Naomi Klein, Il mondo in fiamme

Fra tutti gli scenari possibili che ci aspettano da qui ai prossimi anni, il più improbabile, quello veramente fantascientifico, è che i pochi potenti della terra improvvisamente cambino atteggiamento e decidano di perdere potere e denaro in favore del resto dell’umanità. Nei fatti, questa è l’unica possibilità reale che la specie chiamata Homo Sapiens ha di evitare l’estinzione. Eppure è proprio questo lo scenario che spera di raggiungere chi da decenni si occupa e preoccupa delle magnifiche sorti e progressive dei Sapiens. Fra questi, una figura ben nota internazionalmente è Naomi Klein, autrice del best seller No logo che tanto scompiglio portò fra le agenzie di comunicazione nel 2000 e che ora esce con Il mondo in fiamme, contro il capitalismo per salvare il clima, uscito nel 2019 e prontamente pubblicato in Italia da Feltrinelli a settembre. 

 

Che ci sia un rapporto diretto tra il metodo di produzione industriale e il deterioramento dell’ambiente in cui possiamo vivere, inscindibile dal deterioramento sociale e culturale, è ormai un dato dimostrato. Poi possiamo chiamarlo come vogliamo: capitalismo, neoliberismo, colonialismo, a ogni tempo la sua definizione. Ultimamente quella più in voga è neoliberismo, ma in sostanza si tratta sempre di varianti del vecchio metodo di accaparramento di qualsiasi tipo di risorse da parte di pochi individui. Il dato nuovo è che da qualche anno pressoché tutti gli analisti che affrontano il tema dell’ambiente in maniera approfondita e con ricerche serie e documentate, da qualsiasi punto di vista o disciplina partano, arrivano tutti alle medesime conclusioni. Ciò che sta uccidendo il nostro spazio vitale su questo pianeta è il sistema a cui abbiamo delegato la produzione e lo sviluppo della nostra esistenza dalla fine del Settecento in avanti: il sistema industriale e l’ideologia che lo sostiene. Non è possibile alcun cambiamento reale se non si cambia il sistema. Punto. Questo è il vero problema, è inutile e dannoso girarci intorno. Inutile perché tutte le altre soluzioni sono palliativi, dannoso perché qualsiasi altro tentativo si trasforma in una nuova arma per lo stesso sistema, abilissimo a trovare modi per ricavare profitto anche dall’apocalisse da lui stesso provocata, come di fatto sta accadendo oggi con le sue ignobili maschere greenwashing

 

Quando nel 1962 Rachel Carson fece uscire il suo Primavera silenziosa, la reazione del sistema fu immediata e costituì uno dei primi copioni che da allora si ripetono puntuali ogni volta che qualcuno mette in pericolo la quantità di guadagni fatti sulla pelle di altre persone. Come sappiamo, il copione prevede nell’ordine: lo screditamento di chi parla, la ridicolizzazione delle sue tesi, il coinvolgimento di un sedicente esperto che dica il contrario, uno scenario catastrofico sempre in termini di perdita economica e di posti di lavoro. Primavera silenziosa è da molti considerato come una delle prime denunce ambientaliste, si concentrava sui danni causati dall’uso indiscriminato di pesticidi in agricoltura e ebbe un successo tale che i produttori non riuscirono a ignorarlo e scatenarono l’offensiva. Puntualmente e dimostrando una scarsissima fantasia, lo stesso copione viene applicato in questi giorni nei confronti di un’altra rompiscatole, per di più adolescente, Greta Thunberg. C’è però una differenza sostanziale. Nel 1962 l’appello di Rachel Carson venne in parte ascoltato e dieci anni dopo, nel 1972, l’uso del DDT venne vietato. La differenza sta nel fatto che oggi non possiamo permetterci di aspettare altri dieci anni. Naomi Klein individua nella fine degli anni Ottanta il momento in cui era possibile invertire la rotta e cominciare a muoversi in una direzione che avrebbe salvato capra e cavoli, in questo caso, uomini e capitali. 

 

 

1988. James Hansen, astrofisico e climatologo statunitense a capo di un dipartimento della NASA che si occupa di scienze della terra, lancia l’ennesimo allarme dimostrando, dati alla mano e come altri prima di lui, che l’attività umana provoca il riscaldamento generale dell’intero pianeta. Nello stesso anno centinaia di scienziati si riuniscono in una storica Conferenza mondiale sul cambiamento atmosferico a Toronto e si tiene la prima riunione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, da allora conosciuto con la sigla IPCC. Il tema del cambio di clima globale dovuto all’azione dell’uomo diventa popolare, il Times invece dell’uomo dell’anno, dedica il 1988 al “Pianeta dell’anno: la Terra in pericolo”. La consapevolezza c’è, le soluzioni ci sono, ma, aggiunge la Klein, è il momento peggiore possibile. In quello stesso anno Canada e Stati Uniti firmano l’accordo di libero scambio, l’anno successivo crolla il muro di Berlino e gli ideologi della destra lo vedono come una liberazione, la prova della “fine della storia”, rimane in campo una sola ideologia rappresentata in quel momento dalla “ricetta Reagan-Thatcher fatta di privatizzazioni, deregulation e austerity economica” e dalla sua esportazione in ogni angolo del pianeta. “Accettare la sfida del cambiamento climatico avrebbe costretto a imporre rigide regole a chi inquinava mentre intanto si investiva sulla sfera pubblica per trasformare il modo in cui diamo energia alle nostre case, come viviamo nelle nostre città e ci spostiamo. (…) tutto questo avrebbe imposto uno scontro diretto con il progetto neoliberista.”

 

Sono passati trent’anni da allora e nel frattempo il clima è cambiato e non è solo una metafora. Le emissioni di CO2 lungi dal diminuire sono aumentate di oltre il 40%, l’ideologia neoliberista ha impregnato totalmente il pianeta portando fra i risultati anche una progressiva concentrazione del potere economico in sempre meno persone, il divario fra povertà e ricchezza è aumentato smisuratamente e oggi a capo di alcune delle nazioni più potenti del mondo ci sono uomini che fingono di considerare gli argomenti su cui continuano a insistere climatologi e scienziati di varie discipline solo un capriccio da ragazzi, anche perché i ragazzi negli ultimi mesi hanno deciso di iniziare a rompere le scatole. La vicenda di Greta fa venire in mente la nota storia zen del dito e la luna. “Quando il saggio indica la luna, lo sciocco guarda il dito.” Greta, come tutta la comunità scientifica almeno dagli anni Sessanta, sta indicando un problema e ha avuto almeno un risultato, quello di portare quel problema sulla bocca di tutti a livello planetario. Il fatto che molti preferiscano divertirsi a chiacchierare sul dito piuttosto che sul problema è inevitabile. Una volta che un argomento entra nel calderone mediatico, viene trattato come qualsiasi altro e dal 27 settembre 2019, giorno dello sciopero Fridays For Future, l’apocalisse è entrata di diritto nei talk show italiani con la maschera delle parole magiche cambiamenti climatici

 

Visto il copione che segue il sistema da quando esiste, non c’è da stupirsi più di tanto della valanga di odio riversata su chi è sceso in piazza quel giorno. La novità inedita sta nella presenza di ogni fascia d’età possibile con una preponderanza di adolescenti, un fiume che sfugge ad ogni categoria di analisi corrente creando perplessità e fastidio in chi si ostina a voler leggere il reale con categorie che sono state rese improvvisamente obsolete da un’emergenza che ormai sfugge solo a chi ha deciso di non volerla vedere o, peggio, a chi non riesce davvero a vederla e continua a farsi domande ormai prive di senso: dove vanno questi ragazzi? chi li guida? cosa vogliono? ma soprattutto, cosa voteranno? Con una coincidenza che non può non risultare sospetta, immediatamente, questione di ore, qualcuno ha subito tentato di imbrigliare il fiume proponendo di abbassare a sedici anni il diritto al voto. Il problema è che il tema per cui i ragazzi sono scesi in piazza non è un argomento, ma rischia di essere l’Argomento perché oggi, a sessant’anni di distanza dalla Primavera Silenziosa, il tempo è scaduto. Ma per Naomi Klein una speranza ci può ancora essere. 

 

Il libro è una raccolta di articoli che vanno dal giugno 2010 fino all’aprile 2019. Parte con una introduzione di strettissima attualità sul movimento nato dalle proteste di Greta e continua con reportage dallo sversamento di petrolio nel Golfo del Messico all’enciclica di Papa Francesco Laudato Si’, in cui per la prima volta la chiesa cattolica si occupa a fondo dei cambiamenti climatici, passando per le varie battaglie che l’autrice ha condotto sempre in nome di un mondo più equo e sostenibile, fino ad individuare una possibile soluzione nel Green New Deal, un insieme di misure che propone investimenti nelle energie rinnovabili, nell’efficienza energetica, nei trasporti puliti tenendo conto dell’inscindibilità fra il progresso sostenibile e la giustizia sociale, un programma complesso frutto di un lavoro annoso fatto anche con il suo gruppo The Leap, il balzo, che da anni lavora in questa direzione. Il programma del Green New Deal punta l’attenzione anche sulle “misure che separano a forza le crisi ecologiche dai sistemi economici e sociali che le alimentano, cercando all’infinito soluzioni puramente tecnocratiche”, evidenziando come l’insistenza su soluzioni basate esclusivamente sulle tecnologie più o meno avanzate derivino in realtà dalla necessità di non mettere mai in discussione il sistema che le propone. La Klein si sta battendo in questi anni perché il Green New Deal non resti un’idea utopica ma diventi un programma politico sostenuto da forze politiche in particolare negli Stati Uniti. 

 

La verità è che mentre leggevo il suo libro, che può anche essere considerato un utilissimo compendio delle lotte ambientaliste degli ultimi anni, sono stato preso da una profonda malinconia. La passione che anima la Klein è autentica, ma la sua speranza assomiglia al grido disperato di chi non vuole rassegnarsi. Tutte le proposte del Green New Deal sono non solo condivisibili, ma auspicabili e meritevoli di lotta, ma chi, come lei, segue questi temi da decenni, si è visto passare il punto di non ritorno sotto gli occhi già diversi anni fa e spera solo di aver visto male. Forse quello che ci rimane da fare, oltre alla cronaca della fine, è iniziare a immaginare gli scenari possibili per il dopo. 

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