The Outsider, sul lato della paura

Outsider è chi sta fuori dal lato: immobile, o in movimento. Dal febbraio 2020 siamo quasi tutti usciti dai nostri lati di ordinaria percezione, chiudendoci nel vuoto delle nostre case: c’è qualcosa, là fuori. Non aprire quella porta. Siamo nel mood dello storytelling horror, non c’è dubbio; siamo nella paura, più che nell’angoscia, perché ora sappiamo addirittura come è fatto, il nostro piccolissimo killer, sappiamo delle sue puntarelle che si incastrano ben bene nelle nostre cellule e le accoppano. Nella timeline del romanzo The Outsider (2018, tradotto da Luca Briasco per Sperling & Kupfer) si comincia precisamente dallo sbalordimento, dal contrasto irrazionale provocato dalla contemporanea presenza in location lontane dello stesso individuo: questo innesco, che paralizza le indagini di polizia su un orrendo omicidio di un bambino ritrovato sbranato in un parco suburbano, fa accedere a un secondo stadio, quello dello smarrimento. Come è possibile che questo sia accaduto? Come è possibile che videoregistrazioni stradali, DNA, impronte digitali corrispondano? Che due diversi drappelli di testimoni giurino di aver visto lo stesso uomo in due luoghi distanti? Dallo smarrimento si passa all’angoscia, prima che quello che Stephen King definisce “supernatural” grazie alla protagonista Holly Gibney, l’outsider, sveli una sua fisicità naturale. Questa entità, questo “IT” esiste, agisce, contamina e abita un corpo umano ed è capace di controllarne con il ricatto del dolore fisico la volontà della mente. 

 

 

«Holly – ha detto King – è uno dei più  interessantipersonaggi nel mio intero lessico di tanti e tanti personaggi»; la detective privata è già apparsa in qualche romanzo, ed è certo che tornerà in quello che uscirà prossimamente, If it Bleeds. King, che torna attivamente a collaborare come writer in una trasposizione televisiva (produzione HBO disponibile su Sky), ha accettato di vedere la sua bionda caucasica Holly trasformarsi in una afroamericana con lunghi capelli rasta interpretata da Cynthia Erivo. Il suo tratto è autistico, aspie: il suo proteggersi dal rumore del mondo le permette intuizioni collaterali; opera costantemente in isolamento dal contesto che la circonda, e ha un fiuto formidabile, puro, per il completamento del puzzle degli indizi, e per l’esclusione degli errori, dei vicoli ciechi, delle false piste. Nelle varianti tra romanzo e serie tv creata da Richard Price appare un inedito primo atto della catena di inspiegabili infanticidi. Holly incontra in carcere uno degli umani graffiati dall’entità malvagia che progressivamente Holly identifica e poi stana; la ragazza è ispanoamericana, e la svolta nella serie arriva da un colloquio con una volontaria nel carcere, che la invita a casa sua, e le rivela senza esitazioni che dovrebbe trattarsi di El Cuco, l’Uomo Nero, il Boogeyman, quello delle storie che si raccontavano ai bambini per diffidarli dal cercare pericoli andandosene da soli in luoghi deserti, senza la protezione di un adulto. Le fiabe sono dunque vere, e il soprannaturale è naturale, anche se è inspiegabile dalla mente razionale.

 

 

L’angoscia diventa paura, perché ora Holly e l’altro protagonista, il poliziotto di provincia tenace e morale Ralph (interpretato da Ben Mendelsohn) cominciano a collaborare in aspra incompatibilità, finendo per divenire la strana coppia che concluderà la caccia al Cuco. Ora che sappiamo come il demone opera, come contamina, come si installa nella psiche del succube dopo averne graffiato con l’artiglio la pelle, ora che lo intravediamo, e lo sentiamo parlare, siamo entrati nel territorio della paura e del combattimento.

Stephen King è certo un abitatore dell’inconscio collettivo: in certo qual modo ha preconizzato con almeno un anno di anticipo questa nostra contagiosa paura del contagio; sprofondare nel binge watching di Outsider permette una catarsi del presente.

 

Il punto che più educa è lo slittamento tra la percezione del presente del nostro ego, del nostro ambiente umano, e la improvvisa deiezione nell’ineluttabile della morte. Ieri la nostra vita pareva “normale” e “safe”, e oggi la viviamo allucinata, paranormale e “insane”. Quello che ci pareva impossibile rapidamente è reale. La morte che capita agli altri diventa il killer che può prima avvicinarsi, e poi saltare addosso a me. I titoli di testa della serie HBO hanno una grafica che cola sullo schermo un liquame vischioso che allaga, contagia, soffoca. Guardarla nei giorni del virus la rende un diario della nostra realissima psichedelia. Ci sentiamo narrati nella paura che rinchiude e nella necessità di uscire infine allo scoperto per uno scontro finale con il fottuto nemico.

Dentro di noi il sistema immunitario è il nostro angelo, l’outsider pronto a sfidare chi è ci diventato insider; il virus è invisibile come un demone, è il male del tutto naturale nel suo agire biologico, e del tutto soprannaturale nella nostra percezione. Anche qui molti sono morti e altri moriranno: innocenti e cattivi, senza meriti o pene. Anche qui qualche eroe ucciderà l’IT. Anche qui ci rimarrà, dopo i titoli di coda dell’ultimo episodio, il dubbio che forse il Male non sia morto davvero… che forse tornerà, in una prossima stagione...

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