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Le montagne della mente di Robert Macfarlane

"Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore". 

Ho ripensato a queste parole di Dino Buzzati leggendo l’ultimo libro di Robert Macfarlane pubblicato in Italia, Montagne della mente.  

Era uscito in Gran Bretagna nel 2003, e in Italia era stato pubblicato da Mondadori nel 2005, con il titolo Come gli uomini conquistarono le montagne. La nuova edizione Einaudi, non solo assegna un titolo più bello e aderente all’originale, The mountains of the mind, ma consolida l’apprezzamento che questo autore sta ricevendo nel nostro Paese dopo il successo di Luoghi selvaggi e Le antiche vie, anch’essi editi da Einaudi, nel 2011 e nel 2013.  

 

 

Perché quel titolo? Macfarlane ricorda al lettore che le montagne “per secoli furono considerate inutili ostacoli (…)” mentre “oggi sono da annoverare tra le meraviglie della natura e c’è gente disposta a morire per amor loro. Ciò che chiamiamo ‘montagna’ è dunque una collaborazione tra certe forme del mondo fisico e la nostra immaginazione: una montagna della mente”.

Valeva la pena ristampare questo libro? Sì, è scritto con una chiarezza e una fluidità che lo rendono davvero godibile. Ecco, il termine fluido è il più adatto a rendere il senso del suo stile, veloce e cangiante come un torrente tra le rocce. Se il lettore ama le montagne, la natura e la storia, l’esperienza di leggerlo lascerà il segno. Ottima la traduzione di Paola Mazzarelli (la stessa dell’edizione precedente), a mio avviso molto più in sintonia con la scorrevole prosa dell’autore rispetto a quella degli altri due libri Einaudi.

Macfarlane non è solo uno scrittore, ha iniziato a praticare l’alpinismo sin dall’adolescenza, collabora con la BBC e The Guardian, forse il più autorevole quotidiano britannico, e insegna letteratura presso l’Università di Cambridge.

 

In tutti i suoi libri racconta la storia delle montagne e i riflessi sulla cultura europea. Rievoca grandi imprese alpinistiche ma anche le imprevedibili avventure sulle cime di Samuel Coleridge, scoperte scientifiche e capolavori letterari legati alle vette, e avventure personali narrate con mano abile. Nel capitolo La ricerca della paura, descrive il piacere irrazionale di mettere a repentaglio la propria vita, “quell’inversione della gravità che avviene nell’alpinismo”, “la forza di attrazione che ci attira verso l’alto”. Non si addentra in interpretazioni psicologiche, racconta questa ossessione della mente, a volte fruttifera di conquiste memorabili, altre volte vana distruzione di vite umane.

Macfarlane, mentre scrive questo primo libro, ha 26 anni, e dichiara di non voler più compiere salite pericolose che necessitino di corde e attrezzature. Spiega che preferisce salire montagne e ammirarne la bellezza senza correre troppi rischi. “Oggi sono quasi certo che non vi sia nulla di intrinsecamente nobile nella morte in montagna, che anzi sia quasi sempre uno spreco atroce. Per quanto mi riguarda, ho smesso da tempo di rischiare. Di rado mi avventuro in imprese che richiedono la sicurezza della corda. (…) Oggi per me il fascino delle montagne risiede più nella bellezza che nel rischio, più nella gioia che nella paura, più nello stupore che nel dolore, più nella vita che nella morte”. 

 

 


Alcuni aneddoti tra montagna e letteratura risultano ormai arcinoti, come quello di Petrarca e del Monte Ventoux (ma lo era meno nel 2003), altri invece sorprendono, come le disavventure di Samuel Coleridge in montagna, il grande poeta inglese noto in Italia soprattutto per La ballata del vecchio marinaio. Coleridge aveva la curiosa abitudine, una volta arrivato in cima, di scendere non per una via studiata e valutata in precedenza, ma lungo la prima individuata e immaginata possibile. E così, Il “2 agosto 1802 quel gioco mette Coleridge nei guai. È salito sullo Scafell, una cima del Lake District che con i suoi 973 metri è la seconda montagna dell’Inghilterra. Si tratta di un picco roccioso di tutto rispetto, temibile se lo si prende dalla parte sbagliata”. La montagna è una ripida scalinata di placche rocciose e di cenge inclinate. Coleridge inizia a scendere saltando una dopo l’altra varie placche ma a un certo punto è bloccato: “si trova su un’ampia cengia rocciosa, con una parete liscia e assolutamente impercorribile alle spalle. Il vento comincia a fischiargli nelle orecchie. Sotto di lui un salto di circa quattro metri porta a una cengia così esigua «che se avessi saltato, sarei senz’altro caduto indietro, ammazzandomi». Che fare? Non v’è dubbio che nessun altro avrebbe fatto quello che fa Coleridge”. Naturalmente non toglierò al lettore il gusto di scoprire come va a finire.

 

Macfarlane sa essere coinvolgente anche quando illustra una materia complessa come la geologia: “Negli anni Venti del secolo scorso, un numero crescente di persone cominciò a considerare le montagne come una sorta di biblioteca pubblica dove si potevano consultare gli archivi della terra, un grande libro della terra in cui si poteva leggere la storia del globo”. Quando poi porta il lettore nel mondo dei grandi ghiacciai, riesce a coglierne e descriverne l’essenza in poche frasi: “A prima vista i ghiacciai appaiono privi di vita e di interesse, affascinanti solo per le loro caratteristiche di vuoto e di desolazione. (…) Ma come i deserti, si aprono a chi li guarda con attenzione. Eraclito diceva che non si può entrare due volte nello stesso fiume. Se si fosse spinto a latitudini più settentrionali, avrebbe detto la stessa cosa anche dei ghiacciai. Il ghiaccio sta in quel paradosso: un immobile fluire”. 

 

Lo scrittore inglese è l’amico che molti di noi vorrebbero come compagno di salite o di viaggi, regge la fatica e la tensione, smussa con ironia le difficoltà senza mai sottovalutarle, unisce conoscenze da naturalista a una vasta cultura umanistica. Le sue avventure ad alta quota, a volte disavventure, intersecano con discrezione la grande storia delle montagne. Mai si arrischia a elargire le pesanti riflessioni sul senso della vita che appesantiscono alcuni libri, anche belli, di alpinismo e di viaggi. Il suo senso dell’ironia lo tiene lontano sia dalla retorica sia dal narcisismo, non si perde quindi in banalità minimalistiche, racconta di sé solo ciò che vale la pena di essere raccontato: la caduta in un crepaccio e la paura di sprofondare senza rimedio, una valanga di pietre e macigni da cui si salva per mera fortuna, il freddo e il silenzio di certe cime. 

Di Macfarlane consiglio di leggere anche la prefazione, del 2011, a La montagna vivente della scrittrice scozzese Nan Shepherd, un libro interamente dedicato ai monti Cairngorm, freddo e selvaggio gruppo montuoso della Scozia nordorientale. Lo scrittore conosce bene quei luoghi: lassù vivevano i suoi nonni, in un cottage immerso nella foresta, e proprio tra quelle montagne iniziarono le sue esplorazioni e salite. Fu il nonno, appassionato alpinista a trasmettergli l’amore per le terre alte. È quindi con intensa empatia che, nella prefazione, Macfarlane ci introduce a quei monti e al libro che più di ogni altro ha saputo descriverli e raccontarli.

 

 


Anche in Italia abbiamo una tradizione di saggistica di montagna e di viaggi; pochi tra gli autori viventi (mi vengono in mente Marco Albino Ferrari, Enrico Camanni e Franco Brevini) mi pare riescano a tenere in un equilibrio altrettanto fluido e interessante, esperienze personali di alpinismo e nozioni storiche, letterarie e naturali. Qualcuno di recente è arrivato perfino a saccheggiare temi e citazioni del libro di Macfarlane, ma la modestia di stile e di cultura ha reso incerti e scolastici i tentativi di imitazione. 

La conoscenza diretta di libri, montagne e sentieri, è per Macfarlane un presupposto necessario del suo mestiere di scrittore. Prima di scrivere il precedente Le antiche vie. Un elogio del camminare, ha percorso a piedi quasi duemila chilometri di antiche vie, realizzando un vero e proprio elogio all’uomo che cammina, che impara ad osservare e a riflettere: “Camminare per favorire la vista e il pensiero, per attraversare gli spazi, per sentire, per essere, per conoscere”. 

Un tempo nelle nostre case c’era l’abitudine di tenere un mappamondo. Tanti ragazzi in una pausa dallo studio o dopo aver letto un libro di Conrad o Stevenson, lo facevano girare con un tocco della mano, cercando terre e mari lontani. Nei nostri giorni il web e mezzi di comunicazione ci fanno immaginare di aver visto tutto, l’aspirazione a un’illusoria sicurezza dietro ai nostri muri e confini sembra prevalere sul desiderio di avventura e di conoscenza. E nelle case non ci sono più mappamondi. Viene in mente la poesia di Herman Melville dedicata a Ned Bunn: “Dov’è il mondo che girammo Ned Bunn? C’erano anfratti ricchi d’ombre, inviolati dai vecchi viaggiatori, prima che qualcuno li viaggiasse per affari. A noi vecchi ragazzi viene da pensare: esplorammo un mondo che i giovani non potranno più esplorare”. 

 

Macfarlane recupera per noi lettori il respiro dell’avventura, quella raggiungibile da molti, da chiunque abbia uno zaino, buoni scarponi e un cuore giovane. Lo fa con ironia, accompagnandoci nel saperne di più, pagina dopo pagina, e augurandoci buon viaggio quando il libro finisce di farci compagnia.

 

Bibliografia dei libri e testi di Robert Macfarlane pubblicati in Italia:

 

Le antiche vie. Un elogio del camminare, Einaudi 2018

Introduzione a Nan Sheperd, La montagna vivente, di Nan Shepherd, Ponte alle Grazie-CAI, 2018

Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste, Einaudi 2019

Montagne della mente. Storia di una passione, Einaudi 2020 (edito nel 2005 da Mondadori con il titolo Come le montagne conquistarono gli uomini).

 

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