La strana storia della scuola austriaca di economia

Esattamente centocinquanta anni or sono apparivano a Vienna i Principi fondamentali di economia politica, opera di un oscuro giornalista di nome Carl Menger. Gli storici considerano la pubblicazione dei Principi un evento fondamentale per la nascita della teoria neoclassica — il paradigma teorico che, riveduto e ampliato, viene ancora insegnato nelle università di tutto il mondo. La ricezione del libro di Menger per la verità fu inizialmente poco entusiasta e il suo impatto limitato. Yanek Wasserman (I rivoluzionari marginalisti: come gli economisti austriaci vinsero la battaglia delle idee, Neri Pozza, 2019) attribuisce questa resistenza alla relativa arretratezza e isolamento dell’università austriaca di fine Ottocento: nella capitale del più grande impero d’Europa gli scienziati sociali erano pochi e le posizioni accademiche mal remunerate. I migliori economisti preferivano impiegare il proprio talento nell’amministrazione pubblica o nel mondo degli affari, arrivando spesso a ricoprire incarichi di grande prestigio.

 

La prima parte del libro di Wasserman cerca di ricostruire l’ambiente dal quale scaturirono le prime due generazioni di economisti viennesi, e che forgiarono lo stile peculiare e inconfondibile della cosiddetta ‘scuola austriaca di economia’. I rapporti stretti con la politica, l’amministrazione e il mondo degli affari asburgico, come si è detto. La passione per il dibattito intellettuale, condotto tanto nell’università quanto nei caffè e nei Privatseminar. Lo spirito di corpo cementato dai rapporti familiari, dalle alleanze scientifiche e dai progetti politici. Questi fattori avranno un ruolo importante nella storia della scuola austriaca, in particolare nella sua stupefacente resilienza quando i suoi membri saranno espulsi dalla patria e si dovranno inventare nuove carriere all’estero.

 

Il nome della scuola austriaca è oggi associato al neoliberalismo, la corrente di pensiero che nel secondo dopoguerra ha strenuamente difeso il libero scambio cercando di contrastare l’espansione della socialdemocrazia. Il termine ‘neoliberale’ è utilizzato per lo più dai detrattori, per etichettare quegli economisti che si oppongono alla regolazione dei mercati, all’intervento statale e alle politiche di redistribuzione della ricchezza. L’economista neoliberale è in verità un essere quasi-mitologico, temuto per il suo potere di influenza sulle menti dei legislatori, ma anche elusivo e misterioso. Se avete studiato economia all’università — specialmente in Europa — è probabile che non ne abbiate mai incontrato uno. La maggior parte dei dibattiti scientifici all’interno del paradigma neoclassico infatti ha luogo fra studiosi che riconoscono allo stesso tempo l’utilità e i limiti delle istituzioni di mercato: non esiste una scuola di economia contraria al libero scambio in linea di principio, così come non esiste una scuola contraria alla regolamentazione o all’intervento statale tout court. Più che nell’accademia, l’economista neoliberale prolifera nei centri di ricerca privati, nei think tank, negli uffici di gabinetto dei governi conservatori, in televisione e sui giornali. Per capirne i motivi è utile ripercorrere la strana storia della scuola austriaca di economia. 

 

I principali allievi di Menger — Eugen Boehm-Bawerk e Friedrich Wieser — consolidarono non soltanto la reputazione scientifica della scuola viennese, ma ne ampliarono l’influenza acquisendo posizioni di rilievo sia nell’accademia che nell’amministrazione imperiale. Il periodo d’oro della scuola austriaca seguì una traiettoria parallela a quella dell’impero asburgico: con la fine della prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’impero, l’Austria fu colpita da una profonda crisi economica e sociale, seguita da un lungo periodo di instabilità politica. Disoccupazione e inflazione fecero crollare il reddito di gran parte della popolazione sotto il livello di povertà. I principali beneficiari di questo caos furono i movimenti estremisti, a scapito dei liberali che avevano presieduto alla crescita economica di fine secolo.

 

Il culto degli austriaci per la libertà economica, e la loro collocazione nella galassia liberale, presero corpo in questa difficile congiuntura. Nelle elezioni degli anni Venti andò in scena uno spettacolo inedito e paradossale — la democrazia che uccide se stessa. Freiheit vor allem, l’idea che la libertà economica venga prima di tutto, cominciò a emergere nei pamphlet di questo periodo. In Socialismo (1922) Ludwig von Mises sostenne che le libertà di impresa e di scambio sono pilastri imprescindibili della democrazia, e che rigidi limiti costituzionali devono essere imposti ai governi per impedire che la volontà del popolo minacci le libertà dei cittadini. Quando i movimenti fascisti cercarono di riportare l’ordine con la repressione, gli economisti viennesi assimilarono l’estremismo di destra alle perversioni stataliste e anti-libertarie di origine socialista. Nacque la teoria degli ‘opposti totalitarismi’, sulla quale Karl Popper e Friedrich von Hayek costruiranno una fortunata macchina di propaganda negli anni a venire.

 

La Vienna ‘rossa e nera’ degli anni Venti non costituì soltanto una formidabile palestra politica, ma anche una dura prova di sopravvivenza per gli intellettuali austriaci. Le cattedre universitarie scarseggiavano, così come le posizioni un tempo remunerative all’interno delle istituzioni pubbliche. Spinti dalla necessità, i giovani economisti cercarono supporto nel mondo degli affari e nelle fondazioni internazionali. Dopo l’Anschluss queste stesse fondazioni li aiuteranno a fuggire negli Stati Uniti. Per molti anni le cattedre di Hayek, Mises, Schumpeter nelle migliori università americane furono finanziate privatamente dall’American Enterprise Institute, dal Cato Institute, e dalla Rockefeller Foundation. Nuove istituzioni, come la Mont Pelerin Society, furono create dagli austriaci stessi per saldare le relazioni fra gli intellettuali liberali europei e americani nel secondo dopoguerra.

 

 

Gli austriaci portarono in America il loro talento accademico, ma soprattutto lo spirito pugnace e l’istinto politico coltivato durante i turbolenti anni viennesi. Avevano imparato a proprie spese che le buone idee non si affermano per forza propria, e che soltanto un faticoso lavoro di lobbying permette di trasformarle in politiche attive. La destra statunitense da parte sua aveva immediato bisogno di nuove risorse da impegnare nella battaglia culturale contro la sinistra rooseveltiana. Diversi membri della scuola si gettarono nella mischia, ma la battaglia cambiò il profilo della scuola definitivamente. Mentre gli scritti del periodo europeo riflettono per lo più una posizione politicamente moderata rispetto agli estremismi comunista e fascista, a partire dagli anni Quaranta si nota un evidente slittamento verso il liberismo radicale. Le istituzioni di assistenza sociale — dalla sanità pubblica ai sussidi di disoccupazione — che negli anni della Repubblica Austriaca facevano parte integrale delle proposte degli economisti viennesi, nel periodo americano diventeranno vere e proprie minacce per la libertà. Quando trent’anni più tardi Margaret Thatcher cercherà un supporto ideologico per i tagli al welfare state britannico, potrà dire con orgoglio, estraendo dalla borsetta La via della schiavitù di Hayek: ‘Questo è quello in cui crediamo’.

 

Il secondo slittamento di questo periodo riguarda la collocazione degli austriaci all’interno della comunità scientifica. La scienza economica stava cambiando più velocemente della scuola austriaca, e in una direzione che quest’ultima non poteva approvare. Emerge a metà del Ventesimo secolo una nuova figura professionale, l’economista ‘tecnico’. Con la matematizzazione della teoria neoclassica e lo sviluppo dell’econometria, la disciplina assume tratti maggiormente esoterici e l’agenda della ricerca si emancipa da quella politica. La regina delle scienze sociali infine si separa dalla psicologia, dalla sociologia, e dalla teoria politica. Gli austriaci, co-fondatori della teoria neoclassica, nuotano controcorrente fino a trovarsi emarginati. In coerenza con le posizioni adottate all’inizio del secolo, si oppongono all’uso dei modelli matematici e manifestano un aperto scetticismo nei confronti delle previsioni empiriche. Si aprono invece alla ricerca interdisciplinare, con incursioni negli ampi spazi a cavallo fra economia, sociologia e filosofia politica, e anche nelle neonate scienze cognitive.

 

In I rivoluzionari marginalisti Wasserman prova a riassumere e valutare i contributi scientifici degli austriaci, ma alle prese con decine di autori e migliaia di pagine, riesce a fornire tutt’al più uno schizzo impressionistico. L’impresa d’altronde non è facile: a differenza di altri contemporanei (come Pareto, Marshall, o Hicks) gli austriaci non hanno lasciato in eredità concetti o strumenti tecnici duraturi. Oggi sono ricordati più spesso come inventori di metafore fortunate quali la ‘distruzione creatrice’ o l’‘ordine spontaneo’, ma un giovane economista può tranquillamente finire il proprio ciclo di studi senza avere mai sentito nominare Menger, Mises, Schumpeter o Hayek. Alcune intuizioni, come l’importanza dell’informazione per il funzionamento dei mercati, la rilevanza della dimensione temporale (e quindi delle aspettative) per i processi produttivi, o l’indipendenza della moneta dal governo politico, sono state sviluppate dagli economisti neoclassici e incorporate all’interno della teoria contemporanea. Di moltissime altre idee resta traccia solo nelle riviste settarie e negli articoli di storia del pensiero.

 

Forse il lascito principale della scuola va cercato fuori dalla scienza economica pura, nella politica economica e istituzionale. Ma anche in questo caso ci sono luci e ombre. Fino agli anni Settanta del Novecento quella del neoliberalismo è stata una storia di sconfitte — una lotta di retroguardia contro le politiche keynesiane e la crescita del welfare state. Secondo la narrazione convenzionale, la riscossa neoliberale comincia con i governi di Reagan e Thatcher e prosegue sotto traccia influenzando l’agenda economica della sinistra ‘liberal’ di Clinton, Blair, e Schroeder — in particolare la fiducia nel libero scambio come motore della crescita economica globale. Ma se l’abbattimento delle barriere doganali e l’apertura dei mercati internazionali costituiscono indubbiamente una vittoria dei liberisti, sul piano nazionale il bilancio non può dirsi altrettanto positivo. Durante il periodo d’oro della socialdemocrazia la spesa pubblica dei paesi occidentali era cresciuta talmente tanto — da circa il venti per cento a quasi la metà del prodotto interno lordo — che un ritorno al passato sarebbe stato impensabile e politicamente impraticabile. Ancora oggi i governi di destra faticano a ridurre la spesa pubblica in modo significativo, perché i cittadini dei paesi avanzati danno per scontato un livello di assistenza che sarebbe stato impensabile all’inizio del secolo scorso.

 

Resta l’influenza nel campo della cultura e della filosofia politica. È forse lecito affermare, come nel sottotitolo di Wasserman, che gli economisti austriaci hanno ‘vinto la battaglia delle idee’? Gli argomenti degli austriaci hanno certamente contribuito a mantenere viva una tradizione che rischiava l’estinzione. Pungolando lo statalismo, hanno costretto gli intellettuali di sinistra a dubitare di alcune assunzioni fondamentali – per esempio che il governo possieda sempre conoscenze e capacità adeguate a risolvere i problemi di società complesse come quelle in cui viviamo. Svolgendo questa funzione correttiva gli austriaci hanno forse contribuito al fallimento della loro stessa profezia: grazie a una maggiore consapevolezza dei propri limiti, le socialdemocrazie non sono degenerate nel totalitarismo, e oggi sappiamo che livelli notevoli di intervento pubblico nell’economia sono compatibili con il godimento di ampie libertà personali e politiche. Ma forse il ‘sentiero verso la schiavitù’ era un’iperbole inventata a fini propagandistici, più che una seria ipotesi scientifica…

 

La strana storia della scuola austriaca in ogni caso non sembra voler terminare. I semi piantati un secolo or sono continuano a produrre frutti nei luoghi più bizzarri. Chi traffica in bitcoin per esempio non sa che le idee alla base delle cripto-monete discendono direttamente da quelle degli economisti viennesi. I progetti volti a separare la moneta dal controllo statale e a proteggere il risparmio privato con una pluralità di valute sono entrati a far parte dell’ideologia anti-europeista che si oppone al monopolio della Banca Centrale. La paranoia anarcoide della destra alternativa, dal Tea Party ad Alternative für Deutschland, si nutre ancora di idee sbocciate nel caos degli anni Venti. I viennesi barbuti probabilmente non approverebbero, ma sarebbero felici di sapere che i loro scritti continuano a ispirare soluzioni anti-convenzionali per i grandi problemi del Ventunesimo secolo.

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