Trix & Robert Haussmann: specie di spazi

Quando a un famoso architetto, durante il colloquio per diventare professore ordinario al Politecnico di Zurigo, fu chiesto, tra le altre cose, quale fosse l'edificio più bello che ci fosse in città e lui rispose il Kronenhalle Bar, il Presidente del Politecnico per un attimo trasalì. Ma la risposta dipanò con arguzia il filo di quella che sembrava sulle prime una matassa ingarbugliata. "È un posto in cui si può andare molte volte e imparare ogni volta qualcosa di nuovo grazie alla sapienza dell'architetto. Beh ovviamente si potrebbe, o forse è giusto dire dovrebbe, perdersi nei dettagli dello straordinario progetto di arredo di Robert Haussmann, che da solo prenderebbe persino più tempo di una sola serata.

 

Poi a una visita successiva si potrebbero ammirare le opere in bronzo che Alberto e Diego Giacometti hanno ideato per il bar; e un'altra serata se ne andrebbe rimirando i dipinti originali alle pareti appena sopra le nostre teste e per le quali il Kronenhalle è così famoso. Ma questo posto è qualcosa di più, si sa che da questo bar negli anni sono passati tutti gli intellettuali e gli artisti in città e si potrebbe spendere una serata ancora ad ascoltare aneddoti su uno e sull'altro. O a volte ci si va semplicemente a chiacchierare sorseggiando alcuni dei cocktail più premiati del mondo, non a caso inventati qui. Ecco vede, si può andar avanti di questo passo ancora per molto al Kronenhalle Bar. Ed è questo che credo sia il senso di un'architettura riuscita." 

"Credo che ci porterò mia moglie una di queste sere. È da anni che non ci metto più piede" fu la risposta del Presidente. 

 

Kronenhalle Bar.


Come forse molti bar carichi di storia novecentesca, anche il Kronenhalle Bar ha un po' perso il vecchio fascino di allora. Ma forse è meglio partire dal principio, quando Hulda e Gottlieb Zumsteg nel 1924 rilevarono a Zurigo l'ex Hôtel de la Couronne in Rämistrasse 4, all'angolo di Bellevue, e aprirono il ristorante Kronenhalle, che grazie all'impronta di Hulda, divenne presto il punto d'incontro di personalità di spicco in città, da Max Frisch a Friedrich Dürrenmatt, da Alberto Giacometti a James Joyce, da Coco Chanel a Pablo Picasso. Ma è negli anni Sessanta che Gustav Zumsteg, il figlio che da qualche anno affiancava la madre nella gestione, ha l'idea di creare un bar annesso al ristorante, per attirare la clientela più giovane che gravita attorno a Bellevue. 

Gustav Zumsteg è appassionato di arte e negli anni mette in piedi una collezione ragguardevole. Esperto conoscitore dell'ambiente zurighese, chiama Robert Haussmann, a quel tempo già famoso designer svizzero e assiduo frequentatore del ristorante, a dar forma a quello che secondo le sue ambizioni sarebbe dovuto diventare un bar "sans pareil". 

 

Trix e Robert Haussmann, foto di Maurice Haas.


Si narra che al loro primo incontro entrambi avessero portato un libro di Adolf Loos, per mostrare le immagini di quello che avrebbe dovuto essere il modello, l'American Bar realizzato a Vienna nel 1908. Atmosfera. Intimità. Ricercatezza dei materiali e semplicità delle forme.

Zumsteig coinvolse nel progetto, grazie alle sue conoscenze, Alberto e Diego Giacometti, che per il bar realizzarono in bronzo oltre agli iconici candelabri del bancone, anche la maniglia della porta di entrata su Rämistrasse, le lanterne sospese davanti alle finestre e il piede dei tavolini, sui quali vennero montate lastre di marmo rosso. 

Legno di mogano per il bancone del bar, le pareti e il soffitto, di wengé per il pavimento; un tessuto verde scuro alle pareti nei pressi delle sedute; sedie, sgabelli e divani tutte rivestiti di pelle di vacchetta dello stesso colore. E alle pareti originali di Mirò, Chagall, Braque, Tinguely, Klee. Picasso nel tempo è stato sostituito da Rauschenberg, ma pare che non tutti se ne siano accorti.

 

Kronenhalle Bar è uno degli ultimi progetti che Robert Haussmann firma da solo. Presto darà vita con la moglie Trix a un sodalizio umano e professionale tra i più intensi della storia del design che nel 1967 convergerà nel loro studio "Allgemeine Entwurfsansalt" (Istituto per il Design Generale), una scelta dettata dall'appiattimento della gerarchia, in cui chiunque è coinvolto a pieno titolo nella progettazione a seconda delle sue abilità.

Sede dello studio il piano terra della casa appena acquistata vicino al lago di Zurigo, che con gli anni diventerà il vero quartier generale della coppia, dove tutto si mescola, si produce e si esibisce.

Emblematico a questo proposito un loro contributo a un numero della rivista Bauwelt intitolato "Condizioni di lavoro" che spiega bene la complicità e i ruoli di entrambi.

Uno dovrebbe. Uno dovrebbe? Qualcuno dovrebbe. Chi dovrebbe? Lo fai tu? Fallo tu! Tu lo sai far meglio. Potrei farlo meglio io? Non potrei. Qualcuno lo deve fare. Devo farlo io? Va fatto? Va fatto. Se si deve. Lo faccio. Lo faccio io. Lo facciamo noi.

 

A sinistra: Procuratie Vecchie, foto di Peter Seipelt A destra: Robert Haussmann, Schizzo per H-design per MIRA-X, 1981.


Trix e Robert Haussmann pur provenendo da percorsi formativi e ambienti diversi convergono da subito su posizioni critiche verso quel Modernismo post-bellico, i cui peccati erano un certo pauperismo espressivo, un linguaggio internazionale divenuto arido, e una rimozione più o meno sistematica della tradizione, o quello che gli Haussmann chiamano lo storicismo acritico. Inizia da qui per Trix e Robert Haussmann quella che sarà un'escursione nel passato, attraverso innumerevoli viaggi e letture. C'è tanta Italia in entrambi. I disegni di Robert e le fotografie di Trix ritraggono un pesante tendaggio alle Procuratie Vecchie, la facciata del Palazzo dei Diamanti, un particolare del Corteo di Teodora alla Basilica di San Vitale, in cui un dignitario scosta una tenda decorata, i trompe-l'oeil della facciata di Villa Cicogna Monzoni, un particolare del fregio della Camera dei Miti del Palazzo del Giardino a Sabbioneta, la Sala dei Giganti a Palazzo Te, la Galleria di Borromini nel Cortile di Palazzo Spada, il finto coro di Bramante a San Satiro e il Sacro Bosco di Bomarzo. Gli stessi luoghi sono spesso evocati nei loro scritti o nelle interviste. 

 

Da un lato si tratta di luoghi ideali, luoghi in cui la forma eccede la funzione, o la trascende, come nel caso di La Rotonda di Palladio e delle Gallerie degli Antichi a Sabbioneta, entrambi considerati "puri spazi". È infatti Robert Haussmann ad affermare che può essere che lo spazio ideale si realizzi quando la sua bellezza è tale da far perdere l'interesse nella sua funzione, quando lo spazio è in grado di assorbire la nostra attenzione in modo assoluto.

Ma dall'altro lato è evidente che i temi dello svelare e del celare, dell'illusione ottica, dell'anamorfismo, delle illusioni prospettiche, del labirinto, persino del mostruoso, gravitino potentemente tra i loro interessi.

 

Boutique Lanvin a Zurigo, foto di Albert Hablützel.


Assieme ai riferimenti italiani in questi primi lavori altre fonti: l'esperienza di Hans Arp e Sophie Taeuber – anch'essi legati da un legame profondo nella vita e nella professione –, in particolare i lavori sui collages e sui papiers déchirés, i cui frammenti stanno insieme secondo le lois du hasard. Robert Haussmann incontrò Hans Arp in gioventù e di quel periodo lui stesso amava ricordare un episodio, in cui Arp, invitato da Sigfried Giedion a intervenire a un simposio sul tema della proporzione a Berna, di fronte agli studenti mise alcuni fiammiferi su un tavolo e scompigliatili con un gesto della mano per tutta risposta disse: "Ecco, così sono proprio belli", poi ripeté il gesto una seconda volta e ammirandone la composizione casuale disse di nuovo: "Anche così sono belli". Quel riconoscere la bellezza nelle coincidenze, lasciò un segno profondo in Robert Haussmann, che si dice invitasse i suoi ospiti a far cadere su un foglio di carta un cerchio, un triangolo e un quadrato, sotto lo sguardo divertito di Trix che fotografava queste composizioni casuali. Ed è curioso ricordare come la parola caso in tedesco sia proprio Zufall, quel che ti cade addosso.

 

Trix e Robert Haussmann, Leherstücke.


Se la critica a un certo Modernismo li porta a presentare nel 1967 per un'asta a favore del Werkbund Svizzero Chair Fun, quattro readymade che si muovevano sui piani dell'ironia e dell'assurdo e che pagavano il loro debito alla cultura pop, è con Leherstücke (1977-84) che i due raggiungono una maturità artistica e intellettuale e si avviano verso quel percorso personalissimo che ha caratterizzato tutto il loro lavoro. Sono anche gli anni in cui si affermano come architetti di interni e realizzano alcuni dei negozi più suggestivi di Zurigo. Gli spazi realizzati per Courrèges, Lanvin e Weinberg attorno alla Bahnhofstrasse hanno fatto storia nell'arredamento, non solo in Svizzera.
Tutto converge nel 1981 quando Eleonore Peduzzi-Riva, una designer affermata e responsabile delle pubbliche relazioni a Milano per Mira-X – un'innovativa azienda tessile, costola del famoso mobilificio svizzero Möbel Pfister – invita gli Haussmann, di cui è amica, a presentare a Milano la collezione di tessuti che essi avevano appena disegnato insieme all'artista elvetico Alfred Hablützel per la stessa Mira-X. Sono Eleonore e Albert a introdurre il lavoro degli Haussmann a Giorgio Marconi, che a Milano dal 1965 agitava le scene dell'arte contemporanea nel suo famoso Studio Marconi.


Gli Haussmann preparano una mostra che rappresenterà un vero e proprio punto di svolta nella loro carriera perché quel titolo "Manierismo Critico" riassumerà una volta per tutte la loro poetica. 

I tessuti per Mira-X stampati con effetti trompe-l'oeil e marmorizzati vengono affiancati ai più celebri Lehrstücke (letteralmente "pezzi didattici") una serie di famiglie di oggetti che il duo ha iniziato a ideare e produrre nel 1977. I titoli dei "pezzi": Mobili come Citazioni dell'Architettura, Disturbo della Forma dalla Funzione, Disturbo della Forma dall'Ornamento, Sette Codici, Funzione che Segue la Forma, Prospettiva Speculare, Oggetto Multifunzionale Ironico-Critico presentano arredi di una finezza esecutiva straordinaria, in cui gli archi diventano tavoli, le colonne ioniche cassettiere, le chitarre sedie. Gli oggetti vivono in un'ambiguità formale e funzionale, perdono la propria scala originaria, creano prospettive ingannevoli. Ma è la maestria dei dettagli che consente l'illusione perfetta. 

 

Casa Haussmann, foto di Lukas Wassmann.


Questa re-interpretazione di elementi del passato in chiave postmoderna, dove illusione sostituisce imitazione e grandissima importanza viene data ai materiali, ai particolari costruttivi, agli accostamenti, si presta a molte letture. Robert Haussmann nel testo che accompagna la mostra e ne inventa il titolo, afferma l'importanza della tecnica artigianale come parte fondante del lavoro dello studio. È noto infatti che la successiva collaborazione italiana con Alessandro Guerriero e il gruppo Alchimia, pur cementata da una profonda ammirazione reciproca e da una forte amicizia, sia naufragata per la mancanza di precisione nell'esecuzione delle loro opere, aspetto sul quale gli Haussmann fondavano il proprio linguaggio, mai esclusivamente formalista. Il testo si conclude con un appello in favore dell'istituzione di un WWF di quelle tecniche artigianali in procinto di estinzione, a riconferma dello spirito ironico della coppia. 

 

Eppure è un terreno scivoloso quello su cui i due svizzeri si muovono a Milano, lo sa bene Giorgio Marconi che affida a Gillo Dorfles l'incarico di scrivere un piccolo testo che "potrebbe aiutare la manifestazione". 

Dorfles fa muovere il loro lavoro dal rovesciamento della massima sullivaniana "form follows function", ma solo apparentemente la loro opera può essere ridotta a un banale "function follows form". In realtà il duo svizzero, facendo riferimento a un testo edito in Germania nel 1957 Die Welt als Labyrinth di Gustav René Hocke (trd. it. Il mondo come labirinto, Theoria, 1989, fuori commercio purtroppo: cfr. su doppiozero l’articolo di Marco Belpoliti), che estende il concetto di manierismo a tutti i movimenti artistici che rigettavano un rigido classicismo, non solo rispolvera un concetto che l'architettura riteneva all'epoca obsoleto come il manierismo, ma lo rinvigorisce affiancandogli quel termine, critico, che li proietterà in una nuova e più fresca modernità e farà loro prendere le distanze dal postmodernismo.

Come ha osservato Sonja Hildebrand in un saggio a loro dedicato, la compresenza nel titolo di questi due termini è emblematica. Entrambi i termini sono relazionali. Se manierismo si riferisce sempre a un'altra forma d'arte da cui prende le mosse, il termine critico reagisce per definizione a qualcosa. E relazionali sono gli elementi del loro alfabeto: allusioni, riflessioni, inversioni semantiche, salti di scala, trompe-l'oeil, anamorfosi. Artifici volti a deviare, a scartare i segni comuni per generare nuovi segni, nuove figure.

 

Trix e Robert Haussmann, Manifesto della mostra "Manierismo Critico" allo Studio Marconi di Milano, 1981.


Agli Haussmann piaceva muoversi in una "realtà disturbata" in cui elementi che apparentemente non vanno insieme vengono invece affiancati, in cui la percezione usuale delle forme e dei significati è disattesa, traslata, distorta. Alla mostra di Milano viene esposto anche "The log-O-rithmic slide rule", un gioco di parole, o meglio un gioco fatto con le parole. Gli Haussmann hanno compilato due liste identiche di un centinaio di termini che sono in relazione con la loro opera. Le liste vanno fatte scorrere come in un regolo calcolatore, una a fianco all'altra, e ogni volta generano una combinazione di due parole. Cento concetti per una libera combinatoria recita il sottotitolo del gioco che viene inserito come un foglietto nel catalogo della mostra. Quella che è posta alla fine come una precauzione, un'indiscriminata generazione di conglomerati di parole può portare a confusione, sembra in realtà esserne l'istruzione. 

 

La carriera degli Haussmann continua ininterrotta fino ai primi anni Duemila, eppure è molto recente l'interesse degli storici svizzeri verso il loro lavoro. È del 2017 l'eccellente monografia uscita dal gta Verlag di Zurigo, il cui titolo contiene forse la definizione più esatta della loro opera di architetti e designer, Kultur der Formgebung, cultura del dar forma.

 

Robert Haussmann è venuto a mancare a Zurigo il 21 settembre 2021 poco prima di compiere 90 anni. 

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Robert Haussmann, foto di Trix Haussmann.