La severità pietosa di Ermanno Rea

Ermanno se n’è andato. Come in altri suoi bei libri, anche in Napoli ferrovia ha saputo guardare la sua città (e l’Italia) in un modo speciale. Riprendiamo questa recensione di Raffaele Manica perché ci sembra tocchi alcuni tratti essenziali della personalità di Rea.

 

Ci sono romanzi che, nel punto strategico che sono le prime pagine, presentano se stessi: «Un grande scrittore una volta disse di amare soltanto le storie “dettagliate ed esatte”. Io la penso come lui». Così, cominciando a muoversi con nitore di percezione nella sua materia, che sembra sempre notturna; giudicando con fervore, come si vede anche nell’organizzazione del libro – che è sempre un giudizio intorno alla materia trattata –; procedendo con rigore nell’osservazione di piccoli e grandi fatti, tanto da presentarli come un referto di sintomi e mali, Ermanno Rea dà inizio a Napoli Ferrovia, romanzo che va nella parte buia dell’anima e di Napoli.

Sembra quasi che Rea, movendosi nei quartieri addossati a piazza Garibaldi – «Napoli Ferrovia», appunto – proceda per accumulo: accompagnato dal fotografo naziskin Caracas, una specie di re in cammino nei quartieri che non appartengono più ai napoletani, il narratore, una «cariatide comunista» delusa ma non rancorosa, però immalinconita e disillusa dal riscontro con i fatti, registra come un nastro magnetico quel che si presenta al suo sguardo e al suo udito. In realtà, la selezione precede questa finzione di accumulo: e solo eventi e personaggi ritenuti a modo loro esemplari, funzionali, capaci di rinviare a un quadro di grande respiro, fanno il telaio di una narrazione ordinata e forte nella sua massima parte. E con scorci non abituali nei romanzi dei nostri giorni.

 

 

Si intitolava La dismissione la prova precedente di Rea (2002: secondo capitolo di una ideale trilogia iniziata nel 1995 con Mistero napoletano e ora compiuta con Napoli Ferrovia): prendendo a sigla quel titolo, si può forse affermare che la dismissione riguarda ora un’intera comunità, civile e letteraria (si affacciano sulla scena Enzo Striano, Luigi Incoronato e tanti altri dell’intenso Novecento napoletano), che con sforzo la memoria vorrebbe trattenere dallo svanire, ma che si scontra con la cancellazione imposta da un sentire generale ridotto sempre più alla superficialità. Un esempio, la corrosione della lingua. Due giovani litigano in piazza Plebiscito; da una finestra del suo studio – un incarico accettato di malavoglia lo ha riportato nella sua città, e l’istituto ha sede in palazzo Reale – Rea, o il suo narratore, ascolta le parole con cui quel litigio si esprime; non importa il tasso di oscenità di quelle parole d’offesa, che è parte di una tradizione. Importa il tono: per la prima volta «quel dialetto sporco di violenza» parte dalla bocca di due ventenni e arriva come una scoraggiante rivelazione, «carico di vergogna»: «E poi, quella parlata, l’avevo veramente già udita durante la mia giovinezza proprio con quelle stesse “a” spalancate come voragini? Con quella “u” rauca da lupi? Con quella “b” strisciante come un viscido serpente? Oppure erano suoni nati soltanto di recente, figli già del terzo millennio o appena più anziani, curvature fonetiche di un dialetto già toccato dalla droga di massa, dalla violenza di massa, dal degrado di massa?» (perfino la parola massa, cresciuta nel lievito, da san Paolo a Gramsci, è ora assorbita e consumata dal degrado).

 

 

Come in un romanzo di qualche decennio fa, Fratelli di Carmelo Samonà, l’indagine parte da un lessico famigliare ormai stranito e va alla sconsolata ricerca di un codice comune, che crei un qualunque contatto. Così si forma la strana coppia: l’intellettuale comunista ottantenne con un gran cespo di capelli bianchi, che conosce tutte le parole e senza più miti; e il naziskin ultracinquantenne dal capo rasato, cresciuto nel mito di Mishima, con «un suo lessico, una sorta di scrigno nel quale custodisce tutte la parole che celebrano la sua poesia politico esistenziale. La parola “onore”, nello scrigno, luccica come una gemma»: Caracas, che uscirà alla fine dal gioco, «trasformando di colpo un libro-verità in un libro-fantasia se non in un libro-menzogna», come si dice nel finale: passaggio rilevante perché mette in evidenza il crinale su cui sta bilanciato tutto il romanzo (e, poi, sarà solo romanzo? O non anche un meditativo saggio-inchiesta, grazie allo sguardo attento del suo autore sui tratti più profondi e consistenti dell’attualità?) che, quando si avvolge di romanzesco, trova il suo momento di minor impatto: tanto sa essere forte quando viene direttamente dal reale, dalla manipolazione della presa diretta, che nessun intreccio narrativo può essere della stessa tenuta.

 

Il sentire di Rea è nobilmente politico, secondo una tradizione che rende eminente tanta cultura del Sud; perciò il suo modo di portare la politica sulla pagina è un modo antico e cólto, di una severità pietosa, con una considerazione della letteratura quale fatto civile, robusto, non di sé compiaciuto: con uno scopo. È per questo che tanti motivi di avversione del narratore verso la città – per come è diventata – sono portati con pacatezza e fermezza, come in una battaglia sorda, senza esito e che forse prolungherà i propri segni fin dentro la riappacificazione, se riappacificazione ci sarà. Perché, poi, non pesa meno, anzi è l’origine di tutto, l’avversione della città – per come è diventata – verso il narratore: una battaglia fredda, devota al dio della superficialità, anche quando la sua immagine sia quella dell’inferno dei vicoli senza uscita conquistati dagli uomini di altra lingua, con un’invasione che nulla ha salvato del passato.

 

Napoli Ferrovia sembra derivare da un diario di fatti e sentimenti, come suggerisce lo scavo in soggettiva fin dentro le reazioni intime dei suoi personaggi. Ma questo punto di vista sa sciogliersi in un infernale teatro dell’oggettività, dove le cose devono parlare da sole: a scrivere, allora, è il bisturi di un entomologo. E quel che più colpisce è la grande calma con cui il libro procede: una calma che è il risultato di infinite tensioni e contrasti, portata da una percezione febbrile all’origine ma consumata a freddo, inesorabile come è la disperazione serena, senza sgomento.

 

Questa recensione è uscita su «Alias» a ridosso della pubblicazione del libro (2007) ed è stata poi raccolta in Qualcosa del passato (Gaffi, Roma 2008).

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14 Settembre 2016
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