Tragico Montalbano

Di Montalbano sappiamo già tutto. O almeno sembra. Dopo venticinque anni di romanzi scritti da Andrea Camilleri e pubblicati dall’editore Sellerio con estrema regolarità (il primo della serie, La forma dell’acqua, è del ’94) e venti film televisivi (l’episodio inaugurale, Il ladro di merendine, è andato in onda nel ’99), questo supereroe della normalità quotidiana, siciliana e no, sembra non aver più segreti. Dato lo straordinario successo planetario che non accenna a calare, le innumerevoli imitazioni cui ha dato luogo e le inevitabili invidie che ha suscitato, di Salvo Montalbano, commissario in quel di Vigàta (“cittadina immaginaria della Sicilia più tipica”, l’ha definita il suo inventore), s’è detto di tutto e di più. Conosciamo la sua caparbietà nelle indagini, la sua testardaggine nel voler squarciare il velo delle apparenze, la sua personale idea di giustizia fondata su una rigorosa moralità troppo umana, la sua avversione alla burocrazia, la sua apertura mentale in politica, le sue curiosità letterarie, i suoi gusti a tavola, le sue scappatelle sentimentali… Potremmo rivoltarlo come un calzino.

 

E sappiamo quanto e come questo personaggio letterario/televisivo (trasmigrato anche in videogiochi e fumetti, giornali d’opinione e parodie cabarettistiche, itinerari turistici e iniziative gastronomiche) abbia modificato l’immagine della Sicilia, non più tutta luce e lutto, coppole e lupare, marranzani e zimarre, dongiovanni di provincia e innominabili massasantissima. Non solo svecchiandola, ma ripensandone a fondo fattezze e capacità: ha sdoganato il dialetto, reinventandolo ad hoc; ha allontanato la cappa irrespirabile della mafiosità, senza per questo dimenticarne le atrocità passate e presenti; ha rilanciato il turismo; ha ricreato tutta una gastronomia locale. Producendo certo un altro stereotipo, con luci e ombre come tutti gli stereotipi, ma comunque più malleabile, cangiante, dinamico dei tanti che lo hanno preceduto. E soprattutto assai più simpatico.

 

Eppure, in attesa dei due prossimi episodi televisivi che andranno in onda stasera e il 18 febbraio prossimo (rispettivamente L’altro capo del filo, tratto dal romanzo omonimo, e Un diario del ’43, che mette insieme due racconti presenti nella raccolta Un mese con Montalbano), qualcosa di questo personaggio sembra ancora sfuggire. Che cosa? Non certamente misteri da svelare, piccarità, ma sicuramente un certo numero di fraintendimenti da rimuovere. Dove forse un po’ di approfondimento critico, con meno ansia mediatica e più attenzione testuale, non può far male. Quanto meno per ritrovare dietro questa figura apparentatemene sbarazzina, portatrice sana di sempreverde esotismo siculo, una serietà, se non una tragicità, ancora da comprendere e da interpretare.

 

 

Per esempio, si dimentica spesso – salvo stupirsene a ogni nuova apparizione di un romanzo o di un film – che le storie di Montalbano vanno ben oltre le microfollie da personaggi post-pirandelliani, o le morbosità psico-sessuali da pervertiti della periferia dell’impero, che ritroviamo pure con una certa frequenza. In queste narrazioni tutt’altro che banali incontriamo sempre (non come strizzate d’occhio ai lettori engagés ma come elementi narrativi strutturalmente imprescindibili) un gran numero di fatti di cronaca di varia natura e importanza. Dal caso Sucato, il ‘mago di Villabate’ che fece credere di saper moltiplicare il denaro dei poveracci creduloni, a cose ben più gravi come i fatti di Genova del 2001, dove la polizia fece una figuraccia vergognosa, sino a una fitta serie di grosse questioni sociali come il traffico d’organi e il malaffare politico-mafioso, la droga e la pedofilia, la prostituzione e l’immigrazione clandestina. Per arrivare al caso degli sbarchi di centinaia e centinaia di immigrati nelle coste siciliane, degli innumerevoli morti lungo il tragitto sui barconi, che hanno creato qualche patema, sembra, ad alcuni dirigenti Rai, tremebondi per le eventuali reazioni dei ritrovati razzisti al potere. Montalbano, nel corso delle sue nuotate mattutine, sbatte contro cadaveri neri che stanno per spiaggiarsi a Marinella (cioè a Punta Secca). E passa le nottate, con tutti gli uomini della sua squadra rigorosamente fuori dall’orario di servizio, a soccorrere donne, bambini, anziani e disperati vari che arrivano clandestinamente a ripetizione continua, più di là che di qua, nel porto di Vigàta (ossia Porto Empedocle, ossia Porto Paolo, ossia Lampedusa). Perfino Beba e Livia, con tante altre persone del paese, stanno lì, stravolte, a portare soccorso, pietose dinnanzi a cotanto sfacelo antropologico, oltre che politico e sanitario.

 

Ma la parola di Montalbano, o se si preferisce quella dei creativi che lo gestiscono, è sempre impregnata di letteratura e di cinema: sa andar oltre il dato giornalistico del momento, da cui pure prende ispirazione, per riformularlo artisticamente. E lo fa con una maestria che non è quella del romanzo o del film tradizionali, narrazioni conchiuse in sé stesse, ma semmai della saga, della leggenda, del racconto seriale, al tempo stesso ciclico e innovativo. Certe volte sembra di assistere alle gesta dei Paladini di Francia e dei suoi avatar nel teatro delle marionette. Orlando e Rinaldo sapevano come contrastare i saraceni. Oggi Montalbano e i suoi sembrano imitarli. Con più ironia, ma con molta più umanità.

 

Questo articolo è uscito in versione ridotta lo scorso 9 febbraio su “Repubblica – Sicilia”

 

Stasera e lunedì 18 febbraio, a Palermo, presso il Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino, avrà luogo una visione collettiva critica delle due nuove puntate della serie “Il commissario Montalbano”: L’altro capo del filo e Un diario del ’43. Introdurrà Gianfranco Marrone, autore del recente Storia di Montalbano, edito dal Museo Pasqualino. Nel corso dell’incontro sarà possibile degustare le arancine d'autore KePalle e le birre di Bruno Ribadì. L’appuntamento è per le 20.45. Ingresso libero sino ad esaurimento posti (max 80 persone).

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