Rafael Alberti: marinaio a terra

La terza edizione di Cremonaletteratura sarà interamente dedicata ad Antonio Tabucchi, e si  terrà sabato 27 e domenica 28 ottobre presso l’Archivio di Stato di Cremona dalle ore 16 alle ore 19,30 (a cura di Giovanni Catelli e del Lyceum Club Internazionale).

 

Una grande testa con una bianca criniera leonina, corpulento, il sorriso largo e un po’ stereotipato alla Vittorio de Sica, cordiale, estroverso, la voce forte: Rafael Alberti me lo ricordo così, quando lo conobbi in quella sua casa di Trastevere che era a metà fra lo studio del bohémien, il salotto intellettuale e il rifugio del poeta in esilio. Era la fine degli anni Sessanta, non ricordo esattamente l’anno, Franco sembrava non dovesse morire più (e infatti lo tennero ancora abbastanza in vita quando era già morto davvero), e il ritorno nella Spagna fascista forse era ormai per Alberti un sogno già abbandonato. Me lo fece conoscere Murilo Mendes, a suo modo un altro esule, anche se il suo era un esilio obliquo e reticente, una scelta più che una costrizione, e che principalmente non aveva alle spalle il trauma di una guerra civile, della scelta delle armi, della persecuzione poliziesca. Alberti e Murilo Mendes erano molto amici: a lungo ho pensato che li unisse la poesia e la complicità degli esuli, e forse lo abbiamo pensato in molti. In seguito credetti che fosse per un altro motivo.

 

Alberti era un uomo solare e spavaldo, vitale, con la consapevolezza di avere ragione; Murilo era timido e introverso, incline alla malinconia, crepuscolare, perseguitato dalla paura di avere paura. Alberti amava Picasso, il fandango, il Romancero e il cubismo di calce dell’Andalusia marinara; Murilo prediligeva l’arte astratta, Mozart e i campi di Castiglia. Nella penna di Murilo c’erano Pascal e Pessoa, forse anche Leopardi e Pirandello; in quella di Alberti c’erano Góngora, García Lorca, un surrealismo adolescente e forse anche un po’ di Hugo. Due persone così fortemente diverse possono diventare con facilità complementari. Pensai che per loro fosse successo così: avevano bisogno l’uno dell’altro.

 

 

La seconda patria

 

Alberti era arrivato in Italia nel 1963, dopo ventiquattro anni di esilio in Argentina. Non si era potuto sottrarre alla feroce diaspora cui il franquismo aveva obbligato una delle più belle generazioni poetiche del Novecento. Hernández era morto in un carcere di Alicante, Machado in una cittadina appena oltre la frontiera francese, Pedro Salinas e Jiménez a Puerto Rico, Moreno Villa, Emilio Prados e Cernuda in Messico. E ne ho rammentato solo alcuni. Lorca, come tutti sanno, era già stato trucidato nella sua Granada. Non mi stupisce che i franchisti non amassero i poeti, e stupisce ancora meno che i poeti non amassero il franchismo. Tutta la generazione di Alberti lo odiò con forza, con ripugnanza. Molti presero le armi. E Alberti era uno di questi.

 

A portarlo in Italia furono le sue origini, il ricordo dei nonni toscani. Forse c’era effettivamente della toscanità in lui, mi piace pensarlo anche se non sono molto incline a credere a queste categorie. Ma a volte si può anche semplificare. Mi riferisco alla sua schiettezza, che spesso si traduceva in una poesia di una sensualità quasi insolente, carnale, con qualcosa di Michelangiolesco; e poi alle sue girandole di fantasia: gli angeli stravaganti e misteriosi come le creature degli affreschi di Fra’ Angelico (Sobre los ángeles, 1927) e quei cavalli maestosi e impossibili come quelli di Paolo Uccello. E in mezzo a tutto questo, quando meno te lo aspetti, la grazia disarmante di un pastello, una vela azzurra, la dolcezza di uno sguardo o di una marina.  Alberti era un marinaio che era rimasto a terra: il bellissimo titolo di uno dei suoi primi e migliori libri di poesia (Marinero en tierra, 1925) lo dichiara con graziosa autoironia. Mi piace immaginarli di Livorno, i suoi nonni italiani, e anche se erano del Monte Amiata non ha nessuna importanza: lui aveva gli occhi chiari, e dentro ci leggevi il mare. Credo anche che fosse testardo, generoso e infantile. E mi piace pensare che anche in questo consistesse la sua toscanità, anche se probabilmente è solo una mia fantasia.

 

La vendetta della vita

 

Ma era proprio così, Rafael Alberti? Ci ripensai quando lo rividi qualche anno più tardi, proprio in Toscana, a Empoli, durante un omaggio che il premio Pozzale-Luigi Russo gli aveva tributato. Era con Maria Teresa León, sua compagna da sempre, con la quale aveva partecipato alla difesa di Madrid. Mi parvero tristi, sconfortati, vecchi. Sapevo che era loro accaduto un fatto crudele che non desidero riferire: una specie di tradimento della vita, come a volte la vita sa fare surrettiziamente, perché la vita a volte è proprio così, crudele e surrettizia. Vederlo in quell’auditorio, lui che un tempo aveva imbracciato il fucile e dichiarato di voler morire “con los sapatos puestos”, con le scarpe ai piedi, mi fece una strana impressione. Perché contro le ideologie si può combattere a viso aperto, ma contro la vita la cosa è più difficile. E ora lui era inchiodato a un ruolo: davanti a un pubblico che vedeva in lui il poeta resistente, che lo premiava soprattutto per il coraggio della sua vita e della sua opera, Alberti era costretto a recitare la sua parte. Mentre invece forse lui e sua moglie avrebbero avuto voglia di togliersi le scarpe, di schermare la luce e di piangere se lo desideravano.

 

Pensai al privilegio degli scrittori che possono farlo e rilessi le sue poesie dell’esilio, che nel frattempo erano uscite anche in traduzione italiana a cura di Sebastiano Grasso (Ritorni del vivo lontano, Guanda 1976). Con una certa meraviglia mi parve di scoprire che una cosa che gli sarebbe accaduta nella vita, una sua privatissima e non confessabile sconfitta, fosse già annunciata in quelle poesie così stoiche e struggenti, intrise di un dolore molto decoroso. E mi parve che quel decoro e quello stoicismo fossero un atteggiamento di riserbo, come quando a un funerale il volto di chi soffre molto assume un aspetto impassibile. Capii che c’erano molte corde nella chitarra di quel marinaio a terra che aveva saputo riprodurre in poesia la luce di Dufy e di Bonnard; c’erano ampie zone d’ombra visitate dal dubbio, e la sua parentela con Murilo era meno antagonica di quanto avevo pensato. Con i versi di Marinero en tierra e di Sobre los ángeles, credo che le poesie dell’esilio siano una delle sue prove migliori: il rovescio della medaglia di un poeta complesso nel quale l’azzurro marino del paesaggio andaluso si è fatto livido e violaceo come nei giorni d’inverno.

 

Recentemente [1983] Alberti ha ricevuto il premio Cervantes per la poesia, che nell’ambito delle lettere di lingua spagnola equivale a una sorta di Nobel. Ho letto sui giornali che nel riceverlo ha pronunciato una delle sue frasi disinvolte e un po’ guascone, per replicare a coloro che volevano attribuire il premio a scrittori più giovani. “Gli altri possono aspettare”, ha detto, “hanno la vita davanti a loro”. Molto saggio, il vecchio Rafael. Lui sapeva che la vita ci spia ad ogni momento e che scrivere, probabilmente, non è soltanto un dono di Dio.

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