Migranti

Alterno due libri nella lettura: Passare a ogni costo, di Georges Didi-Huberman e Niki Giannari, per l’editore Casagrande di Bellinzona, Svizzera, e Considerare. Migranti, forme di vita, di Marielle Macé, per Metauro di Pesaro. Forse, per scrivere certe cose, bisogna passare per la sensibilità di un’editoria inusuale, marginale, ma ancora viva, un’editoria della differenza. Sono due opere di sguardo diverso sugli insediamenti migratori, non politico, non indignato, piuttosto uno sguardo poetico, descrittivo, di stile gioioso, nonostante la pesantezza della questione. 

Il testo di Niki Giannari, seguito da uno scritto di Georges Didi-Huberman e quello di Marielle Macé hanno il dono di raccontare i margini delle cose, ma anche di scrivere che i margini non sono nel linguaggio, sono margini nella relazione tra i corpi e la terra. Entrambi si muovono tra il racconto, la poesia e il saggio.

 

La terra di Libia, la terra di Parigi. Terra araba e terra europea: le due grandi potenze coloniali che hanno devastato l’Africa. Sappiamo quel che accade in Libia, in Siria, sappiamo delle torture, degli omicidi, delle schiavitù libiche. Sappiamo meno intorno a quel che accade in altri paesi arabi. Per ragioni di califfato, di alleanze militari e di petrolio, le nefandezze vengono tenute semi-nascoste.

In questi anni, ho incontrato giovani uomini che chiedono asilo, provengono dall’Africa e dall’Asia. Gli africani vengono da Nigeria, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, parlano le lingue dei loro popoli – Malinké, Youruba, Poular, Igbo –, lingue veicolari – Pidgin, Creole, Swahili – e la lingua coloniale – Inglese, Francese, Arabo. 

 

La sala etnoclinica è una Babele. Siamo collocati in uno spazio liminare, ci è concesso una sorta di garage, la mattina fino all’una e mezzo. Nel pomeriggio altri richiedenti asilo arrivano a pranzare e usano lo spazio per lavare i panni. Poi, dopo i primi due anni, cominciamo a vedere le donne. 

Gli uomini hanno dolori che la medicina non rileva, visioni che la psichiatria non decodifica. Le donne sono arrabbiate, furenti, ce l’hannio con noi, costringendoci a stare dalla loro parte fino in fondo, prima di fidarsi. 

Le donne vengono coi bambini, i figli sono sempre presenti, come persone o argomenti. 

Leggere quei libri mi ha ricordato la mia esperienza di incontro e di cura delle relazioni tra “noi” e “loro”, confrontandoci con il loro che siamo noi, dal loro punto di vista, aiutando chi si occupa della “loro accoglienza”.

In entrambi i testi emerge la memoria di Walter Benjamin, ebreo, braccato dai nazisti, morto suicida a Portbou perché non arriva il permesso di entrare in Spagna, giunto in tempo, ma troppo tardi. Un ossimoro.

Mai come adesso riemerge la nostalgia di Walter Benjamin. 

Mi sono domandato perché soprattutto Benjamin. Una vita che, in circostanze storiche differenti, può essere proiettata, come in un gruppo di trasformazioni, sulla vita di ognuno dei richiedenti asilo, che come Benjamin muoiono dentro questo paradosso. Il paradosso di raggiungere le coste e dovere aspettare o essere respinti in terra libica, dove saranno inesorabilmente assassinati per avere cercato di fuggire dalla disumanità.

 

Benjamin ha uno sguardo descrittivo inconfondibile, attraversa le cose, scrive quel che vive fino alla morte. Quando si legge, sembra di attraversare con lui i passaggi, come ci accompagnasse verso quei luoghi; parole che creano immagini, esperienze corporee; tutto insieme, in un’unica disposizione. 

In Benjamin non c’è più antagonismo, è scomparso dopo l’affermazione nazista, siamo al di là dei rapporti di forza, schiacciati da una potenza immensa, abbiamo perso anche il “principio speranza”, caro a un caro amico di Benjamin, Ernst Bloch.

 

 

L’aspetto etico e la descrizione letteraria si mostrano nello stile. Quando scrive, Benjamin sembra continuamente parlare della vita, della sua e degli altri. Scrive della fine della vecchia Europa e ci fa scorgere già l’inevitabile. Ciò che accadrà dopo un nuovo periodo di apparente benessere.

Vecchia Europa, dove i maschi hanno dominato il territorio, torri di guardia circondate da mura, a loro volta circondate da canali, oppure in cima ai dirupi. Nuova Europa dove sono i porti a fungere da mura e i maschi dominano i ministeri e le pratiche di ripudio con arroganza dispotica.  

Benjamin – flâneur, ebreo, fumatore di hashish – trasforma il testo filosofico in poesia, descrive i margini delle cose, le fessure dove si nasconde e si mostra ciò che si intravede, quel che i bambini notano. I bambini che, cocciuti, si consegnano alla vita. I flâneur sono cocciuti, come i bambini, si insediano tra le conversazioni serie degli adulti, e son lì, a esigere il conto.

Bisognerà proteggere i bambini delle famiglie benpensanti da queste cose. Perché anche i bambini si interessano ai margini, alle fenditure, e gli adulti, per proteggerli, urlano contro i nomadi, sputano loro addosso e li prendono a calci. Giannari ripete il monologo di Shylock: Voi, che avete sempre schizzato saliva sulla mia barba, cacciandomi a calci. 

 

Noi, voi, loro, pronomi identitari; svolgono la loro funzione sociale: discriminare.

Loro, i “loro” della comunicazione etnocentrica, sono disdicevoli, hanno ciò che non si può dire ai bambini: la sporcizia, la puzza, il modo di mangiare, l’odore del cibo, l’uso – invero alquanto creativo – di coltivare il basilico nella vasca da bagno, la quantità di figli che partoriscono. Si nascondono nelle periferie: negli appartamenti stile Le Corbusier delle case popolari di Marsiglia e Berlino, allo Zen di Palermo. Ai margini della città, che però si allarga e malgrado l’intenzione dell’urbanista, li include. 

Questo lo stile rizomatico delle due autrici, che si infila nelle pieghe delle città, insieme ai ratti, che c’è sempre stato: nelle banlieue parigine, nelle borgate romane, negli “orti” milanesi, nelle favelas di Rio, a Napoli. E non è questione di chi è arrivato prima. 

Freud nel suo lavoro incompiuto, L’uomo Mosè e la religione monoteista, ricorda come a Colonia – e a Roma – gli ebrei c’erano ben prima dei cristiani. 

Tuttavia la scena, ridicola e tragica, è sempre la stessa, come in Monty Python. Marito: – Questi cattolici irlandesi, trenta figli, fanno l’amore solo per figliare!

 Moglie: – Perché, hanno fatto l’amore trenta volte? Anche noi abbiamo due figli, e infatti l’abbiamo fatto due volte!”.

Però il mormorio contro chi si insedia nei margini è il primo passo, è un diffuso passaparola, come le onde del mare sulla spiaggia, appare e scompare, per poi di nuovo riapparire e di nuovo scomparire. Il mormorio e i margini sono isomorfi. Hanno lo stesso movimento e le stesse caratteristiche dei pogrom. Tanto più si diffondono i pogrom – e i pogrom di Stato in particolare – tanto più cresce l’indifferenza e il consenso.

 

Ma i due testi composti da Macé, Giannari e Didi-Huberman sono lì apposta, chiedono meno indifferenza – forse anche meno indignazione – e più osservazione e partecipazione. Chiedono di sporcarsi un po’ le mani, di prendere posizione, che significa avere accesso a forme diverse della conoscenza delle cose. Meno piazza e manifesti, più presenza nei minuti particolari, meno indignazione e più partecipazione. Si tratta di salire su quelle navi, di entrare in quei garage, per non farli diventare come Garage Olimpo di Marco Bechis, di essere al porto per accogliere i profughi, di essere ai confini per farli passare, per poi proteggerli dalla tracotanza sovranista. Riusciremo? Ce la faremo a ripensare il pensiero di Benjamin? Di pensare il pensiero complesso di Giannari, Macé e Didi-Huberman?

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