occhi bassi, e una dedicata alla Tetton [p. 93], che guarda spavaldamente davanti a sé.

 

Una bacheca presenta poi tre massicce chiavi (a occhio, almeno mezzo chilo l’una), affidate al poeta: che tale era per vocazione, e come tale era noto e apprezzato dai più qualificati lettori milanesi dell’epoca, ma che dal punto di vista professionale era un funzionario del Monte Napoleone, e quindi depositario delle chiavi della cassaforte. Per inciso, si tratta di capolavori dell’arte della forgiatura, che non sfigurerebbero accanto ai pezzi più pregiati del parigino Musée de la Serrure (sito nel Marais, poco distante dal Musée Picasso). Al termine della mostra, una serie di codici QR consente di ascoltare letture di testi portiani di prestigiosi interpreti (Franca Valeri, Tino Carraro, Franco Parenti, Dario Fo). La mostra, inaugurata l’11 giugno, rimarrà aperta fino al 25 luglio. Almeno, salvo auspicabili proroghe: giacché il calendario previsto taglia praticamente fuori tutto il pubblico degli studenti, in questa stagione impegnati con gli esami. È illusorio sperare che arrivi almeno alla fine di ottobre?

 

Ma l’occasione del bicentenario portiano impone anche un’altra riflessione. La Dialettologia italiana è da tempo scomparsa dall’offerta didattica delle università lombarde; e si tenga conto che i dipartimenti che la potrebbero ospitare non sono meno di sei o sette. Gli ultimi corsi a me noti sono quelli tenuti a Pavia da Angelo Stella (storico direttore del Centro Nazionale Studi Manzoniani): ma bisogna risalire ai primi anni del secolo. Le ragioni di questa sparizione si possono facilmente ricostruire, a partire dalla rovinosa politica universitaria dei governi di centrodestra, solo in parte corretta da alcuni dei dicasteri di segno diverso che si sono poi succeduti. Sta di fatto che bandire la dialettologia dalle università significa non solo disconoscere una dimensione cruciale della storia linguistica nazionale, e deprimere un aspetto assai sensibile della linguistica tout court, necessario per comprendere fenomeni attualissimi, ma anche affossare la memoria della grande tradizione poetica milanese. Rimediare a questo deplorevole stato di cose sarebbe una maniera di onorare davvero la figura di quello che Stendhal ebbe a chiamare le charmant Carline.   

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