Somiglianze. Una via per la convivenza

La sua battaglia contro l’identità Francesco Remotti l’aveva iniziata nel 1996 con un titolo quanto mai significativo, appunto: Contro l’identità (Laterza), dove metteva in luce l’artificiosità delle costruzioni identitarie, per poi proseguire con la denuncia de L’ossessione identitaria (Laterza) in cui ampliava il discorso e metteva in guardia dalle pratiche, spesso manichee, fondate su questo principio. Tutti e due questi lavori erano fondati più su analisi tese a denunciarne i rischi; con quest’ultima fatica, dal titolo Somiglianze. Una via per la convivenza, Remotti compie un importante passo avanti, scavando fino alle radici del nostro essere. Ed è proprio da questa operazione di scavo, che l’autore ci conduce con un lungo e documentato percorso nei meandri dei bisogni su cui si fondano le identità, mali forse necessari per riuscire a pensarci come gruppo coerente, ma che molto spesso da entità fluide e soggette a cambiamento, si trasformano in fortezze quasi sempre finalizzate a tenere fuori gli altri, a escluderli. Molto spesso, infatti, molte delle identità proposte come “naturali” sono più il prodotto di una avversione comune verso gli altri, che di un reale legame all’interno del gruppo. Un caso a noi vicino, per esempio, come lo slogan “Prima gli italiani”, che si fonda su una presunta spiccata identità italiana, esprime solo la volontà di escludere chi italiano non è, ma non produce nessun rafforzamento delle relazioni interne.

Una chiusura progressiva verso un’identità essenziale, reificata, inamovibile finisce per provocare un forte impoverimento culturale e soprattutto una sempre più ridotta capacità di convivere. Ed è proprio da questa parola “convivenza”, che Remotti parte per lanciare la sua proposta: se l’identità si fonda essenzialmente sulle differenze, perché non provare, invece, a pensare in termini di “somiglianze”? Se riflettiamo, infatti, in natura non esiste identità, nel senso che non esistono due cose identiche, semmai sono simili.

 

L’antropologia ha sempre dedicato particolare attenzione alla nozione di persona e di come essa possa cambiare nelle diverse società umane. In fondo ogni cultura rappresenta se stessa e i suoi componenti nel modo che le è più consono e Remotti mette in luce come la società occidentale abbia dato vita nel tempo (e non da oggi) a una concezione individuale della persona, considerando ogni umano un’entità a sé, atomica, unica e indivisibile. Attingendo dal repertorio etnografico però, scopriamo che non per tutti è così: altre società hanno pensato all’uomo come creatura “composta” da parti diverse. 

Qui Remotti afferra la barra del timone e inizia a sconfinare nei mari della scienza e in particolare della biologia, scoprendo con piacere che le sue intuizioni in campo antropologico sono confermate dalla ricerca scientifica. La biologia, infatti, ha approfondito le relazioni tra l’individuo e il suo ambiente, mettendo in luce come i confini tra i vari organismi siano alquanto porosi e pertanto esista uno scambio costante tra “noi” e ciò che starebbe al di fuori, ma che in realtà sta anche dentro di noi. Scopriamo così che conviviamo con oltre duemila batteri e altri organismi di vario tipo. La pelle, ultimo confine tra noi e il mondo, non è un muro invalicabile. Come forse non lo è nessun altro muro. 

 

 

«Nessun uomo è un’isola» ci ammoniva John Donne e infatti, alla luce di queste riflessioni, dovremmo pensarlo più come un arcipelago. Quell’arcipelago che per Edouard Glissant: «È un grande circolo, che si oppone alla pretesa linearità delle passate forme di conoscenza. Il Mediterraneo è un mare che tende a concentrare. Le forze al suo interno tendono allo stesso ideale, all'esaltazione dell'Uno. Non è un caso se le tre maggiori religioni monoteistiche, cristianesimo, ebraismo e islam, sono nate proprio nell'ambito mediterraneo. Al contrario l’arcipelago è un mondo che divide, il regno della diversità. L'arcipelago disgrega, non concentra». 

Le barriere della diversità sono, secondo Glissant, una delle tante eredità della cultura occidentale e della sua tendenza all'unitarismo a cui contrappone l’indefinitezza come matrice originaria. 

Non più individuo quindi, ma dividuo, divisibile e soggetto a mutazione. Di qui si parte per un nuovo attacco all’identità. Nessuno di noi, infatti, è identico al se stesso di dieci, venti o trent’anni fa. Certo siamo simili a ciò che eravamo, non uguali. “Simili”, ecco la parola chiave, che spiega la coerenza di ogni persona, senza cadere nella trappola identitaria. Ci sono elementi di continuità ed elementi di discontinuità in ciascuno di noi e tra di loro c’è, a tenerli insieme, quella “somiglianza di famiglia” cara a Wittgenstein. Non siamo fatti di identità, ma di somiglianze e somiglianza significa anche di differenza, si porta dietro questo carico, che troppo spesso tendiamo a cancellare. 

 

Non solo, ma se la biologia ci ha dimostrato che in fondo, senza saperlo, conviviamo con migliaia di altre forme di vita, significa che non siamo solo dividui, ma condividui. Questo termine sottolinea l’esigenza della continuità non nell’identità, ma in qualcosa che in qualche modo sta insieme. Ecco la proposta di Remotti per una nuova convivenza, ancora più importante in tempi come i nostri, in cui questa capacità viene sempre meno. Accade perché noi umani, a differenza degli organismi che ospitiamo (o sono loro a ospitarci e a consentirci di vivere?), siamo vittime delle rappresentazioni che noi stessi abbiamo costruito. Impigliati nella ragnatela di simboli che noi stessi abbiamo costruito, come dice Max Weber, finiamo per non vedere ciò che Walt Withman aveva forse intuito quando scriveva: «Sono grande, contengo moltitudini».

Viene da pensare che forse eravamo più saggi quando, per indicare gli altri, usavamo un’espressione purtroppo uscita dal lessico contemporaneo: “i nostri simili”.

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