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Recensione (con divagazioni) a Silvia Ferrara. La grande invenzione

Philip Roth in Operazione Shylock racconta così il modo in cui a scuola ha scoperto l'alfabeto: «le ventisei coppie asimmetriche suggerivano a un intelligente bambino di cinque anni ogni dualità e corrispondenza che una piccola mente potesse concepire»; «la processione che marciava immobilmente verso la porta dell'aula scolastica costituì una pesca miracolosa associativa di inesauribili proporzioni». Nella forma espositiva didattica e disciplinata che le coppie di lettere assumono sulla lavagna (Aa Bb Cc …) «il fregio dell'alfabeto» appare simile a «figure di profilo, nel modo in cui gli scultori di bassorilievi di Ninive rappresentarono nel 1000 a.C. la caccia reale al leone».

Non è l'unico passo dell'opera di Roth che associa le proprietà pittoriche e la magia ricombinatoria della scrittura alla gioia pura; la forza che deriva dal padroneggiamento del linguaggio è un «piacere corroborante», tale da «espandere così dinamicamente i limiti della coscienza». Non posso omettere come nel passo citato del romanzo compaia una sola, successiva, scoperta capace di competere in forza con la scrittura: il sesso, che per Roth coincide con la fine dell'infanzia.

 

Ho associato istantaneamente questo passo a un saggio recente che con una notevole forma narrativa si concentra proprio sulla magia delle lettere scritte e del suo rapporto di amore con la vita: «la magia sta nell'entrare nella testa di qualcuno che non è lì con voi, che non vi sta parlando, che non vi risponde». A scrivere è Silvia Ferrara, studiosa di lingue antiche e di scritture indecifrate, in La grande invenzione (Feltrinelli 2019): «è una magia imperfetta, perché la comprensione non è istantanea, va interrogata, e c'è margine di errore. Ma è in quel ponderare, in quel “pensarci su” che sta tutta la sua perfezione», continua l'autrice.

 

Il libro di Ferrara regala scoperte intelligenti a ogni pagina ed è in grado di illuminare in modo festoso aspetti culturali e cognitivi di estremo interesse per qualsiasi lettore.

La grande invenzione, come recita il suo sottotitolo, è una Storia del mondo in nove scritture misteriose che colpisce l'immaginazione innanzitutto perché è scritta con lo stile sperimentale e magnetico di una lingua parlata. In estrema sintesi: c'era una volta una bambina affascinata dall'alfabeto e dalle lingue antiche che oggi insegna Filologia e civiltà egee all'università di Bologna e coordina il progetto INSCRIBE (Invention of Scripts and their Beginnings). Un gruppo di ricerca finanziato dall'European Research Council che svolge indagini sull'invenzione della scrittura con metodi di analisi interdisciplinare (linguistica, archeologia, percezione visiva e studi cognitivi, Digital Humanities) per capire «quante volte la scrittura sia stata inventata nella storia del mondo» in un'ottica di cooperazione e di convergenza di intenti tra studiosi. L'esperta di una disciplina tecnica e accademica abbandona qui le regole del gioco della pubblicistica disciplinare universitaria per spiegare in modo brillante e in termini concreti qual è il suo lavoro di ricercatrice e di insegnante. Ci mostra una serie di problemi in un settore che, lungi da essere arcaico, polveroso e noioso, si rivela essere una caleidoscopica Wunderkammer di questioni che chiamano in causa storia, archeologia, antropologia, scienza cognitiva e psicologia evoluzionistica. 

 

 

Il libro in particolare si concentra sulle scritture sconosciute e indecifrate come le quattro dell'area egea (il geroglifico cretese, la lineare A e il cipro-minoico, il disco di Festo), il proto-elamita, la scrittura della valle dell'Indo, quella mesoamericana precedente la scrittura maya, il khipu degli inca (un sistema di nodi fitti e su fili di colori diversi), il rongorongo dell'Isola di Pasqua... C'è poi la storia di scritture e alfabeti noti,  i geroglifici egizi naturalmente, il cuneiforme, così come gli ideogrammi cinesi e la loro evoluzione; ognuno è riportato con naturalezza nella sua rotonda bellezza al contesto del suo uso, diffusione, circolazione, in/decifrazione e di ognuno con disarmante franchezza sono sintetizzati la storia del dibattito, le teorie rivali e lo sviluppo della ricerca nel tempo (il che da solo basterebbe a farne un affascinante romanzo accademico).

 

Ferrara si muove nello spazio geografico in chiave di storia globale della “preistoria” (un termine che non so più cosa voglia dire) e descrive le rune scandinave così come il tifnagh berbero tuareg; dipana il suo discorso lungo l'asse del tempo per presentarci invenzioni individuali come l'alfabeto cherokee (inventato per la preservazione della lingua nativo-americana) e la scrittura pahawh ming (siamo tra Vietnam e Laos a metà del Novecento) o i segni delle tante scritture private e misteriose (il codice segreto di Ildegarda di Bingen e il celebre manoscritto Voynich ad esempio). L'equilibrio punteggiato della scrittura è dunque al centro di un incantevole racconto incardinato nelle tante singole esperienze, di cui ha poco senso dare qui una sintesi, oltre che per l'incompetenza di chi scrive anche per non togliere a nessuno il piacere della scoperta.

 

 

Più interessante per me è far notare come l'autrice spieghi con semplicità questioni di grande complessità e mobiliti punti di vista inconsueti, e tali perché abitualmente dati per scontati e naturalizzati nel paesaggio cognitivo. Si muove esibendo lo scarto tra linguaggio, lingua e scrittura e mostra come nascono, si affermano o si insabbiano le scritture a partire dalle loro caratteristiche (iconicità, sillabacità, sintassi) e all'interno delle società che se ne servono nelle loro tecniche culturali (ripetizione, ridondanza, proliferazione). Utilizzando il caso delle scritture nella storia, Ferrara sintetizza la logica dell'invenzione e le riconnette non tanto alle finalità evolutive di una prospettiva teleologica quanto all'adattamento progressivo e all'adozione di differenti strategie di organizzazione e comunicazione del dato percettivo e mnestico legato a funzioni e esigenze differenti.

 

Liberate dal monistico, deterministico e necessario legame unico con le strutture sociali, politiche ed economiche che le esprimono le scritture possono così brillare nella loro dimensione creativa, spontanea e naturale nei diversi contesti in cui sono utilizzate e si sono trasformate nell'arco di secoli o millenni. In un dialogo serrato e molto operativo, la discussione del nesso tra genesi della scrittura e della statualità chiama in causa e discute le teorie antropologiche sintetizzate e rese note da Jarred Diamond e Juval Harari (e mi ha ricordato anche la riflessione di David Graeber). Come mostrano i diversi casi citati il punto essenziale è come la scrittura, il cui successo storico è anche correlato alla sua adozione politica da parte delle realtà statuali e dalle culture di palazzo, sia in ogni caso eccedente e indipendente rispetto a queste e da riportare primariamente ai tanti fatti sociali che implicano il portare all'esterno una serie complessa di dati espressivi.

 

Questo è soprattutto un libro sulla meraviglia e sulla difficoltà della scoperta, sul piacere e sulla fatica della ricerca scientifica, sul confronto tra teorie e su uomini e donne che sognano di notte il loro lavoro e che è anche una forma di vita, come nella storia della decifrazione della lineare B: il racconto di Alice Kober e Michael Ventris che “dialogano” dai due lati dell'Atlantico è pura poesia. Il decalogo sulla decifrazione delle scritture proposto dall'autrice è, nella sua ironica comicità, un manifesto di onestà intellettuale e umana di rara efficacia.

 

 

Ferrara porta il lettore su temi di fronte ai quali le regole del campo accademico suggeriscono abitualmente di fermarsi. Temi trasversali, universali e generalisti di tale portata di cui il cultore medio di scienze umane o storiche – educato all'autocensura e al conformismo – si trova a dover parlare quasi di nascosto con pochi sodali dello stesso segmento generazionale, in coda a qualche evento destinato ad altri argomenti iper-specializzati e con il rischio di sembrare strambo. Trovano infatti posto considerazioni di tipo neuroscientifico in chiave di Deep history, sul rapporto tra substantia nigra, ipotalamo e amigdala e sul ruolo che possono aver avuto nella poligenesi della spinta antropogenetica alla figurazione e alla scrittura. A dimostrare come le discipline archeologiche siano oggi un'avanguardia nell'interdisciplinarità in un contesto come quello italiano in cui le “due culture”, umanistica e scientifica, sono cresciute separate e rimaste fino a anni recentissimi poco comunicanti.

 

L'invenzione della scrittura è prima di tutto un discorso aperto e appassionato sul significato emotivo che ha avuto il lasciare segni sulle pareti di una grotta paleolitica e, per estensione, farlo oggi su uno dei tanti dispositivi tecnologici tardomoderni. Si tratta di registrare le declinazioni private di simboli condivisi di una intenzionalità collettiva, come ci ha mostrato la contemporanea filosofia della scrittura (penso, ad esempio alle opere di Maurizio Ferraris).

 

Lettere vive, scrive Ferrara, che parlano di essere ricordati, oltre il tempo e l'intenzione immediata. A rischio di prendere una divagazione personale, rischiosa e senza ringhiera, vorrei sottolineare la pregnanza di questa prospettiva nella contemporanea scienza della cultura. Carlo Ginzburg (in Storia notturna) ha definito semiofori quegli «oggetti portatori di significato» i quali «hanno la prerogativa di mettere in comunicazione il visibile con l’invisibile», eventi o persone lontani nello spazio e nel tempo». Così Sapiens userebbe le ossa degli animali uccisi e l’ocra per le sepolture per designare l’assenza, attuando una capacità simbolica di origine biologica. Mettere in comunicazione visibile e invisibile e garantire la continuità culturale dell'eredità della specie oltre la morte individuale sono le funzioni che fondano ogni ulteriore discorso su memoria e immortalità. Thomas Macho (in Morte e lutto nel confronto tra le culture) ha ipotizzato come la storia della rappresentazione inizi con quella della gestione della memoria dei morti e della manipolazione dei corpi e ha visto come la «materialità di ossa e immagini» sia stata «traslata» in quella grafica delle lettere: «la svalutazione delle immagini nel culto mortuario greco ed ebraico cominciò non da ultimo con l'affermarsi dell'alfabeto scritto; [...] furono le iscrizioni sugli ossari o pietre tombali ad assumere la funzione della rappresentazione del defunto». Fino a suggerire che se la progressiva ossificazione della materia organica è parallela alla stilizzazione della memoria nel tempo, in modo analogo la corrispettiva dimensione grafica procede nella direzione della semplificazione che dall'iconicità va verso la forma agile delle lettere e del loro valore fonetico.

 

 

Tornando al dettato del testo, è vertiginoso pensare come la scrittura sia nella storia evolutiva una recentissima e imprevista invenzione verso la quale altre attitudini biologiche sono state riconvertite: in una vera e propria riconfigurazione cognitiva «i nostri neuroni hanno imparato a riciclare parti preposte a captare altro e le hanno usate per captare i segni. Le aree programmate per riconoscere forme e contorni degli oggetti sono state riutilizzate per distinguere le forme dei segni» (Ferrara).

 

Lettere e vita, dunque, all'interno di un rapporto nel quale l'invenzione della scrittura si pone come plesso storico tra la natura e la cultura e produce nuova storia. Nel passo del romanzo con cui ho voluto aprire questo articolo l'incontro del bambino con la scrittura alfabetica – che poi diventerà così familiare da diventare scontata – dischiude il mondo sotto altra luce a chi la scopre, perché ne riorganizza e reindirizza l'esistenza, lo fa culturalmente diventando una nuova natura. Continua Roth, stringendo il giunto tra scrittura e persona nella storia individuale: «tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile».

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