Oggetti d’infanzia | Fare cuscino

L’infanzia, si sa, è un tempo magico, e raccontare l’infanzia vuol dire anche raccontarne gli oggetti che più l’hanno abitata. Non solo i giocattoli, ma gli oggetti più comuni e quelli più speciali, e magari anche quelli strani di cui ci vergognavamo un po’: tutti sono diventati parte di noi, ci hanno accompagnato nell’età adulta, dimenticati in un angolo della memoria.

 

A quel tempo di meraviglia, di scoperte e paure che è l’infanzia si può a volte tornare grazie a un oggetto qualsiasi, che però, sta qui la magia, era il nostro, e ci spiega chi eravamo, cosa desideravamo e cosa detestavamo, anche. E che forse ci diceva, allora, cose che avremmo poi capito solo molto più tardi, quando di quell’oggetto era rimasto solo un ricordo sfocato.

 



 

Fare cuscino

 

Una platea che manifestava un interesse molto lusinghiero verso quanto avevo da dirle, l’altra notte, ha seguito le mie spiegazioni a proposito di un modo di dire molto diffuso e conosciuto da tutti. Ne avevo appena scoperto io stesso, e con sorpresa, la vera origine. Il modo di dire era: “fare cuscino”. La spiegazione era articolata, e delirante. D’altra parte stavo sognando. Vi dico solo, per non annoiarvi troppo, che alludeva all’usanza di porre sui propri divani cuscini speciali in occasione di grandi esposizioni artistiche. Tipo: al Beaubourg c’è una retrospettiva su Mondrian e allora gli appassionati d’arte si procurano cuscini dai motivi decorativi ispirati a Mondrian, per i divani dei loro salotti. Questa era l’origine del modo di dire, che era sconosciuta ai più, come accade spesso anche nel mondo che frequento quando sono desto. Chi sa cosa siano i palmenti ? Quanti pensano che la “quarta” di “partire in quarta” sia la marcia dell’auto? Non lo è, eppure il modo di dire funziona perfettamente, anche se si hanno idee confuse o erronee sulla sua origine. Non ricordo però quale fosse il significato corrente di “fare cuscino”, che nel sogno era noto a tutti.

 

Confesso che al risveglio, appena ho potuto, sono andato a controllare sui dizionari che davvero l’espressione fosse un mio personale conio onirico, perché il sogno mi aveva messo un dubbio. Me lo sono tolto. “Fare cuscino” in effetti non esiste, ma forse il sogno era profetico e mi annunciava l’invito di doppiozero, arrivato oggi, a parlare di un oggetto “decisivo” della mia infanzia. La mia infanzia è stata infatti dominata da un certo cuscino, almeno per il verso, sicuramente decisivo, del “come ottenere le cose che si desiderano”.

 

Dormivo allora in camera con i miei due fratelli. Ogni mattina i nostri tre cuscini venivano riposti in un armadio da cui ogni sera mia madre li riprendeva per distribuirli. Non erano cuscini personali, a ognuno ne toccava uno a caso. Due erano normali cuscini, di gommapiuma o non so che altro; uno era di piume d’oca. Io preferivo quest’ultimo, ma non avevo mai dichiarato tale preferenza. Mi limitavo a sperare che toccasse a me e le sere in cui mia madre mi chiedeva “quale vuoi?” indicavo quello. I miei fratelli, uno maggiore, l’altro minore di me, parevano entrambi disinteressati alla questione. Una sera mia madre, arrabbiata per qualche ragione con noi, ci stava mettendo a letto in fretta, invitandoci a non fare molte storie. Distribuì i cuscini bruscamente. Io presi quello che mi diede ma, per la prima e unica volta e proprio nella serata in cui era meno opportuno farlo, le chiesi se potevo avere invece il cuscino morbido che preferivo. Mi rispose, pur arrabbiata come era: “Sì, certo, scusa”. Da quella sera, non ebbi più bisogno di chiederlo, mi veniva assegnato automaticamente. Divenne il “mio” cuscino e lo rimase sino a che non si spiumò quasi del tutto. Ora, peraltro, prediligo cuscini rigidi.

 

Nell’automitobiografia della mia infanzia quello del cuscino si staglia come un episodio magari minore, ma certamente epico. Come avevo osato avanzare una richiesta a un’autorità insindacabile e certo affettuosa, ma nel momentaneo stato della sua ira? Del resto, se non avessi osato chiederlo avrei mai potuto sapere che quel che desideravo era in realtà già mio?

 

Non è poi tanto facile chiedere quello che si desidera. Chiedere, o pretendere, ciò di cui si necessita viene naturale. Chiedere quello che si desidera, ma a cui non si tiene più che tanto, è facilissimo. Ma come e quando chiedere quello che si desidera intensamente e che sarebbe poi uno smacco e uno scacco non aver ottenuto?

 

Sotto quel cuscino avrei riposto i miei denti da latte, per trovarli regolarmente sostituiti da una monetina; negli anni successivi, mentre perdeva la maggior parte delle sue piume, vi avrei poi adagiato un intero deposito di desideri taciuti.

 

Stefano Bartezzaghi

Alberto Savinio, Senza titolo, 1929. In alto: Alberto Savinio, L'isola dei giocattoli, 1930.

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