I non-morti e la bellezza

Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio

«Bobbio è il mondo», afferma il conte Basta (Roberto Herlitzka), Dracula nostrano che regge i destini della sonnacchiosa cittadina di provincia in cui il tempo sembra non trascorrere mai.

 

È una battuta con la quale Marco Bellocchio sembra voler ironizzare amaramente sulla propria incapacità di abbandonare una volta per tutte il “natio borgo selvaggio” della Val Trebbia. Non solo perché da una ventina d'anni, ogni estate vi organizza il laboratorio “Fare Cinema” (all'interno del quale questo film ha preso forma), ma soprattutto perché è qui che i suoi umori velenosi e sarcastici sembrano riuscire a coagularsi, a dare nuova linfa al suo cinema. Insomma, se qualcuno pensava che i conti del regista con la città natale si fossero finalmente chiusi con il cechoviano e un po' sottovalutato Sorelle Mai (2010), ha dovuto ricredersi davanti a questo Sangue del mio sangue che, presentato in concorso alla 72ma Mostra del Cinema, ha risollevato un poco il morale dei cinefili presenti al Lido, fiaccati da un'edizione particolarmente sconfortante.

 

 

Nato dal confluire di idee cullate per diversi anni (la vicenda della monaca di Bobbio era stata annunciata già all'indomani di Vincere), Sangue del mio sangue si presenta in certa misura come film “gemello” di Sorelle Mai: entrambe opere “fatte in casa”,  affollate di “facce” bellocchiane (i figli Pier Giorgio e Elena, il fratello Alberto, il mitico Gianni Schicchi); entrambe orgogliosamente, ostentatamente minori, anche nel budget; soprattutto, entrambe caratterizzate da una forte sprezzatura stilistica, che non cerca, come nei film “maggiori”, immagini “forti”, memorabili, ma sembra semplicemente trovarle per caso, strada facendo. D'altra parte quest'ultimo film non ha la crepuscolare leggerezza del suo predecessore, né tantomeno la sua omogeneità. Sangue del mio sangue è infatti un'opera scissa, sdoppiata, che vive di accostamenti imprevedibili e quasi stridenti – di stonature, verrebbe da dire (e confesso di non sapere quanto vi sia di realmente calcolato in tutto ciò).

 

 

Una scissione che si esprime in primo luogo a livello narrativo. Sono due, infatti, le vicende che Bellocchio intreccia nel film: la prima, “seria”, ambientata nel XVII secolo, della monaca Benedetta (Lidiya Liberman), accusata d'essere una strega e per questo sottoposta a una serie di “prove” ordaliche, e di Federico (Pier Giorgio Bellocchio), uomo d'armi impegnato riabilitare il nome del fratello chierico, suicida dopo una vita spesa in odore di santità, pare proprio a causa di Benedetta; la seconda, comico-grottesca, ambientata nell'Italia contemporanea, del citato conte-vampiro che vede il proprio dominio di corruzione e malaffare messo in pericolo dall'arrivo di un sedicente ispettore regionale. La tragedia di ieri si degrada nella farsa di oggi, dunque. Anche se il sospetto è che dai conventi alle conventicole, dagli inquisitori ai potentati locali, ben poco sia cambiato: «Gli italiani di oggi risalgono alla Controriforma», constatava Sartre già nel 1951. Un'Italia barocca, insomma, nella quale ciascuno si ritrova a interpretare una parte sul palcoscenico del mondo.  Accade a Federico, che, ossessionato dalla figura del gemello scomparso, finisce per calarsi letteralmente nei suoi panni, finendo poi per prendere i voti; accade al pazzo (Filippo Timi) costretto per ragioni burocratico-assicurative a fingersi sciancato, per ritrovarsi alla fine “scisso” (di nuovo!) fra i due ruoli, non potendo identificarsi in alcuno dei due; e lo stesso conte Basta è allo stesso tempo né vivo e né morto.

 

 

Tutto è illusione e messinscena, dunque, in questa “società stretta”, eternamente immobile e impermeabile a qualunque cosa accada nel “vasto mondo”: «Eravamo piccoli e chiusi: era il principio vampiresco isolazionista», teorizza il conte-vampiro. A guidarla, secondo il regista, ormai non sono nemmeno i morti (come sosteneva vigorosamente il morto-per-finta Orazio Smamma/Gianni Cavina de Il regista di matrimoni [2006]), bensì addirittura i non-morti, i succhiatori di sangue (forse del “sangue del loro sangue”?) barricati nella penombra dei loro palazzi-prigione a intonare canti alpini, illudendosi di aver congelato il tempo una volta per sempre.

 

Per spezzare quello che ha tutta l'aria di un incantesimo, Bellocchio non crede più nelle parole: anzi, il didascalismo di certi dialoghi contro la famiglia, i padri-vampiri e i figli inetti (che in parecchi a Venezia gli hanno rimproverato), suona quasi come una pernacchia a quei critici che ancora si ostinano a considerarlo il giovane arrabbiato de I pugni in tasca. La salvezza, se esiste, viene dalle immagini. Magari da un'immagine di donna. È proprio davanti alla «bellezza semplice» di una giovane cameriera (Elena Bellocchio) che il vecchio conte si arresta stupefatto: «Ho avuto un sussulto... il desiderio di carezzare, di proteggere... di guardare», confessa. Non è certo un caso, quindi, che Sangue del mio sangue si chiuda proprio con un'immagine di donna. Liberata dopo un quarto di secolo dalla nicchia in cui era stata murata viva dagli inquisitori, novella Gradiva (“colei che risplende nel camminare”, già protagonista di una delle scene più belle de L'ora di religione [2002]), Benedetta riemerge dall'oscurità del suo antro, per affermare una volta di più, con dolcezza e insieme vigorosamente, le ragioni della vita (e della bellezza) su quelle della non-vita.

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