Gustav René Hocke, Il mondo come labirinto

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.

 

Quando è cominciata a diffondersi l’immagine del labirinto come metafora della condizione moderna? Nel corso dell’età barocca o prima? E perché a partire dalla metà degli anni Sessanta del XX secolo il labirinto è diventato una delle metafore del vincolo postmoderno? Gustav René Hocke, singolare scrittore e studioso di origine tedesca, pubblicava nel 1959 un libro intitolato Il mondo come labirinto; il sottotitolo recita: Maniera e mania nell’arte europea dal 1520 al 1650 e oggi. Tradotto in italiano solo nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino, dall’editore Theoria, passò quasi inosservato, cosa che non era capitata a un altro libro, stampato in originale nel 1959, tradotto da il Saggiatore nel 1965, Il manierismo nella letteratura, poi ristampato da Garzanti. Hocke è scomparso nel 1985 a Genzano nei pressi di Roma, dove ha vissuto gran parte della sua vita e dove ha scritto le sue multiformi opere. Nato a Bruxelles, aveva studiato negli anni Trenta a Bonn con Ernst Robert Curtius, grandissimo studioso della letteratura europea; poi si era trasferito in Italia durante il nazismo e vi aveva svolto il mestiere di corrispondente per giornali e riviste tedesche. Alla fine della guerra era stato internato in un campo di prigionia americano; liberato s’era dedicato ai suoi studi solitari. Cosa racconta Il mondo come labirinto? Che a metà del Cinquecento nasce una tendenza artistica, che segna di sé tutta l’arte europea per cinque secoli: il manierismo. Manierismo dal latino manus, prodotto della mano, e in senso traslato, scrive Hocke, dell’uomo che per mezzo dell’arte esprime la propria “calligrafia personale, per così dire”. Lo studioso tedesco si occupa di Parmigianino, Pontormo, Rosso Fiorentino, Nicolò dell’Abate, ma anche di Dalì, Magritte, Max Ernst, Fabrizio Clerici, Alberto Martini e di molti altri autori del passato e del suo presente. La categoria “manierismo” non è quindi intesa solo in termini storico-artistici, ma diventa una categoria omnicomprensiva che nelle quasi 400 pagine del saggio Hocke estende ben oltre le sue date canoniche sino a farla diventare una categoria dello spirito improntata al fantastico, al grottesco, all’arabesco, all’artificio.

 

Uno dei primi oggetti “manieristi” che appare nel suo libro è Castel Sant’Angelo, vero e proprio “oggetto magico”, surrealista ante litteram, seguito poi dal “bosco sacro” di Bomarzo, percorso abitato da mostri. Il labirinto è una delle molte manifestazioni di questo spirito che preferisce le vie traverse a quelle dirette: “Solo la via traversa conduce alla perfezione”. Si passa da Rodolfo II, personaggio mitico, a Kafka, dal libro di Comenio sul labirinto dell’anima all’occhio presente nelle opere di Man Ray. Il manierismo è poi una condizione psichica, la mania, esplorata dallo psichiatra e fenomenologo Ludwig Binswanger nei suoi casi clinici. Catalogo affascinante di eccentricità, bizzarrie, mostruosità e opere perturbanti, Il mondo come labirinto non è solo un’opera colta e inclassificabile, ma riesce a scandagliare un tema che merita ancora la nostra attenzione. Hocke ha attraversato il nazismo, pur sfuggendolo attraverso l’esilio italiano, e ha riflettuto su quello che era accaduto tra il 1933 e il 1945: dodici anni della fine del Mondo. Il suo fantasioso e originale catalogo di opere appartiene di diritto a quella che i nazisti avevano classificato come “arte degenerata”, e pur costeggiando temi che possiamo attribuire all’aspetto irrazionale, lo studioso tedesco cerca di recuperare il periodo che va dal Simbolismo alle avanguardie storiche, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Tutte le dittature del XX secolo, dal fascismo al nazionalsocialismo, per arrivare al bolscevismo, hanno cercato la propria dignità rappresentativa “in classicismi terribilmente scontati”. Hocke è convinto che la classicità sia stata nel XX secolo il simbolo stesso della grandezza e del potere, mentre il manierismo “un luogo comune per indicare impotenza, persino nichilismo antifatalistico e infernale”.

 

 

L’estetica idealistica del XIX secolo ha equiparato Classicismo a ordine, dignità e potere; il Manierismo è stato invece classificato come disordine, mancanza di dignità, decadenza. Il libro appare in Europa alla vigilia dell’esplosione della Pop art, che non è inclusa in questa mastodontica rassegna, come l’espressionismo astratto americano. Frutto del periodo bellico, questo volume pone delle questioni che ci riguardano circa l’attualità culturale e artistica in cui viviamo. Ci sono molti tratti in comune tra elementi del manierismo spirituale e astorico raccontato da Hocke e il postmodernismo esploso in USA e in Europa negli anni Ottanta del XX secolo. Sono legami di carattere psichico, oltre che formale, e che suggeriscono una domanda: come definire l’arte attuale? Non solo quella degli ultimi decenni, ma anche l’arte che si sta facendo nel periodo della presidenza Trump, del dominio di Putin, dell’esplosione del gigante Cina e dell’ascesa dei populismi europei. Hocke, che pure è un uomo del XX secolo, si pone domande sull’assenza di speranza che sembra a suo avviso connotare il secondo periodo postbellico: grave peccato del nostro tempo, scrive. Non sarà che la metafora del labirinto è quella più adatta a descrivere non solo l’arte, ma anche la condizione attuale. E la Rete, che si è affermata come “forma” del contemporaneo, non è forse nient’altro che una declinazione del labirinto stesso? Il labirinto ha una lunga storia, da quello cretese abitato dal Minotauro al labirinto di rami dipinto da Leonardo nel Castello Sforzesco di Milano, dal labirinto descritto da Kafka nei suoi romanzi al labirinto visitato da Borges nelle sue poesie e racconti. Non viviamo forse immersi in un groviglio indistricabile di connessioni e nodi, di strade sbarrate e a senso unico? Nel suo modo fantasioso e insieme terribilmente serio l’introvabile libro di Hocke ci introduce in un mondo complesso e misterioso che può aiutarci a capire l’epoca in cui viviamo. Siamo o no ancora manieristi?

 

Leggi anche:

George Boas, Il culto della fanciullezza

Morris Mitchell Waldrop, Complessità. Uomini e idee al confine tra ordine e caos

Ferdinand Deligny, Una zattera sui monti

Paul Roazen, Fratello animale

David Efron, Gesto, razza e cultura

Edward T. Hall, Il linguaggio silenzioso

 

Questo articolo è apparso sul quotidiano "La Repubblica" che ringraziamo.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO