Sade o Masoch? La perversione e l’etica

Che cosa c’entra la perversione con la pratica e l’esercizio della filosofia? Questo volume monografico di aut aut, curato da Federico Leoni con il titolo “Sade e Masoch. Due etiche dell’immanenza”, si pone la domanda e ci offre una possibile risposta. In effetti, soprattutto in Francia a partire dalla seconda metà del Novecento, la filosofia non ha smesso di interrogare, leggere, setacciare i testi e le esperienze di questi due singolari pensatori. Che cosa andavano ricercando Deleuze, Foucault, Lacan, ma anche Barthes, Klossowski, Derrida, Bataille, in quelle che la psicoanalisi ha definito come le due principali figure della perversione: il sadismo e il masochismo? Il volume indaga la questione con un taglio etico, chiedendosi, almeno così Leoni propone agli altri autori invitati a corrispondere a questa provocazione, se e in che termini sia possibile ricavare un’etica dell’immanenza da Sade e Masoch.

 

Perché in fondo, al di là di quello che le perversioni rappresentano per la clinica analitica e non soltanto, si tratta di figure che il soggetto può assumere nell’incontro con l’altro, con il proprio godimento, con la propria vita e così via. Sicché la domanda può diventare, per dirlo ancora più precisamente: quale forma di vita, quale figura esistenziale, quale strategia di godimento Sade e Masoch offrono a noi oggi? Sì, perché si tratta, da come la questione è qui affrontata, di una vera e propria offerta a noi che ci troviamo a vivere nell’epoca in cui Dio è morto: “Se Dio è morto, tutto è permesso. Se Dio è morto, tutto è possibile. Ecco la grande scorciatoia, scrive Leoni, per quanto ammantata di abissale drammaticità. Nichilisti allegri e tristi, postmoderni gaudenti e pensosi reazionari si danno ogni volta appuntamento intorno a questo presunto scatenamento del possibile, ora per denunciarlo ora per esaltarlo”.

 

Opera di Wiebke Käckenmester.


Sade e Masoch non terminano però la loro sfida alla pari. Alla fine ha la meglio senz’altro il masochismo, come figura filosoficamente rilevante e come posizione etica all’altezza del nostro tempo. Certo, bisogna intendersi. Non è qui in gioco l’aspetto clinico, diagnostico o patologico, ma più a fondo la rivelazione che tale figura etica ci offre rispetto ai processi che ci hanno reso quel che siamo e a ciò che ne possiamo fare. Ecco, un’intera generazione di pensatori ha trovato proprio nel masochismo, quello “felice e riuscito della filosofia”, una risposta possibile per due ragioni fondamentali: in primo luogo perché ci insegna che non ci sono le cose, ma l’uso che noi facciamo di esse. È quanto di più sottile possiamo apprendere dalla strategia del feticista: tutti noi sappiamo che per lui non conta tanto la scarpa, il foulard o quant’altro, ma il fatto che sia stato usato e che nell’uso si porti appresso tutto un mondo. È così che impariamo rapidamente che ogni cosa è un segno, ed è per questo che ha valore, per ciascuno di noi. Ma poi, seconda ragione, questo feticismo generalizzato, questo esser-segno di qualsiasi altra cosa, nasconde una struttura complessa, apparentemente paradossale: il feticcio non è carico di attrattiva semplicemente perché fa ricordare la donna desiderata o cose simili; il feticcio deve la sua potenza alla capacità di evocare un insieme, un orizzonte o al limite un ricordo che in realtà non è mai stato. È questa vacuità dell’oggetto-feticcio che conserva effettivamente tutta la sua potenza e il suo fascino: ogni oggetto, come sottolinea Riccardo Panattoni, è feticcio di qualcosa che non è mai stato, e che per questo, propriamente, insiste ogni volta con la forza e il carattere di una costante.

 

E Sade? Sade si perde, in questo percorso, dietro a una fascinazione diremmo ancora metafisica: crede e vuole far credere nell’esistenza di un regno, non più dei cieli, ma naturalistico. In questo senso, certo ha un’etica, quella che prodigiosamente Lacan associa addirittura a Kant. Un’etica, però, che per l'appunto ci spinge a guardare altrove, perdendo di vista gli oggetti con cui ci intratteniamo, spingendoci a ricercare una legge che, per quanto non più divina ma naturale, resta pur sempre trascendente. Invece, la posta in gioco di questo volume è la ricerca di un’etica dell’immanenza, un’etica, cioè, che ci dica qui ed ora come usare gli oggetti che ci stanno a cuore, cosa farcene, in nome di che cosa, e perché. Ma come chiedersi tutto questo senza fare esistere un mondo dietro al mondo, per dirlo con Nietzsche, cioè, in fondo, come continuare a chiedersi che cos’è l’etica nell’epoca in cui Dio è morto, e con lui ogni forma di trascendenza?

 

La via di Masoch interessa la filosofia della seconda metà del Novecento proprio perché opera una sovversione radicale: la costringe a distogliere lo sguardo dal soggetto, che con la sua gloriosa potenza porta in sé la legge morale, per rivolgerla piuttosto ai dettagli dell’oggetto da cui dipende. È una cura degli oggetti quella che la filosofia rintraccia nella figura del masochista, perché, come in fondo la psicoanalisi insegna, è lì che noi riponiamo ciò che più ci sta a cuore. Ma allora perché non dar ragione, più semplicemente, a quanto già ci offre il discorso del capitalista? L’etica dell’immanenza non sarebbe altro che la trasformazione del soggetto libero kantiano in un attento consumatore? A proposito, Masoch ci insegna che c’è oggetto e oggetto, non nel senso valoriale e gerarchico, ma in un senso più sottile: a ben vedere l’oggetto di cui il masochista subisce il magnetismo è un vuoto, “un incavo”, come lo definisce Lacan, che qualsiasi feticcio può andare a occupare, perché quel che conta non è ciò che è, il suo essere, ma il suo contorno. L’etica dell’immanenza diviene così un’etica del margine, del di-segno, del navigare a vista bordeggiando quel vuoto che sta al cuore della nostra esperienza desiderante.

 

Opera di Wiebke Käckenmester.


Ecco allora perché la filosofia ha insistito tanto nell’interrogare questa figura. Non solo per un interesse antropologico ma per un’esigenza che proviene dalla sua stessa vocazione: portare il pensiero ai limiti di quella dicotomica articolazione soggetto/oggetto che informa buona parte del cammino moderno. Pensare o ritornare a pensare l’immanenza, appunto, non sulla base di un orizzonte universale, Dio, la Natura, la Legge, ma a partire dalla singolarità inconfessabile della vita di ciascuno. “L’immanenza: una vita”, come titolava l’ultimo scritto di Deleuze: qui il masochista scopre che la singolarità non è che quel godimento, per dirlo con Lacan, “il cui difetto renderebbe vano l’universo”.

In fondo, se la perversione ha da dirci qualcosa di etico è perché d’un tratto rivela che paradossalmente l’universo, il mondo, l’esperienza si sorreggono su ciò che vi è di più infimo, intrattabile e singolare. Si apre così, come sottolinea Tommaso Tuppini, un vortice in cui gli opposti cominciano a girare insieme. È in questo caos apparente che ci troviamo noi oggi, a dire il vero da un po’ di tempo, quantomeno da quando Nietzsche se ne è accorto. Masoch, ripensato filosoficamente, ci offre uno stile per abitare meglio questo vortice o, come sottolinea anche Silvia Vizzardelli, in fondo per lasciarsi andare a questo movimento, smettendo di trattenerne nevroticamente il processo.

 

Questa è allora un’etica dell’immanenza che riparte dalla singolarità dei corpi e dai loro gesti smedesimati, come evidenzia Gianluca Solla: non più contratti, trattenuti, sofferti tra le maglie della padronanza soggettiva. Un gesto etico che, per dirlo ancora con Nietzsche, diventa di tutti e di nessuno, offrendoci l’occasione, questa volta anche politica, di ripensare daccapo il nostro fare, il nostro modo di abitare il lavoro e il conflitto che inevitabilmente esso porta con sé. Se non è con o contro l’altro che la vera posta in gioco si pone, è perché l’orizzonte decisivo riguarda il rapporto di ciascuno all’oggetto. Attenzione all’uso che ne facciamo e a come, in quell’uso, siamo capaci o meno di rispettarne la vacuità costitutiva: il loro essere, degli oggetti, sempre a disposizione per altri e per un altro uso, cioè per un’altra umanità che non sarà appunto la nostra.

 

E allora, è proprio a partire da quest’altra concezione della politica che psicoanalisi e filosofia possono avviare un nuovo dialogo oggi. Ripartendo proprio dall’orizzonte primordiale in cui il bambino, coi suoi maneggiamenti, disegna l’orlo dell’oggetto eternamente perduto, esattamente come l’adulto, nell’apertura “fabbrile” del masochismo, può ritrovare l’arte felice di disegnare l’accadere dell’esperienza attorno all’oggetto vuoto che la sostiene. In questo rapporto costitutivo all’oggetto, filosofia e psicoanalisi possono rintracciare, come sottolinea ancora Leoni, “la struttura di ogni struttura”. Detto altrimenti, scoprire come si nasce e come sia possibile rinascere ancora.

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