Alfabeto Pasolini

Una Bibbia per i poveri

Strana Pasqua quella di questo anno 2022, che vede una guerra atroce, distruttrice, disumana violentare quella fragile pace che gli ultimi settant’anni sembravano avere acquisito. Una guerra che nasce nel cuore delle due Europe (quella d’Oriente e quella d’Occidente), ma sta mostrando un crescendo di implicazioni mondiali con prospettive terrificanti. Strana Pasqua, perché mentre dovrebbe, come tutte le Pasque, celebrare il memoriale di un uomo ingiustamente ucciso dalla crudeltà del mondo, e dunque spingere il cuore almeno dei cristiani a una conversione verso la fratellanza, la giustizia, la speranza, li vede in gran parte – almeno quelli più legati alle Chiese locali, soprattutto quelle d’Oriente, da sempre fortemente identitarie – su fronti contrapposti, pronti a odiarsi e a uccidersi l’un l’altro, pronti a rivendicare non un Dio di tutti, ma un Dio fortemente partigiano, il “Dio con noi” di famigerata memoria, che ciascuno può a suo piacere fare proprio. Sì, lo sappiamo che gli esseri umani sono straordinariamente inventivi nel male come nel bene. Ma è inevitabile chiedersi: che cosa non è andato nella trasmissione della fede? Che cosa ha funzionato tanto male da produrre una tale babele capace di confondere la mitezza con la guerra, l’umiltà con la tracotanza del potere? 

 

Il discorso è troppo ampio per poterlo affrontare qui. Ma penso a come nei secoli la pietà popolare venisse tenuta viva attraverso semplici rappresentazioni, che probabilmente avevano ben poco di filologicamente corretto, ma affidavano al racconto – o alla gestualità, o alla pittura, o alla musica – il senso ultimo del discorso pasquale: la vicinanza alla vittima e la speranza di un riscatto. In maniera semplice e diretta, affinché tutti potessero comprendere e partecipare.

 

Biblia pauperum era detta, fin dai primi secoli del tardo Medioevo, una forma particolare di spiegazione di alcuni testi o passi della Bibbia, che consisteva in illustrazioni, accompagnate da singoli versetti o spiegazioni, ad uso dei “poveri” che non avevano mezzi per accedere alle Scritture e dunque dei “semplici”, che si affidavano alla divulgazione di monaci particolarmente abili nelle raffigurazioni iconografiche delle Scritture. Nata come pratica nella Germania meridionale del Quattordicesimo secolo, si diffuse poi anche in Italia, Francia, Olanda, per “insegnare” con efficacia a una popolazione analfabeta gli episodi principali della vita di Cristo, aprendo così a un pubblico il più vasto possibile l’accesso alla via della salvezza cristiana. Più in generale, con la grande diffusione dell’arte sacra in Occidente, l’espressione “Bibbia dei poveri” venne attribuita anche a scene affrescate nelle navate di chiese e cappelle, soprattutto quando sono in sequenza, e narrano le scene bibliche da Genesi ad Apocalisse, con al centro, ovviamente, la figura di Cristo.

 

Anche la Cappella degli Scrovegni, per esempio, può essere considerata una Bibbia dei poveri. Ciascuno, ignorante o sapiente, può riconoscervi le scene narrate, anche senza magari percepirvi le innovazioni prospettiche, l’impasto dei colori, la finezza delle interpretazioni. Chi potrebbe non capire la magnificenza di quel cielo stellato che sovrasta il visitatore e che avvolge le nostre vite?

Quando poi all’arte “sacra” si affiancò l’arte “profana”, e, parallelamente, si comprese che l’interpretazione dei testi biblici esigeva una complessità che andava al di là delle raffigurazioni dei monaci o degli artisti che si affermavano nelle grandi città, l’espressione Biblia pauperum – e la sua funzione – si affievolì e si fece da parte. Ma nelle piccole comunità, nei villaggi impervi nascosti tra boschi e rilievi montuosi, dove la grande arte non poteva arrivare e le sontuose manifestazioni liturgiche rimanevano un’eco lontana, continuò a lungo a sussistere la partecipazione a quel sacro evento, narrato come culmine del dolore dell’uomo, della malvagità del potere, della pietà consolatoria, e di una speranza di riscatto. Così, ad esempio, in molti villaggi dell’entroterra ligure, soprattutto nel versante di ponente, nacque, intorno alla metà del diciottesimo secolo, un’altra arte povera. Ma povera non solo perché destinata ai poveri, ma fatta dai poveri, dagli artigiani dei paesi: carpentieri, fabbri, pittori, e non necessariamente artisti di professione. Ma soprattutto povera perché realizzata con materiali poveri: semplice cartone, gesso, colla, strutture di legno, colori ricavati dai materiali quotidiani. E ai poveri destinata.

 

Franco Boggero, storico dell’arte, ex funzionario della Soprintendenza di Genova, e appassionato del paesaggio del Ponente ligure, da anni si dedica alla valorizzazione dei “giacimenti” culturali dimenticati della regione. Alla sua passione si devono molte riscoperte di cartelami in soffitte, sacrestie, cantine di diverse chiese e paesi. La conservazione di quei materiali la si deve, forse, a “quell’attitudine prudente, tipicamente ligure, che si esprime con il termine manimàn: magari, un domani, non si sa mai …”. Oggi si tratta di restaurarli, di riportarli alla luce, farli rivivere, e con essi far rivivere l’essenza dolorosa, ma che non rinuncia alla speranza, di quel racconto. 

 

 

Un esempio: nella Flagellazione di Sassello, in provincia di Savona, tutto appare come reale: Il Cristo percosso è un perdente come ce ne sono stati tanti, in ogni luogo e in ogni tempo, e la soldataglia che lo percuote sono i persecutori di sempre. Chi metteva “su carta” tutto questo erano i semplici abitanti del luogo, gli umili lavoratori, i “poveri” cui la “buona notizia” è destinata, oltre l’offesa, oltre la morte. 

Chissà se c’è un rapporto tra l’aspra dolcezza del paesaggio ligure e questa forma d’arte? Secondo Franco Boggero i cartelami si ambientano, “con la loro evidente povertà, nella bellezza scabra del paesaggio dell’entroterra ligure che – soprattutto nel Ponente della regione – mantiene aree intatte: a Cosio, un paese dalle linee severe nell’alta valle Arroscia, l’oratorio ospita un insieme di semplicissime sagome della Flagellazione. Il restauro le ha rispettate nella loro traballante povertà”. 

 

 

Le forme erano sostenute da intelaiature appositamente create, a volte in armonia con l’architettura stessa della chiesa a cui erano destinate, altre volte, invece facilmente adattabili ad altre chiese o piazze o teatri. In ogni caso il culmine di quella operosità era raggiunto nella Settimana Santa, dove appunto il racconto raggiungeva il suo apice e il suo senso. Qui un Cristo al calvario con faccia da contadino, lì un soldato flagellante, a lato un Ponzio Pilato infingardo, una madre dolente, una Maria di Magdala luminosa e attonita. Figure paesane che incarnano, in quelle forme di carta, le storie della passione, ma rese vive – non più solo archetipi astratti – da quell’emergere dalla vita del paese, delle campagne, di quelle colline verdi circostanti, di quel sudare, e patire, e faticare la vita, e talvolta gioire. 

Porto Maurizio resta tuttora, spiega Franco Boggero, il più importante “deposito” di cartelami. Se ne conservano nell’oratorio di San Pietro, e in quello di Santa Caterina. 

Diverse le tipologie: dalle semplici sagome di cartone, alla “macchina” (un telaio pieghevole) concepita per ampliare l’altare, alle quinte arboree dipinte su tela e tese, a loro volta, su telai lignei sagomati.

 

 

Ma la vicenda dei cartelami ha conosciuto una espansione anche al di fuori della Liguria. In Corsica, che fin oltre la metà del Settecento resta un dominio della Repubblica di Genova, in Sardegna, nel basso Piemonte, in Toscana, con soluzioni di volta in volta diverse. 

Salvare questi racconti di carta è opera di recupero di un’espressività umile, di legame della fede con il territorio, portatrice di una interpretazione che coglie la sostanza del testo biblico. Non è possibile, ovviamente, tornare indietro. E neppure è auspicabile trastullarsi in una nostalgia fuori luogo. La storia si trasforma, e trasforma la nostra relazione alle cose. Ma ripensare sì, sarebbe doveroso. E ripensare per esempio a quanto la rigidità delle dottrine, la pompa dei riti, la prossimità al potere abbiano potuto, nei secoli, corrompere le antiche parole che annunciavano la necessità della giustizia e della pace fino a farle diventare armi di inimicizia e di guerra. 

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