Lili Elbe

The Danish Girl è un romanzo di David Ebershoff, uscito in Italia per la prima volta da Guanda nel 2001 e ora riproposto da Giunti (pp. 368, € 18), dopo l’uscita del film omonimo, diretto, senza vigore, da Tom Hooper, protagonisti Eddie Redmaine e Alicia Vikander. In entrambi i casi al centro è la vicenda di Lili Elbe,  prima transessuale, eroina e martire del cambiamento chirurgico, che negli anni ’30 affrontò una pionieristica serie di interventi, che la portarono alla mutazione di sesso e alla morte prematura. Il ritorno di interesse intorno alla vicenda ha prodotto la prima, notevolissima e iperdocumentata, mostra completa al Museo Arken, vicino a Copenhaghen, di Gerda Wegener (1885-1940), la moglie di Einar (1882-1931), poi diventata Lili, che fu determinante nella transizione del marito. Una coppia di artisti, lui dedito al paesaggio danese, indagato con una attenzione minima alle trascolorazioni di luce (qualche sua opera è presente in mostra), lei invece maestra da subito dell’illustrazione. Il successo lo ebbe il consorte in patria, mentre lei veniva ritenuta troppo estrema, osée nelle sue illustrazioni di belle signorine (s)vestite all’ultima moda che si davano a flirt occasionali, senza disdegnare occasionali  round saffici. Per lei il riconoscimento venne da Londra, dove “The Studio”, rivista prestigiosa,  le pubblicò delle tavole, e poi da Parigi dove i due si stabilirono a ridosso della Prima Guerra Mondiale.

 

 

La fama dell’artista fu incentrata su immagini dalla forte accensione erotica, dove interprete unica e principale era Lili, ossia suo marito, in diversi costumi o anche in versione nude look. Centrali, in questa loro avventura estetica e esistenziale, furono le signore dello spettacolo, amiche e complici, prestando abiti, accessori e abbigliamenti. Figure come l’attrice Elna Tegner e la danzatrice Ulla Poulsen, étoile, ritratta da Gerda raggiante in tutù nella sua celebre performance in Chopiniana. Insomma, un progetto di body art estrema ante litteram, in cui l’arte vaticinava quello che la scienza non poteva ancora realizzare. Il successo della coppia, segnalata per l’eccentricità nel mondo artistico, fu radicato nella comunità bohèmienne che in estate fuggiva la Rive Gauche per recarsi a Beaugency sulla Loira, buen retiro a cui Gerda dedica più di una tela. Lili (la cui identità era ovviamente celata al grande pubblico e presentata come cugina di Einar) riuscì perfino ad affermarsi nella iperconservatrice Danimarca, per una via che spesso ha permesso l’esistenza di persone che rifiutavano la propria identità, quando la loro esistenza era negata dalla società anche solo in via ipotetica. La moda, come sempre, approfittò spesso della silhouette di Lili, come dimostrano le copertine di riviste danesi di vestiti e cosmetica: “Vore Damer”, “Fru Martins Magasin”, “Berlingske Sondag”, come anche su molte popolari testate di costume parigine, tra cui “La Baïon-nette” e “Fantasio”.

 

La maschera e il volto sono un tema ricorrente quasi ossessivo nelle tavole di Gerda, non per caso nella pubblicità per la crema di bellezza Teindelys, una signora si toglie la vecchia pelle piena di rughe, per ritrovare il volto bello e fresco della giovinezza. Einar e Gerda a Parigi era infaticabili: erano in tutti i caffè alla moda, frequentavano con dedizione le feste di Carnevale, gettonatissime dalla comunità gay, in cui Lili provava look sempre più arrischiati (come in una foto notevole insieme all’amica Elna Tegner), definendosi come cocotte, signora dell’harem, donna fatale dalle chiare risonanze cinematografiche, e comparivano, in versione stilizzata, anche nelle belle vetrate dèco della boutique parigina L’Acropole. I due andavano anche a Capri ( di questo luogo, meta favorita della comunità gay-lesbica tra le due guerre, come ricostruiscono la vita in chiave ironica i romanzi di Compton Mackenzie,  Le vestali del fuoco e Donne straordinarie, in uscita a breve in una nuova edizione da Sonzogno), che fa da sfondo a varie immagini. In un solo caso, in un quadro del 1927, Lili compare insieme a Einar: è una tela dall’impianto fortemente geometrizzato, in cui la nuova creatura femminile, nuda con un fiore portato alle narici, compare insieme al pittore, di fronte al cavalletto, che ha indosso una camicia rosa, e un gran cappello di paglia dello stesso colore.

 

Dopo molti anni di mostre insieme, in Francia e in Danimarca, mentre la République acquistava le prime tele di Gerda, Einar prese la decisione definitiva: a cinquant’anni, quando il sogno dell’arte per la prima volta poté avere una realizzazione scientifica, si affidò al dottor Kurt Warnekros, che operava al reparto ginecologico della clinica municipale di Dresda, e con la consulenza di Magnus Hirschfeld, tra i primi studiosi moderni del concetto di genere e simbolo del mondo omosessuale tedesco, affrontò una serie di operazioni (tra le prime al mondo) per cambiare sesso ed avere impiantato l’utero, sognando di potere avere un figlio sempre desiderato. In Danimarca esplose il caso Lili, il re di Danimarca sciolse il matrimonio, Lili (nel frattempo diventata all’anagrafe, tra le sue lacrime di gioia, tale anche per la legge, completando il suo nome con Ilse Elvenes) trovò lavoro in una boutique di Copenhaghen, dove raccontava alle signore i segreti delle eleganze parigine. Einar era morto per sempre: rifiutò di vedere anche i dipinti che aveva realizzato in tutta la vita e rilasciò un' intervista al diffuso quotidiano “Politiken”, dichiarando che non avrebbe mai più preso il pennello in mano.

 

Nel 1931 Lili morì, per le complicanze dell’ultima e più estrema operazione: un anno dopo uscì un libro, in tedesco e inglese, dal titolo Lily Elbe’s Diary, notevolissimo, e che varrebbe davvero la pubblicazione anche da noi, in cui il giornalista Ernst Harthen (che però, data la “scandalosità” del tema, si firmava con uno pseudonimo), presentava i diari e le lettere della transizione. Questa vicenda marchiò a fuoco tutti i suoi protagonisti: il dottor Warnekros all’avvento del Nazismo, fece sparire tutti i documenti delle sue sperimentazioni chirurgiche e passò di corsa al servizio del Reich, Gerda sposò l’italiano Fernardo Porta, ufficiale, e con lui visse tre anni a Marrakech, prima di divorziare. Senza Lili la sua arte perdeva vigore, il gioco meraviglioso che aveva creato con Einar era sparito per sempre, la sua fama diminuì fino a scomparire, rimase solo quella dello scandalo, su cui i giornali danesi avevano a lungo ricamato. Morì povera, in solitudine, a Copenhaghen nel cupo tempo di guerra, nel 1940; la prima mostra retrospettiva a lei dedicata, prima di questa, davvero eccellente al Museo Arken, fu soltanto nel 1993, al Museo della Donna di Aarhus.

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