Studio Azzurro. Immagini sensibili

Paolo Rosa se ne è andato da quasi tre anni, e sembra ieri. Ogni volta unica, la fine del mondo, diceva il filosofo. È stato uno dei fondatori, con Fabio Cirifino e Leonardo Sangiorgi, del collettivo di ricerca Studio Azzurro, nel 1982. Questo sì che sembra lontanissimo, una vita fa. Non sono ancora 35 anni, ma se pur non sia più, secondo natura, il medio del cammino, resta un primo, fondamentale, momento di bilancio e ripensamento; ma anche, al contempo, di straordinario vigore e acquisizione di consapevolezza, del un ruolo artistico e sociale che è andato poco a poco definendosi. Pionieri lo sono stati fin da subito, studiatissimi, anche. 

 

I saggi sulla loro lunga attività e i volumi (tra cui il catalogo della mostra) si fatica a contarli, ma nulla può sostituire l'esperienza interattiva che le loro opere, per realizzarsi pienamente, esigono. L'occasione è  adesso: a Palazzo Reale di Milano si celebrano allora questi due momenti, attraverso una Retroprospettiva di Immagini Sensibili. Duplice è anche la modalità di avvicinarsi al loro lavoro. In un primo tempo, i loro ambienti invitano a immergersi completamente in essi. Lì siamo chiamati ad  abbandonarci; al buio della stanza, ai colori che attraversano gli schermi, ai rumori elettronici o alla musica che ci avvolge. Sembra di essere in una scatola magica, ma i più curiosi, come gli appassionati di tecnologia o gli sperimentatori cui piace sporcarsi le mani e comprendere fino in fondo come funziona il mondo delle cose, possono accedere al disvelamento dei dispositivi usati grazie ai pannelli che accompagnano lo spettatore-agente lungo il percorso, spiegando molti dettagli della realizzazione di ogni opera, nonché i bozzetti, un groviglio di segni e disegni che sono il seme dell'idea artistica.  Noi qui cercheremo di prendere per mano il lettore, con l'intento di mostrare il lato più poetico e suggestivo, meno tecnico o meccanico che segna questa 'autobiografia in opera'. La mostra richiede un certo impegno mentale e resistenza fisica. Lungo, purtroppo, sarà anche questo tentativo di anticiparne alcune immagini.

 

Si è usato prima il termine immersione non a caso: non tanto perché ogni ambiente richiede una comunione e un'integrazione totale del corpo con esso; pensiamo subito al videoambiente Il nuotatore (va troppo spesso a Heidelberg), allestito nel 1984 a Palazzo Fortuny di Venezia: una musica jazz introduce in un'atmosfera subacquea, verdeazzurra. Dodici monitor accostati ricreano la corsia di una piscina offerta allo sguardo in sezione laterale, che un nuotatore infaticabile percorre ad ampie bracciate, senza soluzione di continuità, da un monitor all'altro (12 sono anche le telecamere fissate a bordo piscina, sul filo d'acqua a riprendere il movimento continuo). Di tanto in tanto, un evento, uno tra un centinaio di possibili eventi, come l'affondare di un'ancora, una palla galleggiante o il tuffo di una 'sirena', irromperà in un solo monitor. L'evento che così casualmente accade rende di fatto lo spettatore testimone accidentale di qualcosa di irripetibile.  

 

Il nuotatore 

 

Le due stanze che seguono, hanno una funzione 'documentaria' e sono dedicate alle video installazioni storiche più interessanti, oltre una decina, che si possono sfogliare e riguardare a piacimento dalle postazioni dotate di cuffie, oppure seduti davanti al videoproiettore per assistere alle opere teatrali e musicali, dove naturalmente non mancano quelle presentate a Kassel per Documenta 8, nel 1987: La camera astratta, tinta e sfumata d'azzurro come un quadro di Rothko, rappresenta uno spazio intimo, atemporale e concettuale del soggetto, sopraffatto da immagini e ricordi memoriali, sensazioni amplificate, paure e ossessioni inconsce che emergono, come creature moltiplicate dal sogno. Un riaffiorare violento del corpo  in superficie dopo l'apnea – e Delfi (studio per suono, voce, video e buio). 

 

Si  giunge poi al Giardino delle cose, una videoambientazione per immagini a infrarossi creata per la XVIII Triennale di Milano, nel 1992. Dalla morbidezza e intimità del primo ambiente, entriamo in una stanza buia, luogo di contrasti: i video di un blu elettrico cobalto, offrono mani bianche che 'si prendono cura' delle cose che toccano. Come un cieco dà forma agli oggetti e li vede attraverso il tatto, anche qui gli oggetti, prima indistinti, prendono vita tra queste mani che li accarezzano. Il loro contorno si disfa una volta che l'attenzione della mano si allontana per ritirarsi nell'ombra. 

Entriamo forse così nel regno delle immagini engagées che stanno all'origine dell'attività che immagina il mondo: un potere immaginativo che si risveglia grazie all'interazione di quella mano col mondo delle cose, nella relazione della persona col mondo. Rintracciamo qui il pensiero di Bachelard per il quale, manipolando la materia, trasformeremmo anche noi stessi. E Novalis farebbe eco, ricordando il potere poietico dell'uomo: il contatto sprigiona sostanza

 

Giardino delle cose. 

 

Questa mano che agisce e trasforma è interpellata anche dai Tavoli (perché queste mani mi toccano), tra le più note videoambientazioni interattive del gruppo, pensata per la Triennale milanese del 1995. I tavoli qui non sono sei, come da progetto originale, ma tre, di legno e disposti in una sala in penombra: su di essi sono proiettate immagini spoglie e domestiche, una donna sopìta, una candela, una tovaglia con una ciotola e del pane, delle mele: questa volta il riferimento pittorico è Cézanne, alle sue nature morte. Tutto appare calmo e silenzioso finché un colpo non si infrange sulla superficie: toccando l'immagine, essa reagisce, risponde e poco a poco, tocco dopo tocco, procede con la sua micronarrazione: la fiamma della bugie accende una corda, il fuoco divampa e bruciano fogli e libri; la donna si rigira come infastidita nel letto; la ciotola raccoglie gocce d'acqua che cadono regolarmente, probilmente da una fessura o da un rubinetto che perde; ad un tratto frutta e acqua si rovesciano, delle mani riordinano la tovaglia. L'opera che più di ogni altra – insieme alle Zattere dei sentimenti (Berlino, 2002), definite da Studio Azurro «A sentimental journey» un gesto di affetto e il suo naufragio, nell'impossibilità di compierlo – confrontano lo spettatore sul piano della corporeità versus virtualità.

 

Ritroviamo una distesa di corpi apparentemente immobili, sdraiati a terra, addormentati su un grande tappeto, indicato dagli stessi artisti come la cifra del nomadismo, luogo di incontro e raccoglimento: Coro, è un altro incredibile ambiente sensibile e reagente, allestito alla Mole Antonelliana nel 1995. Al passaggio che, inevitabilmente, calpesta donne e uomini indifesi, vestiti di bianco se non completamente nudi, a rappresentare «una nuova cosmografia di corpi inerti, metafora di una cosmogonia sottoposta ai piedi dei potenti» questi si scompongono e ricompongono in diverse pose, come in un puzzle di membra e stanco abbandono. E da questo regno tra la vita e il sonno si leva il coro di mormorii e voci che dà nome all'opera. 

 

Coro. 

 

La Pozzanghera, pensata per l'Arengario di Monza nel 2006, è espressamente dedicata ai bambini, ma il desiderio irresistibile muove tutto il corpo a saltarci dentro, come per infrangere un antico divieto. Un piccolo atto di ribellione e libertà che restituisce sulla sua superficie riverberante, suoni e colori. Un recente articolo mi ha anche ricordato che in ogni libro di Nabokov c'è una pozzanghera in cui si specchia qualcosa.  

E già si ode la musica che connota la videoinstallazione successiva: Tarocchi (2008), un esplicito hommage a  Fabrizio De André, parte della grande mostra dedicata al cantautore al Palazzo Ducale di Genova, nel 2008. A ognuno degli indimenticabili protagonisti delle sue ballate – Suzanne, Bocca di Rosa, Marinella, Nina, Angelina, Piero, Miché... il pescatore, un ottico, un chimico, una giudice e un matto... – è dedicato un trittico gigante di Tarocchi. 

 

Dalle opere più estetiche, ci avviciniamo gradualmente ai lavori più impegnati, da un punto di vista storico, politico, territoriale e sociale. Meditazioni Mediterraneo (in viaggio verso cinque paesaggi instabili) prende le mosse da una mostra «costruita attorno a grandi paesaggi 'instabili' che rappresentano in modo emblematico le tappe di un vero e proprio itinerario nei sensi e nei luoghi del Mediterraneo», che per Adonis è un divenire, una speranza, non solo una radice. Un luogo dove lo sguardo insegue la memoria, per configurare una geografia provvisoria ricchissima di popoli, razze, religioni e culture diverse, intessuta di gesti, segni, storie e miti che in comune hanno uno stesso mare verso cui volgere lo sguardo. 

 

Delle sette tappe di questo progetto (Marocco, Libia, Italia, Grecia, Francia, Siria e Spagna), l'abbondanza dei materiali raccolti in Siria permette a Studio Azzurro di realizzare una nuova videoinstallazione site-specific per questa occasione: Che memoria scricchiolante avremo, opera che indaga la profondità e i limiti della memoria, tramite un'operazione di lavorìo sul ricordo. Lì dove le immagini della storia sono ormai sedimentate e pian piano tendono a sbiadire, necessariamente assumono un'altra forma, sempre più simile ai desideri custoditi nel profondo delle anime. 

Grandi immagini di luoghi, strade, veicoli e abitazioni, di paesaggi, deserti, di occhi ieratici che prendono letterlamente vita, vengono proiettate su alcune mappe appena tratteggiate di Palmyra, Aleppo, Damascus, Homs, Raqqa e dell'isola Arwad, rendendole così imponenti scenari della Sala delle Otto Colonne, mentre musiche, suoni e rumori riempiono l'ambiente e riecheggiano in esso, per poi lasciare spazio a una voce narrante maschile che recita una lirica dolente e malinconica,  inutile dire attualissima:

 

Dietro alla finestra che si affaccia sul mondo, 

siede un uomo che cerca la propria memoria. 

 

Così si apre questa lunga poesia, Diario di un uomo dietro la finestra, di Khaled Soliman Alnassiry del 2011, palestinese nato a Damasco e rifugiato in Siria.

 

Nel piccolo Lucernario antistante la Sala delle Cariatidi, incontriamo un altro ambiente sensibile Dove va tutta 'sta gente? (2000). Figure azzurre videoproiettate corrono incontro allo spettatore con impeto e agitazione, e ripetutamente si trovano a cadere, scontrarsi, ad essere respinte da un'invisibile porta-parete, il confine tra mondo reale e virtuale, simbolo illusorio delle «solide barriere di una civiltà diversa e seducente che non prevede divisione di privilegi». La fine del percorso culmina naturalmente nella sala più suggestiva: tra gli stucchi, e gli specchi, Miracolo a Milano, è la grande videoinstallazione interattiva con specchi sensibili del 2016, il cui titolo cita apertamente l'omonimo film di De Sica-Zavattini, come anche lo ricorda nel suo declinare temi drammatici con un registro fantastico e lieve; i personaggi che abitano questa città spiccano il volo fin su nell'ovale celeste proiettato sul soffitto.

 

Miracolo a Milano.

 

Ma prima del salto, attraverso il dispositivo Portatori di storie, abbiamo la possibilità preziosa di ascoltare i loro racconti di vita quotidiana, le loro passioni, le abitudini e persino vizi e piccole confidenze. Avvicinandoci agli specchi, andiamo loro incontro senza però sapere chi incontreremo: piano piano appariranno casualmente le figure di donne e uomini, giovani e anziani, italiani e non, per raccontarci la città nascosta e i suoi margini: una città generosa, che presta cura e attenzione discreta a chi non ha né casa, né affetti, né mezzi di sostentamento. 

 

Il gioco di riflessi che ci invita ad avvicinarci e ad accogliere l'immagine della persona, che a sua volta ci viene incontro, genera un contatto emotivo, una partecipazione, una commozione (nella connotazione più etimologica della parola) che ci attraversa e trasforma. 

Si tratta di una chiamata individuale ad agire, a fare il primo passo, a 'uscire verso l'altro' nella benedizione dell'incontro, a compiere anche noi, ogni giorno, un piccolo miracolo di solidarietà. 

 

 

Molte delle opere e dei video citati, sono stati messi a disposizione (nel loro  allestimento originario) da Studio Azzurro sul loro sito o sul canale YouTube, che raccoglie una serie di playlist

 

 

STUDIO AZZURRO – immagini sensibili

Milano, PalazzoReale

fino al 4 settembre 2016.

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