Montalbano, siamo!

Ecco una nuova puntata di Montalbano. La stanza viene attraversata da lampi di luce azzurrina, da vecchia Tv con il tubo catodico. In questo caso però, a illuminare le nostre case, sono il mare e il cielo riflessi sulla pietra paglierina di una Sicilia barocca ma aspra, già in odore di Africa. E mentre lo spettatore siede sul suo divano low cost, si ritrova contemporaneamente a sorseggiare un calice di bianco gelido ai tavoli di Enzo ammare, con le onde a pochi metri dai tendoni azzurri mossi dal vento. La cosa ancora più straordinaria è che a Colchester, nella contea dell’Essex, una mia anziana conoscente sta guardando la stessa cosa, magari non la stessa puntata ma la stessa serie, con i sottotitoli in inglese e, tra una cucchiaiata e l’altra di porridge, si siede come noi ai tavoli da Enzo ammare. Su questo non possiamo non interrogarci perché, se un prodotto televisivo italiano, e in particolare il suo protagonista, può piacere contemporaneamente al pubblico italiano, già di per sé composito, e a un ottantenne dell’Essex, ciò vuol dire che possiede qualcosa che travalica i gusti nazionali accedendo a una dimensione molto più vasta.

 

Una convincente ed esaustiva spiegazione di questo successo ce la dà Gianfranco Marrone in un libro intitolato La storia di Montalbano (edizioni Museo Pasqualino 2018) che integra un’analisi del fenomeno, pubblicata dallo stesso Marrone nel 2003, con materiali e riflessioni nuovi. La figura del commissario, già famoso come personaggio letterario presso i cultori dei romanzi di Andrea Camilleri, diventa un vero e proprio “eroe sociosemiotico con la serie televisiva, di quelli che, dice Marrone, perdono l’aggancio ai testi e ai loro autori e cominciano a confondersi con gli oggetti e le persone del mondo dell’esperienza. Ne sanno qualcosa i molti che hanno potuto addirittura dormire nel letto di Montalbano, a Punta Secca, sulla costa ragusana, dato che da anni la famosa casa sul mare del commissario, quando non utilizzata come set della serie, diventa un bed and breakfast a uso dei turisti. Poco più in là, si possono mangiare gli altrettanto famosi arancini in un bar che, naturalmente, si chiama “Gli arancini di Montalbano”. 

 

Con ragionevole spesa, poi, sempre a Punta Secca, chiunque può pasteggiare a un tavolo dello stesso, riconoscibilissimo ristorante in cui abbiamo visto decine di volte il nostro commissario dimenticare le complicate indagini per dedicarsi alla buona cucina siciliana. Insomma, grazie soprattutto alla trasposizione televisiva, questo personaggio è diventato infinitamente più efficace, rispetto a qualsiasi assessore locale o agenzia turistica, nel rilanciare ex novo un’intera zona depressa della Sicilia meridionale e trasformarla in un brand, la “terra di Montalbano”. 

 

Nella parte del libro di Marrone scritta quindici anni fa, il fenomeno che appariva più importante era l’intertesto mediatico. Montalbano circolava in un gran numero di altri testi: versioni radiofoniche, cartoni animati, fumetti di autori diversi, libri-intervista, infiniti articoli giornalistici, siti internet. In realtà, negli anni successivi, fino a oggi, è assolutamente preponderante la versione televisiva, incarnata da Luca Zingaretti, che è un caso molto interessante di “traduzione-tradimento”. Rispetto all’umbratile, baffuto, vecchieggiante Montalbano dei romanzi di Camilleri, questo attore presta al commissario un fisico brevilineo, un cranio rasato, delle gambe stortignaccole ma nonostante questi difetti (che lo rendono più vicino allo spettatore medio italiano) ha un aspetto capace di far sognare le spettatrici italiane di ogni generazione: sorriso accattivante, bei lineamenti, occhi chiari malandrini, e un modo di fare con le donne, fascinoso ma sfuggente, che lo rende una preda irresistibile. 

 

 

Sempre, quando si passa dalle pagine di un romanzo a un adattamento filmico, il regista sceglie per noi l’aspetto che deve aver l’eroe o l’eroina. Come dice Umberto Eco (Dire quasi la stessa cosa, 2003) parlando della trasposizione cinematografica di Ritratto di signora di Henry James, “io rimango libero di immaginare Isabel come la Primavera di Botticelli, come la Fornarina, come una Beatrice di stampo preraffaelita, e persino (de gustibus…) come una madamigella d’Avignone. Invece nel film Isabel è interpretata da Nicole Kidman. Ho la massima ammirazione per questa attrice, che trovo indubbiamente bellissima, ma penso che il film apparirebbe diverso se Isabel avesse il volto di Greta Garbo o le fattezze rubensiane di Mae West.” Nel caso di Montalbano il tradimento è stato evidentemente fruttuoso in termini di gradimento presso il pubblico tanto che, come sottolinea anche Marrone, l’attore non è riuscito più a scrollarsi di dosso il personaggio. Senza contare tutto il contorno di caratteri da commedia dell’arte: il vice Augello, l’ispettore Fazio, il centralinista Catarella, la fidanzata Livia, il medico legale Pasquano, insomma una galleria di tipi che trascende le storie. L’invenzione narrativa infatti, come dice ancora Umberto Eco, è solo una delle componenti della mitopoiesi. Tra gli esempi di Eco, c’è quello del tenente Colombo, le cui storie erano ripetitive al massimo e si conosceva fin dall’inizio l’assassino. Ma il pubblico le seguiva sempre con passione per vedere lui, il tenente dall’occhio di vetro e dal trench smandrappato, muoversi con astuzia attorno l’assassino upperclass di turno e inchiodarlo alle sue responsabilità.

 

Del resto, la feconda continuità fra gli studi Eco e quelli di Marrone per quanto riguarda questi eroi massmediatici è confermata dalla recentissima ripubblicazione degli scritti di Eco sulla televisione, e curati non a caso proprio da Gianfranco Marrone (Sulla televisione. Scritti 1956-2015, La nave di Teseo, 2018; cfr. anche in Doppiozero, Gianfranco Marrone, Intervista impossibile Umberto Eco). L’esempio di Colombo, anche qui contenuto, è forse quello più paragonabile, nella storia recente dei telefilm, al caso Montalbano. Come si è già accennato, anche il nostro Salvo, pur nelle attraenti vesti di Zingaretti, è un eroe tutt’altro che perfetto. Le rassegne stampa riportate da Marrone ci mostrano come il pubblico percepisca questo personaggio come un uomo dalle molte sfaccettature, a volte contraddittorie: “Macho, rude ma agnellino con le donne”, “un uomo ma non un macho”, “un protagonista ma non un vincente”, “problematico ma amante delle cose semplici, “riflette sulle passioni ma cerca di capirne le ragioni”, “focoso e passionale ma anche negoziatore e calcolatore”, “simpatico ma burbero”, “affronta il mondo con feroce tenerezza”, “meditabondo, cupo, introspettivo ma anche strepitosamente allegro, ironico e tagliente”, ecc. ecc. Insomma, conclude Marrone, un uomo-ossimoro, “che vive le passioni, le crisi, le debolezze e gli eroismi, le contraddizioni e le rivincite della gente comune” (p. 87). 

 

Nelle analisi contenute in questo libro, della cui ricchezza e precisione non posso dar conto qui, ma che indico come imprescindibili per chiunque voglia cimentarsi nell’analisi seria di una fiction televisiva, Marrone indaga anche le motivazioni profonde dell’agire di Montalbano. Esse non sono legate ai valori formali della legalità ma a quelli di una giustizia più umana, fondata sui sentimenti delle persone coinvolte. Quindi, pur perseguendo i criminali, quelli che infrangono la legge, Montalbano cerca soprattutto di combattere i cattivi, cioè quelli che sopraffanno i deboli. Si tratta, come si vede, di figure archetipiche, che ritroviamo anche nella cronaca più recente, se pensiamo al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, forse non perfettamente in regola con le procedure, ma animato da un profondo anelito umanitario. 

 

Il Montalbano di Alberto Sironi, che firma la regia delle serie dalla fine degli anni Novanta, mantiene le sue radici nell’opera di Camilleri ma, come anticipato, se ne emancipa per quanto riguarda gli aspetti più crepuscolari, che non avrebbero probabilmente incontrato un successo così vasto. L’eroe dei romanzi di Camilleri infatti è un uomo in declino, depresso, che vive in una Sicilia descritta come degradata dal crimine e dagli abusi edilizi. Paradossalmente, più che a Montalbano, assomiglia ai protagonisti di polizieschi televisivi attuali come I bastardi di Pizzo Falcone, con Alessandro Gassman, e Rocco Schiavone, con Marco Giallini, eroi esistenzialmente più spiegazzati e sofferenti rispetto al Salvo Montalbano di Zingaretti. Quest’ultimo infatti, a parte qualche parentesi più introspettiva, sembra sempre al centro di quello che uno psicoanalista un po’ pop definirebbe un tourbillon libidico: fisico super tonico spesso inquadrato a torso nudo, cibo, vino, donne che tentano di sedurlo (e spesso ci riescono), paesaggi struggenti, esotici, dove il degrado paesaggistico quasi non esiste e, dice Marrone, “avviene la costruzione mediatica di un ‘senso del luogo’ che potremmo definire mitologico, sganciato cioè da ogni imperativo rappresentazionale ma comunque produttore di significazione” (p. 180)

A mio avviso, il successo straordinario della serie ha portato, negli anni, a enfatizzare aspetti più commerciali, più attenti al gradimento del pubblico. Nelle ultime tre, quattro stagioni, le vittime sono quasi sempre giovani donne bellissime, di cui vengono mostrati con dovizia di particolari i corpi discinti e martoriati. Anche i resoconti autoptici del medico legale sono ricchi, in questi casi, di particolari macabri e scabrosi, come nella più deleteria cronaca nera dei nostri giornali quando si tratta dell’assassinio di ragazze. 

 

Dove porterà questa tendenza? Non lo sappiamo. Nel frattempo, stagione dopo stagione, vedremo invecchiare il nostro eroe, poiché i miti non tramontano ma gli attori in carne e ossa sì. E tuttavia, grazie alle infinite repliche (seguite ogni volta da milioni di telespettatori), Montalbano si ritroverà sempre un doppio corpo, come i re studiati da Ernst Kantorowicz: quello caduco di Luca Zingaretti e quello televisivo, eterno, che solcherà per noi il Mediterraneo con bracciate immutabilmente vigorose. 

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