Sul margine liquido della città

FD – Alle prime luci del mattino di una giornata di inizio giugno del 2020 mi trovo su una piattaforma di cemento, rialzata di un piano rispetto al sottostante livello stradale, per riuscire a dominare con lo sguardo l'accesso al gigantesco parcheggio di un centro commerciale situato sul margine orientale dell'area metropolitana di Roma. Nell'inclinazione ancora piuttosto bassa dei raggi del sole, la massa indistinta di lamiera blu scuro che ricopre l'orizzonte inizia lentamente a prendere definizione; una volta montato il mirino spot da cinque gradi sul mio esposimetro Minolta posso iniziare le misurazioni.

 

"Architectural photography can involve a lot of waiting; the building becomes a kind of sundial, while you wait for a shadow to crawl away from a detail you want, or for the mass and balance of the structure to reveal itself in a certain way."

 

In termini fotografici, il mese di giugno a Roma è sul limite delle possibilità di gestione della luce e le ore di lavoro tendono a restringersi drasticamente intorno ai due poli di alba e tramonto; questi primi scatti esplorativi, punto di partenza di un'indagine fotografica sull'espansione della città in direzione est, erano in effetti programmati per l'inizio di marzo, ma l'affermarsi di una nuova categoria della contemporaneità – il cosiddetto lockdown – mi ha costretto a rimandare di quasi tre mesi l'inizio della campagna. Le cose, come è noto, hanno poi preso una brutta piega: il progetto è finito nel vortice delle idee morte sul nascere per via della pandemia di COVID 19 e il 210mm, con il quale mi accingevo alla ricerca dei dettagli sul muro posteriore del magazzino dell'IKEA, si trova da circa due mesi in vendita su Ebay nel tentativo di riuscire a sbarcare il lunario di questi tempi complicati.

Sulla scorta dell'immagine degli edifici come meridiane – evocata da William Gibson nella citazione qui sopra – mi ritrovo per l'ennesima volta a considerare la duplice accezione di condizione atmosferica e di trascorrere degli eventi rivestita nella nostra lingua dalla parola "tempo" (Walter Benjamin), mentre osservo le immagini di un centro commerciale fotografato sul principio di un'epoca nuova e incomprensibile che è forse possibile iniziare a decifrare proprio a partire da queste riprese di uno spazio urbano apparentemente svuotato di senso.

 

 

MB – La fotografia di architettura ha assunto nel tempo diversi livelli di interpretazione. Come creazione di immagini ha subito l'iconoclastia descritta da Baudrillard quarant'anni fa: una iconoclastia inversa, perseguita senza distruggere immagini ma fabbricandone a profusione, immergendo le persone in un tumulto che cresce in maniera esponenziale. Negli ultimi decenni si è aggiunto un ulteriore livello di simulazione relativo al significato che investe la rappresentazione dell'architettura ante e post realizzazione, nello specifico un’inversione tra disegno e fotografia. Mentre l'immagine virtuale che precede l’oggetto simula le imperfezioni e l'autenticità catturate dalla fotografia, quest’ultima riproduce la rarefatta perfezione e la pulizia digitale del disegno tridimensionale. In un sostanziale rifiuto per il manufatto in quanto tale, queste raffinate tecniche di simulazione realizzano un lavoro estetico di superficie senza penetrare l'essenza delle cose. Le fotografie che accompagnano questo dialogo vanno nella direzione opposta. Sono delle immagini che costruiscono, secondo le leggi della prospettiva, un ordine degli oggetti, percorrendo l'impervio sentiero dell'interpretazione. Nel porsi come traduzione di un oggetto in un'altra categoria di linguaggio, la fotografia scrive un altro testo che, oltre ad avere un forte connotato autoriale, estrae e amplifica il senso profondo dello spazio che ritrae. Percorrere e posizionare il cavalletto all'interno dello spazio paratattico di un gruppo di templi del commercio, prendere scelte su cosa includere e cosa escludere nell'obbiettivo, giocare con le regole dell'arte della distanza del cono visivo di una camera ottica, permette di conoscere un luogo, oltre che di documentarlo, nei suoi aspetti più intensi che vale la pena approfondire. 

 

 

FD – La ricerca della perfezione e la riproposizione di un ordine formale che pertengono alla fotografia di architettura quale strumento di indagine sullo spazio, nel caso di un luogo privo di una forma definita come un centro commerciale, richiede un notevole sforzo di interpretazione. Le architetture commerciali sono un luogo di transito per eccellenza, la loro sostanza è evanescente quanto quella delle scenografie teatrali. Al tempo stesso, in uno scenario quale può essere il confine della città di Roma, dove la metropoli prende a sfibrarsi nei nuovi quartieri che spuntano come funghi dai pratoni e dalle colline che la circondano, i centri commerciali si trovano ad assolvere a una funzione di spazio pubblico che, per quanto provvisorio, rappresenta una realtà socio-urbanistica peculiare della nostra epoca. In questo senso ho rivolto la mia attenzione agli spazi interstiziali – parcheggi, piazze, rampe di accesso, terrazze – di questa esposizione commerciale permanente che si manifesta nella forma di un'architettura improntata all'effimero, tralasciando le gallerie commerciali vere e proprie.

Quel che mi interessava era fotografare la vita attraverso la sua assenza dallo spazio ma, dopo un anno segnato dalle restrizioni sociali imposte dalla pandemia, queste immagini di luoghi deserti hanno assunto l'aspetto di una sinistra visione profetica circa il futuro delle nostre città.

 

 

MB – Nell'atto di ricondurre tutto a un ordine ben preciso, attraverso una composizione prospettica, l'utilizzo del bianco e nero aiuta ad astrarre e uniformare le variazioni cromatiche e le sconnessioni formali che compongono uno spazio come quello di un centro commerciale. Le immagini sembrano penetrare l'essenza dei volumi affossando l'idea di modernità che pervade il luogo del consumo, restituendo invece una più consona atmosfera dal sapore arcaico. Si subisce la fascinazione di immaginare questi spazi vuoti come silenziosi volumi di una acropoli abbandonata. Nonostante la città di Roma si sia ampliata regionalmente a dismisura negli ultimi decenni con il fenomeno dello sprawl urbano, il Grande Raccordo Anulare conserva ancora la natura di confine e di limite, luogo contemporaneo in cui riaffiorano, sotto inconsapevoli forme attualizzate, ancestrali riti legati alla sacralità del pomerium. In questo territorio sfilacciato e non di facile lettura dal punto di vista formale, la massa del centro commerciale, vista in riferimento alla debolezza della qualità del tessuto edilizio circostante, assolutizza l’attività del consumo come unico destino della vita quotidiana di chi abita la città. Sembra che ogni centro commerciale, per confermare la propria esistenza in un'epoca mutevole e aleatoria, abbia come modello implicito il potere polarizzante del Metro-Centre descritto da James Ballard in Regno a venire.

 

 

Per quanto riguarda i concetti di effimero e di "luoghi di transito" in architettura, andrebbe fatta una precisazione. Ciò che è vero dal punto di vista di una raffinata lettura speculativa, accolta anche nel quotidiano, si presta a ulteriori interpretazioni se si confronta con una visione più pragmatica e, potremmo dire, realista. Quelle che sembrano strutture effimere, come appunto un centro commerciale, attuano tutte le necessarie violenze e strutturali modificazioni sul territorio – pensiamo allo scavo di fondazione, ai sistemi di approvvigionamento dell'acqua, dell'energia, alle infrastrutture – di una qualsiasi architettura che comunica invece i valori di permanenza e stabilità nel tempo. Allo stesso modo, il concetto di non-luogo subisce un rovesciamento di significato se consideriamo la capacità umana di avere, nel tempo, plasmato e modificato il significato di luoghi dediti al commercio, come nel caso di aeroporti, stazioni e, a livello urbano, di città come Singapore, delle metropoli del Golfo arabico, dei distretti tecnologici e finanziari. Si tratta di realtà che hanno costruito identità e paradigmi comunitari sicuramente diversi nel rapporto tra vita e forma e nella relazione tra individuo e spazio fisico rispetto ai luoghi considerati "tradizionali" ma che oggi, rispetto a questi, sono portatori di vitalità e energia certamente superiori.

 

FD – Il rovesciamento di significato al quale tu alludi trova di sicuro la sua piena manifestazione nella stupefacente capacità di adattamento della vita di una metropoli alle possibilità dello spazio pubblico che gli viene proposto: in questo senso il centro commerciale diventa il fulcro intorno al quale gli abitanti di una città ormai priva di punti di riferimento possono ritrovare degli spazi di socialità; penso fosse questo che Benjamin intendeva quando scriveva che, a ben guardare, non esistono città brutte. Sul piano strutturale e fondativo, non credo però che il progetto di un luogo il cui compito è, in sostanza, quello di produrre denaro, preveda simili fenomeni di socialità spontanea. Quel che è sicuro è che la retorica un po' trita (e decisamente snob) dei non-luoghi si scontri col concetto di mall culture che negli Stati Uniti è da diversi anni oggetto di disamine storicistiche. La civiltà che ha spinto al massimo livello di sviluppo le grandi aree urbane interamente dedicate al commercio, nel contesto degli stravolgimenti sociali intervenuti negli ultimi vent'anni sta spostando la sua attenzione verso una visione nostalgica di tale fenomeno che trova nella fotografia uno strumento ideale di museificazione di una realtà urbanistico-sociale che si suppone essere oramai giunta al tramonto.

 

 

La nuova frontiera del capitalismo non passa più per i margini liquidi delle città ma per le sterminate praterie della comunicazione elettronica. In questo senso, le fascinazioni arcaiciste prodotte dalle mie fotografie rimandano a un discorso sul tempo che esula da una lettura tanto puramente documentaristica quanto banalmente metaforica circa la presunta inattualità di un centro commerciale sulla soglia degli anni '20 del XXI secolo. È proprio a partire da questa idea di soglia che credo sia possibile, con un buon grado di approssimazione, gettare le basi di una critica circa gli aspetti più controversi del nostro presente in relazione al problema dello spazio pubblico: se il GRA, come tu scrivi, è il confine della città, i centri commerciali che vi si affacciano sono le sue porte, luoghi di passaggio dove è possibile cogliere il tempo nella sua qualità di attimo presente che, per tramite della fotografia, viene ad assumere valore di testimonianza.

 

MB – Lo spazio pubblico ha subito negli anni una devastante polverizzazione. Come abbiamo accennato però la vita si adatta ai nuovi assetti spaziali ricreando ciò che è più consono al suo svolgimento. Al riguardo ricordo i ponti pedonali di Hong Kong che ho osservato qualche anno fa: durante la settimana luoghi di transito per manager e turisti, nel week end popolati di immigrati che colonizzano questi ambiti con cartoni e perimetri temporanei definendo aree di picnic e di festa. Uno spazio con esclusiva funzione di attraversamento trasformato in luogo temporaneo di interessanti forme di socialità. Ma queste condizioni spontanee vivono parallelamente a un’endemica carenza di spazi pubblici intesi come luoghi costruiti con una chiara intenzionalità estetica a cui l'abitante riconosce un significato, come ad esempio la piazza: ruolo storico intrinseco della piazza, soprattutto nella cultura europea, è quello di essere bella. Anche le piazze del mercato, luoghi di scambio commerciale, hanno avuto, nel tempo, un palinsesto architettonico di rilevante interesse estetico. 

 

 

Lo spazio isotropo, senza centro e difficilmente definibile, delle metropoli contemporanee lega la vita al consumo e il consumo al movimento incessante. Chi si ferma non consuma e le forme più diffuse del tempo libero sono associate alle poliedriche possibilità dell'entertainment. Anche l'architettura si trova a operare, in un contesto del genere, depotenziata ulteriormente dalla perdita del ruolo centrale del profitto negli investimenti, ormai migrati verso forme immateriali che vanno oltre i condizionamenti fisici. Il mondo architettonico, a corto di idee e nuovi paradigmi, risponde a questo stato di inattualità con un irrigidimento verso posizioni nostalgiche di epoche in cui l'auctoritas dell'architetto demiurgo tracciava gli assi di future espansioni e stili di vita o, viceversa, con un appiattimento della disciplina a mero servizio per la fornitura di un design epidermico e facilmente vendibile che però non agisce sulle condizioni profonde, estetiche e funzionali, di un oggetto architettonico o di un brano di città. 

 

 

FD – È esattamente quello che intendevo dire quando mi riferivo alle intenzioni dei progettisti. L'aspetto formale di uno spazio consacrato al commercio si muove tutto nel campo dell'apparenza e i criteri costruttivi si sottomettono alla proposizione di un'estetica meramente funzionale: sin dall'epoca dei passages parigini l'utilizzo di materiali leggeri sostiene un'idea della forma improntata sul binomio velocità/trasparenza il cui compito è sempre e soltanto quello di indurre nei potenziali consumatori la percezione inconscia di un'ipnotica fantasmagoria del progresso che passa attraverso una superficiale stimolazione dello sguardo. Al tempo stesso questa ingannevole leggerezza strutturale viene a scontrarsi con la dura legge del mercato laddove la presenza di strutture imponenti, di gigantesche insegne luminose, di forme architettoniche incombenti sulle masse dei visitatori realizza, nei moderni centri commerciali, un orizzonte totalizzante, uno spazio percettivo conchiuso che sembra rimandare sempre e soltanto a sé stesso. Trovo calzante l'utilizzo della formula "templi del commercio" che hai utilizzato poco fa: il consumo totale richiede un'adesione fideistica alle sue leggi che passa attraverso una messa in scena persuasiva e altamente convincente.

Quel che stupisce è in effetti la straordinaria efficacia di questa estetica approssimativa che a ben guardare, al di là delle suggestioni più elementari appare sgraziata, disorganica, priva di equilibrio.

 

 

MB – Questo avviene perché viviamo in quella che Byung-Chul Han chiama società della trasparenza, radicalmente avversa alla forma come espressione autonoma, in cui tutto diventa discorso e comunicazione, evidente e superficialmente piacevole, esposto e diretto. Chiaramente non può essere questo il terreno della bellezza intensa, la quale necessita di opacità e mistero, attraversata da un messaggio che non si esaurisce al primo sguardo. Un centro commerciale – macchina complessa in cui la funzione principale è quella di efficientare le vendite di prodotti – è esplicativo di questo approccio. Lo spazio pubblico, in realtà di pertinenza privata ma frequentato dal “pubblico-cliente”, è quello di risulta tra i volumi dediti a questa funzione. Sono gli interstizi ritratti nelle tue fotografie, spazi funzionali ai percorsi delle persone e alla sosta delle automobili, zone che la vita aggredisce e rende comunque luoghi abitati.

Ma anche questo paradigma sembra in via di dissolvimento. La soglia che descrivi, fisica e simbolica, affaccia su un abisso che lascia intravedere sviluppi dai contorni sfumati non ancora facilmente decifrabili. 

 

FD – Se la fotografia trova il suo significato, come abbiamo visto, nella ricerca dell'attimo quale momento opportuno, considerando quest'ultimo dal punto di vista delle categorie ontologiche ci troveremo sospesi sul campo sterminato delle potenzialità, ed è esattamente qui che, a mio parere, queste immagini possono essere lette secondo i corretti dettami della profezia.

Nel corso dell'anno appena trascorso abbiamo considerato il tempo e lo spazio che ci attendevano sotto il segno angoscioso di un distanziamento forzato in grado di azzerare qualsiasi capacità di immaginare forme di socialità che andassero oltre i freddi orizzonti della tecnologia informatica e, in questo contesto, i dibattiti sullo spazio postpandemico si sono sprecati. Su questa linea di frontiera, nella quale si consuma lo scontro tra la vita reale e la forma dello spazio fisico destinato ad accoglierla, l'immagine profetica conserva quel carattere di apertura che le è più consono, assolvendo al compito di lasciar intravedere le occasioni più imprevedibili sullo sfondo delle visioni improntate ad un pessimismo che non lascia speranze.

Queste fotografie, che hanno ritratto allo stadio della nuda forma un luogo che, per quanto eterogeneo, è indubbiamente pubblico, alludono dunque ad uno spazio che potrebbe essere destinato a rimanere vuoto, ma che conserva tutte le potenzialità – nascoste nelle pieghe del tempo – per ritornare alla vita.

 

 

MB – Lo spazio postpandemico ha rappresentato una narrazione che ha tentato di cavalcare un'onda destinata a finire in un tempo relativamente breve. Non sono cambiate le proporzioni del tempio greco dopo la peste di Atene, come l'architettura degli anni Venti del Novecento non è scaturita dalle conseguenze dell'influenza spagnola. Ragionando invece nel campo di una profezia aperta, i cambiamenti, già in divenire, avvengono con l'avanzare della tecnica che amplia a dismisura i suoi scopi e la sua potenza indipendentemente dal contesto sociale e fisico in cui è immersa. L'infrastruttura come sistema operativo – sottotitolo del bel saggio Lo spazio in cui ci muoviamo di Keller Easterling – si configura come un velo poggiato sul territorio che intreccia reti fisiche e virtuali, sistemi di comunicazione, sensori, dispositivi elettronici sempre più integrati nel corpo umano e nelle superfici della città, apparati di logistica e tutte quelle articolazioni della tecnologia che plasma la vita e da cui è impossibile esonerarci. Questo sistema, una sorta di software totale in continuo aggiornamento e modificazione, è una forma attiva coadiuvata dall'universo senza limiti dei dati e dell'AI che mette a punto sistematiche relazioni con le forme oggettuali degli edifici e degli spazi urbani. Non sappiamo ancora in che modo si avvererà la profezia dell’informatico della computazione ubiqua Mark Weiser: “The most profound technologies are those that disappear. They weave themselves into the fabric of everyday life until they are indistinguishable from it.” È in questa chiave che probabilmente si delineerà l’assetto dell'architettura e quindi dello spazio pubblico progettato: potrebbe rimanere schiacciata nel ruolo di supporto, come nella planetaria città generica che abbiamo visto crescere negli ultimi decenni, oppure trovare una autonomia di nuove forme, in virtù della sua liberazione, per mezzo di una tecnica talmente avanzata da risultare invisibile. 

 

Fotografie di Francesco Demichelis © 2020

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