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L’altro sguardo

“L’altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2015” non è solo il titolo di una mostra organizzata alla Triennale di Milano, è la dimensione prospettica di una collezione e dello sguardo che l’ha costruita, o meglio di colei che l’ha voluta e ideata: Donata Pizzi. Nasce da un bisogno, una spinta interiore costituita da scelte e incontri, che è divenuta l’elemento costitutivo della collezione e della volontà di renderla pubblica, come patrimonio per la collettività. Vi sono esposte più di centocinquanta immagini scattate da molte fotografe dagli anni Sessanta ad oggi.

 

Se è vero che molte delle conquiste più importanti degli ultimi quarant’anni sono state promosse e ottenute dalle donne: la lotta per il diritto di abortire, che oggi si rinnova in Polonia, per il diritto di divorziare e decidere del proprio corpo, la macchina fotografica è stata per tutte un’alleata inseparabile. Fotografare non solo significa testimoniare, ma è anche un gesto che costringe a “esserci fisicamente”, a stare in un luogo, a capirlo, a fondersi con esso o a metterlo in discussione. La macchina diviene l’estensione del proprio corpo, del proprio sguardo, della propria sensorialità, ed anche uno strumento di autorappresentazione che obbliga a decidere come stare nel mondo e di fronte agli eventi. 

Si deve lottare per catturare un’immagine. Le testimonianze di Carla Cerati o di Letizia Battaglia, presenti in mostra, ne sono l’esempio. La macchina fotografica è divenuta in maniera diversa lo strumento con cui ognuna di esse ha scoperto il mondo fuori dallo spazio domestico, una sorta di doppio meccanico, indispensabile feticcio con cui misurarsi. Nulla di perturbante, solo la scoperta di una breccia, un’alterità dentro la propria identità, si è rivelata infinitamente appassionante. Non importa se il soggetto è il proprio volto o una manifestazione politica, se è la strada, la casa, un edificio, una pianura o uno specchio d’acqua. L’azione di fotografare è indice di un nuovo modo di considerare se stesse nel flusso degli eventi: pensare di esistere e di conoscere, come azioni originarie, prima di guardare dentro al mirino di una fotocamera o nello schermo di uno smartphone

 

Un capitombolo si potrebbe definire, una vertigine che va esplorata mentre si esplora il proprio sguardo e tutto ciò che entra in quello spazio ideale e immateriale, che grazie all’immagine fotografica prende corpo, insieme a un nuovo modo di esistere. E forse tutto ciò può rivelare qualcosa della complessità insita nell’idea di un “altro sguardo”, o per lo meno il tentativo di delinearne la forma, proprio come fanno le immagini di questa collezione. Donata Pizzi è parte dell’ “altro sguardo” e parte degli eventi di cui si è nutrito. Lei stessa fotografa, freelance e archivista, il mondo della fotografia lo conosce dal suo interno. Lavora dieci anni a Londra e decide di dare vita a una collezione partendo dall’idea che le fotografe in Italia “sono state le più penalizzate dai ritardi del sistema, nonostante abbiano saputo individuare linee di ricerca nuove e inattese”. 

 

Oggi queste parole trovano eco e conferme in molte iniziative che negli ultimi anni sono state dedicate alle donne fotografe: la mostra del 2009 “elles@centrepompidou” nell’omonima sede parigina, oppure la pubblicazione del volume “Modern Women. Women Artists at the Museum of Modern Art” realizzata dal MoMa nel 2010, frutto di un lavoro dedicato alle opere delle rispettive collezioni o la recentissima mostra che si è tenuta a Parigi “Qui a peur des femmes photographes?”, come se ci fosse stata la necessità di un tempo di incubazione ed elaborazione necessari per essere presenti nelle sale espositive, sui fronti di guerra o sulle pagine dei giornali. E insieme la volontà di rifiutare la chiusura o la ghettizzazione in un mondo femminile che rischierebbe di alimentare derive autoreferenziali e limitanti, con il rischio di assolutizzare una determinata condizione, senza dimenticare che il percorso di qualsiasi sconfinamento, è tracciato dallo sguardo di chi osserva, così come la ricerca di un “con-senso”, ovvero di un senso condiviso, può muovere da assunti differenti. 

 

Per questo le immagini esposte alla Triennale di Milano non appaiono come opere salvate da un diluvio universale e protette in un’improbabile Arca di Noè tutta al femminile. Sono ben altro. Rappresentano la narrazione visiva delle vie percorse da molte donne che hanno continuato a fotografare se stesse e il mondo che le circondava. Testimoniano innanzitutto la loro presenza. Ed è davvero molto. Donata Pizzi e la curatrice Raffaella Perna scelgono un percorso cronologico suddiviso in quattro sezioni tematiche, che va dagli anni Sessanta sino ad oggi. 

La prima, “Dentro le storie”, mostra come la fotografia si fa partecipe degli eventi, è essa stessa evento. Si fotografa partecipando, scegliendo da che parte stare, con quale sguardo rivolgersi ai conflitti che attraversano il Paese: la strategia della tensione, il terrorismo, le rivendicazioni femministe, le lotte degli operai e degli studenti, la condizione manicomiale, l’industrializzazione e le sue conseguenze, le trasformazioni del tessuto urbano, i delitti di mafia e anche il mondo fuori dall’Italia. Le fotografe vivono dentro gli eventi: Letizia Battaglia, alla sua attività di fotogiornalista presso il quotidiano “L’Ora”, affianca la scelta di un imprescindibile impegno politico nella sua Palermo. Lisetta Carmi con le immagini dei “Travestiti”(1972), nucleo originario attorno al quale si è andata costruendo l’intera collezione, mostra con le sue immagini un mondo fino ad allora completamente invisibile. Carla Cerati affronta la condizione manicomiale nel libro Morire di classe (1968) e all’attività di fotografa affianca anche un’intensa attività di scrittrice in cui va esplorando e demolendo il mondo della famiglia borghese, di cui essa faceva parte. E poi fra le altre: Giovanna Borgese, Augusta Conchiglia, Gabriella Mercadini, Lina Pallotta, Paola Agosti. 

 

 

Lisetta Carmi, La Morena, 1966.

 

 Liliana Barchiesi, Carmen nella sua casa, Milano 1979.

 

La seconda sezione, “Cosa ne pensi tu del femminismo?” è un interrogativo, un’apertura e si ispira al titolo di una fotografia-oggetto di Paola Mattioli esposto in mostra. Non vi sono solo immagini in questa sala, bensì idee che esprimono l’urgenza di oltrepassare le barriere dell’ideologia patriarcale e l’intenzione di ridurre l’esistenza della donna al semplice ruolo di madre, moglie-casalinga e oggetto del desiderio maschile.

 

 Paola Mattioli, Cosa ne pensi del movimento femminista?, 1974. 

 

Così ciò che mostrano le fotografe – fra cui Liliana Barchiesi, Gabriella Mercadini, Paola Mattioli, Marcella Campagnano, Tomaso Binga (nome d’arte di Bianca Pucciarelli), Verita Monselles, Libera Mazzoleni, Nicole Gravier e il Gruppo del mercoledì (insieme a Paola Mattioli, Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Adriana Monti, Silvia Truppi) – è come la fotocamera si trasformi in uno strumento in grado di possedere uno sguardo sessuato, con cui mettere in discussione la rappresentazione della donna secondo il modello pubblicizzato dai mass media e dagli stereotipi di genere. Inoltre, lo sguardo diviene duplice, estatico, in grado di uscire da sé, ponendosi, come fa giustamente notare Raffaella Perna, contemporaneamente davanti e dietro l’obiettivo, cosicché “la donna – da sempre oggetto della rappresentazione altrui – può scegliere quale immagine di sé comunicare al mondo”.

 

Il passo successivo è quasi d’obbligo: dopo la conquista di uno sguardo autonomo in grado di porsi come filtro critico della condizione femminile avvenuto negli anni Settanta, lo spazio da esplorare è quello della relazione. La terza sezione intitolata “Identità e relazione” lo dimostra. Molte delle artiste presenti in questa sala – Alessandra Spranzi, Shoba, Moira Ricci, Paola De Pietri, Bruna Esposito, Martina Bacigalupo, Brigitte Niedermair, Anna Di Prospero, Allegra Martin, Bruna Ginammi – esplorano “la storia familiare, il quotidiano, l’affettività e la memoria individuale, concepita come momento cruciale per entrare in relazione con l’altro e con la storia collettiva”, scrive la curatrice. Ma non solo. Nelle opere di queste autrici si nota l’evidente volontà di esprimere il proprio punto di vista sul medium fotografico. L’idea di relazione si trasforma in “metanarrazione”, ovvero una relazione con il medium, il cui contenuto è una lingua a sé stante, un metalinguaggio che usa il codice stesso come oggetto del messaggio, per dare vita a un discorso sul potere e l’ambiguità dello stesso medium.

 

Le immagini di Martina Bacigalupo e Moira Ricci ne sono gli esempi più evidenti. La prima realizza “Gulu Real Art Studio” (2011). Nel più antico studio fotografico della città di Gulu, nel nord dell’Uganda, l’artista ritrova una serie di ritratti a colori delle dimensioni di 4 x 6 pollici. I ritratti hanno tutti uno spazio vuoto al posto del volto, poiché l’apparecchio per fototessere dello studio realizza quattro foto per volta, mentre in città sono numerose le persone a cui serve un solo ritratto e che per risparmiare si fanno scattare un’unica foto a figura intera, dalla quale viene ritagliata la parte relativa al volto, mentre il resto viene buttato. Sono immagini provocatorie. Qui la fotografa esplora grazie a uno sguardo che non è il suo, i limiti e le potenzialità insite nella rappresentazione, interrogando innanzitutto se stessa e la forma della sua visione. Il corpo scartato diviene materia della rappresentazione, mentre l’atto di esporre le immagini, fa loro acquisire un nuovo statuto esistenziale: esse ottengono visibilità, così come l’atto di guardare acquista una forma mediane la sua negazione, ovvero grazie al vuoto e al gesto della fotografa, che mette in discussione anche il binomio volto-identità.

 

Martina Bacigalupo, #13 , 2013. 

 

Quasi speculare al lavoro della Bacigalupo che pone l’accento sul senso di levare una porzione di spazio, Moira Ricci la aggiunge, o meglio aggiunge se stessa attraverso una manipolazione con Photoshop. Così nella serie “20.12.53-10.08.04” (2004-2014), l’artista inserisce il proprio ritratto accanto a quello della madre morta nel 2004. Il suo sguardo cerca di farsi beffe della morte e attribuisce un enorme potere alle fotografie, capaci di colmare il vuoto lasciato nel reale, attraverso la ri-produzione di un nuovo spazio. Moira Ricci con l’innesto della sua presenza ri-genera il corpo materno nello spazio del fotogramma, dove entrambe saranno per sempre inseparabili.

 

Moira Ricci, Mamma stira, 2004-2014. 

 

L’ultima sezione si intitola “Vedere oltre”. Negli anni Novanta la presenza di artiste e fotografe nei musei e nelle gallerie italiani si fa massiccia e la volontà di sperimentare diversi media e abbattere la distinzione tra generi artistici è uno degli aspetti più interessanti della ricerca estetica di queste fotografe, come ad esempio nelle immagini di Gea Casolaro che inserisce una fotografia nell’altra, producendo una sovrapposizione di tempi ed elementi incongrui nel riquadro del fotogramma principale, o le fotografie della Venezia surreale ed evanescente di Silvia Camporesi. E ancora le “Lucciole” di Paola di Bello, di cui si vedono tracce nere impresse da venticinque lucciole, lasciate camminare su fogli di pellicola fotografica in bianco e nero. Qui la fotografa sembra voler mostrare il potere di un paradosso: nonostante avvenga un contatto diretto tra la realtà e il medium, lo sguardo dello spettatore non è mai stato così distante dal comprendere il senso del soggetto fotografato. Cosa c’è nell’immagine? Luce o ombra? Cosa significa? Qual è il potere del medium: svelare o mascherare? Realtà o invenzione?

 

L’ultima sezione della mostra si chiude con uno spazio dedicato alla fotografia di reportage, quasi come un ritorno circolare alle immagini delle fotografe della sezione di “Dentro le storie” e di “Cosa ne pensi tu del femminismo?”. In una piccola sala, si vedono le immagini di Elena Givone, Michela Palermo, Isabella Balena, Francesca Volpi. Fra di esse c’è un volto che non si riesce a dimenticare. Racchiude nei suoi occhi il disagio, ma anche la determinazione e la forza. Sembra che la sua fragilità sfidi l’obiettivo e chieda conforto. È il volto di “Simona” (2007). L’immagine fa parte di “Odd Days” della fotografa Simona Ghizzoni in cui essa ritrae alcune donne affette da disturbi alimentari. Nella sua opera si legge la testimonianza di una condizione femminile drammatica, spesso causata da una violenza mediatica che impone improbabili canoni estetici. Il braccio imperfetto di Simona, che spunta dal nulla in un’altra immagine esposta nella sala, diviene quindi l’emblema di una possibilità: è stato fotografato come se stesse fiorendo, allo stesso modo di quando si tenta di afferrare la speranza e il desiderio di un cambiamento.

 

 Simona Ghizzoni, Simona, 2007. 

 

Infine vorrei chiudere con una frase carica di ironia: il titolo di un libro fotografico edito da Mazzotta nel 1978, realizzato dal Gruppo del mercoledì fondato intorno al 1974 da Paola Mattioli: “Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo”. Sono passati più di quarant’anni. Forse oggi è giunto il momento di vedersi e immaginarsi contemporaneamente e in ogni istante della giornata. La collezione di Donata Pizzi, ora condivisa con tutti e tutte, è il segno inequivocabile che questo può accadere.

 

La mostra si svolge presso la Triennale di Milano in collaborazione con il Mufoco dal 5 ottobre 2016 all’8 gennaio 2017.

 

Nella mostra sarà esposta anche l’installazione Parlando con voi tratta dal libro omonimo di Giovanna Chiti e Lucia Covi (Danilo Montanari Editore), e prodotta su idea di Giovanni Gastel da AFIP International – Associazione Fotografi Professionisti e Metamorphosi Editrice. L’installazione multimediale è costituita da trenta schermi ognuno dei quali con un’intervista esclusiva a una fotografa. 

 

In mostra sono esposte fotografie di: Paola Agosti, Martina Bacigalupo, Isabella Balena, Marina Ballo Charmet, Liliana Barchiesi, Letizia Battaglia, Tomaso Binga (Bianca Menna), Giovanna Borgese, Marcella Campagnano, Silvia Camporesi, Monica Carocci, Lisetta Carmi, Gea Casolaro, Elisabetta Catalano, Carla Cerati, Augusta Conchiglia, Paola De Pietri, Agnese De Donato, Paola Di Bello, Rä di Martino, Anna Di Prospero, Bruna Esposito, Eva Frapiccini, Simona Ghizzoni, Bruna Ginammi, Elena Givone, Nicole Gravier, “Gruppo del mercoledì” (Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Adriana Monti, Paola Mattioli, Silvia Truppi), Adelita Husni-Bey, Luisa Lambri, Lisa Magri, Lucia Marcucci, Raffaela Mariniello, Allegra Martin, Paola Mattioli, Malena Mazza, Libera Mazzoleni, Gabriella Mercadini, Marzia Migliora, Verita Monselles, Maria Mulas, Brigitte Niedermair, Cristina Omenetto, Michela Palermo, Lina Pallotta, Beatrice Pediconi, Agnese Purgatorio, Luisa Rabbia, Moira Ricci, Sara Rossi, Marialba Russo, Chiara Samugheo, Shobha, Alessandra Spranzi, Francesca Volpi. 

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Simona Ghizzoni, Simona’s arm with flowers, 2007.