Pier Vittorio Tondelli: lo scrittore e l’icona

A febbraio del 2015 mi trovavo a Correggio per effettuare le prime ricerche nell’archivio di Pier Vittorio Tondelli. Alloggiavo, come da tradizione, nelle camere dell’ostello ricavato da un ex carcere cinquecentesco, proprio accanto al Teatro Asioli e al Palazzo dei Principi. La mia vita da ricercatrice per molti inverni si è svolta nei pochi metri di una sola strada; da quell’alloggio tetro ma economico alla Biblioteca Einaudi, sede del Centro Studi Tondelli, le giornate si ripetevano uguali e lunghissime, con fugaci momenti di scambio con gli avventori del Bar del Teatro, dove mi fermavo per il pranzo. Non conoscevo nessuno eppure tutti sapevano chi fossi, in un modo che è proprio solo dei piccoli centri di provincia. Mi guardavano con sospetto, e quegli sguardi me li sentivo addosso: io ero l’elemento esterno che non sapevano ancora da che parte collocare. 

 

Un giorno si è avvicinato un uomo sulla quarantina, presentandosi come uno degli studenti che Tondelli aveva avuto nella sua classe da catechista, a metà degli anni Settanta. Mi ha detto che gli avevano parlato delle mie ricerche e – sottovoce, come se si trattasse di una losca trattativa – ha aggiunto che aveva delle informazioni che potevano interessarmi. Avrebbe potuto mettermi in contatto con la fidanzata di Tondelli. 

Questo piccolo aneddoto, che per certi versi sembra l’inizio di un romanzo giallo, è in verità particolarmente adatto a raccontare la storia della ricezione dell’opera tondelliana in Italia fin dai primi mesi dalla sua scomparsa prematura nel 1991. 

Studiare Tondelli ancora oggi non significa solo confrontarsi con la sua opera ma è anche principalmente un continuo invischiarsi nella sua vita, nelle testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto, dei suoi amici, dei suoi amanti, di coloro che da lui sono stati scoperti come scrittori. La vita di Tondelli ti viene addosso e cerca di imporsi mentre tu cerchi di studiare la sua opera, ti si attacca sulle mani, sulle pagine, sta lì a gridare di prestarle attenzione, troppo spesso imponendosi proprio su quelle parole che restano scritte sulla pagina in discreto silenzio. 

 

Quanto è importante la vita di un autore nel momento in cui si sta cercando di studiare la sua opera? Quanto l’ossessione per la sua vita rischia di ostacolare l’inserimento di questo autore nel canone letterario? Tali domande sono più che mai fondamentali nell’approcciarsi a uno scrittore come Pier Vittorio Tondelli, ed è proprio la risposta che scegli a collocarti da una parte o dall’altra della barricata. 

 

Sono esistiti ed esistono tutt’ora in Italia due Pier Vittorio Tondelli: uno è lo scrittore di romanzi rivoluzionari come Altri Libertini e Camere Separate, l’altro è l’icona, il personaggio la cui omosessualità per anni è stata rifiutata a Correggio, tanto quanto la sua morte per AIDS. In bilico tra questi due estremi c’è il concittadino famoso accolto a braccia aperte solo dopo che la narrazione di vita e opere è passata per il filtro della critica cattolica. Questa lettura viene raccontata in modo approfondito nel recentissimo saggio di Sciltian Gastaldi, Tondelli: scrittore totale (Pendragon 2021).

 

Lungo tutti gli anni Novanta e soprattutto all’inizio dei Duemila, complice la pubblicazione dell’opera omnia, si è aggiunta alla prima vulgata una nebulosa di scritture che altrove ho definito “di devozione”. Si tratta di testi di testimonianza sulla figura di Tondelli che ambiscono a restituirne un’immagine iconica per il mondo degli emarginati e delle minoranze, a prescindere dall’analisi critica della sua produzione letteraria. Tra queste pubblicazioni si trovano opere nate da un forte slancio emotivo, tangibilmente pregne dell’affetto di amici e lettori, ma ci sono anche titoli mossi da chiari interessi commerciali, che proprio quell’affetto e devozione hanno sfruttato per un tornaconto economico.

 

 

A questi si ascrive un libro come Federica in Cina di Massimo Canalini, pubblicato da Transeuropa nel 2002. Il sottotitolo del libro è Pier Vittorio Tondelli e la sua ragazza, proprio in riferimento alla donna di cui mi aveva parlato l’uomo al Bar del Teatro. I testi-verità come questo appena citato non sono pochi. Lo sciacallaggio intorno allo scrittore di Altri libertini è stato ben descritto in un articolo di "Pangea" del 17 gennaio 2018 (Non possiamo non dirci tondelliani) in cui si denunciava quella che ancora oggi è una vera e propria “agiografia” in cui si avvicendano “ricordi, ricordini, esegeti tutti a mettere le unghie critiche sul cadavere eccellente”. 

 

Ma lasciamo da parte coloro che si appropriano di Tondelli per ricavarne visibilità e facciamoci qualche domanda sull’origine del forte sentimento d’affetto suscitato dallo scrittore in tanti che lo hanno letto, molte volte a discapito di una certa distanza critica dalla sua opera. Da cosa deriva questo atteggiamento che nella storia della letteratura italiana non sembra avere precedenti? 

Ci ho riflettuto a lungo. Il fatto che spesso il Tondelli icona offuschi il Tondelli autore è segno della stanchezza di una comunità specifica di lettori che ancora oggi fatica a vedersi rappresentata e compresa sia dal punto di vista politico che sociale. La vicinanza e la considerazione che l’autore correggese ha dimostrato nei suoi scritti per categorie emarginate come tossicodipendenti e omosessuali, transgender, queer e identità non conformi, ha contribuito a creare legami che vanno ben oltre l’ambito letterario. L’affetto per Tondelli che scavalca la pagina e va dritto all’uomo racconta di un Paese arretrato dal punto di vista dei diritti umani che ha difficoltà a fare i conti con concetti come identità di genere, orientamento sessuale e famiglia, quando non eteronormata. 

 

In ogni caso, il desiderio di trovare rappresentanza culturale e politica – tanto quanto il sentimento di accoglienza e affetto per lo scrittore – non può limitare il discorso della critica letteraria, che deve concentrarsi a considerare il peso specifico di un testo, valorizzandone il grado di invenzione e il suo rapporto con la tradizione. Questo lavoro è stato fatto molto bene, negli anni, da critici come Roberto Carnero (Lo scrittore giovane, Bompiani 2018) ed Enrico Minardi (Pier Vittorio Tondelli, Cadmo 2003) e da alcuni scrittori che in occasione di vari anniversari tondelliani hanno ricordato l’autore correggese per la portata rivoluzionaria della sua letteratura. 

 

Nel 2015, complice l’anniversario dei trent’anni dalla pubblicazione di Rimini, Giorgio Fontana ha osservato su "Internazionale" quanto “l’intuizione di Tondelli” fosse stata anche e soprattutto “di natura linguistica”. Accanto a questa va ricordata anche la sperimentazione sui generi letterari: da Altri libertini (1980) a Camere separate (1989) l’opera tondelliana è stata un susseguirsi di generi reinventati, dal romanzo a episodi al giallo postmoderno, dal romanzo rosa a quello di formazione, tutti piegati sotto la necessità di raccontare mondi e identità inafferrabili attraverso gli schemi tradizionali.

 

Prima ancora, nel 2010, su "minima&moralia" Antonella Lattanzi aveva individuato l’eredità letteraria di Tondelli in una “innovazione consapevole”, che a partire dalla tradizione si è spinta “molto più avanti del proprio piccolo, contingente, asfittico presente”. Anche Lattanzi si riferiva a quell’incursione nel canone volta a giocare con i suoi schemi più rigidi, che è forse la chiave di lettura tondelliana che amo di più. Tondelli per me, ancora oggi, è principalmente questo: un rivoluzionario delle forme.

 

A metà degli anni Ottanta, con gli scritti preparatori al progetto Under 25, la voce dello scrittore si è fatta apertamente impegnata ed è proprio lì che a mio avviso si colloca il punto più incisivo del suo messaggio. L’attacco di Tondelli si rivolge al linguaggio della società di massa italiana, fondato sul parametro della “letterarietà” tipica del lessico scolastico piccolo-borghese. Questa sfida ai codici stilistici può essere interpretata facilmente come una lotta più ampia contro la norma e il normativismo in generale:

 

“Abbiamo bisogno di cambiamenti, ora, nel nostro paese. Abbiamo bisogno di occupazione e di riforme scolastiche. […] Avremmo anche bisogno […] di qualcuno che insegnasse a questi giovani il dissenso […] per difendersi da questo aberrante kitsch nazionale degli anni ottanta” (Under 25: presentazione, in Opere, Vol. II, cit. p. 716.). 

 

Tondelli è un autore che ha vissuto la sua fortuna fuori dal canone per trent’anni, ma con il canone ha in verità intrattenuto un dialogo costante esercitando a tratti dissenso, a tratti affinità ancora tutte da indagare. Nel trentesimo anno dalla sua morte sono state tante le opere e le iniziative che hanno invitato studiosi di letteratura a riconsiderare con la distanza giusta il valore dell’opera tondelliana e proprio grazie a questo lavoro di distanza lo scrittore correggese sta finalmente trovando il suo posto nel canone della nostra letteratura. 

Nel volume Cento anni di letteratura italiana (1910-2010) pubblicato recentemente da Einaudi nella collana Mappe, il curatore Marco A. Bazzocchi ha incluso l’autore di Altri libertini nella sezione dedicata agli anni Ottanta, accanto a Daniele Del Giudice, Umberto Eco, Busi e Tabucchi, tra gli altri. Il titolo del capitolo a lui dedicato è Pier Vittorio Tondelli e le scritture giovanili, e mi sembra importante che in questo contesto sia stato rinnovato il connubio di Tondelli con la giovinezza, senza tuttavia riprendere quell’etichetta di giovane scrittore che tanto gli stava stretta. 

 

La giovinezza è una zona liminale della vita in cui ogni identità esiste in uno stato potenziale. Tondelli ha trasformato il racconto dell’identità alla radice, lo ha fatto introducendo strategie letterarie inclusive e rivoluzionarie volte al superamento di modelli tradizionali che rispecchiavano una visione obsoleta del mondo e dell’individuo. Se da un lato la sua fortuna come icona continuerà a presentarlo quale figura di riferimento nelle rivendicazioni delle identità non-conformi, la letteratura tondelliana verrà studiata per mostrare che sovvertire il canone non solo è possibile, ma sarà sempre necessario per raccontare con esattezza gli universi emotivi che ci portiamo dentro.

 

Non ho mai incontrato la presunta fidanzata di Tondelli. Ancora oggi credo che sarebbe stato del tutto irrilevante per uno studio incentrato sui testi di questo autore. Ogni tanto però mi viene da pensare a quanto il fenomeno tondelliano abbia sconvolto il piccolo centro di Correggio a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, lasciando che lo attraversasse il mondo. La testimonianza è un atteggiamento dei reduci, mi ripeto, e forse certe voci vogliono dire anche questo: che un giorno, per colpa di un libro, il piccolo mondo è esploso e niente è stato più lo stesso.

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