Vivere ai tempi della bomba atomica sovietica

Il viaggio a DAU inizia prima di entrare nel grande palazzo in ristrutturazione del Théâtre de la Ville.

Ho richiesto un visto online, un Visa come quando si va in un paese straniero con tanto di fotografia da allegare e periodo di permanenza: la scelta era tra 6 ore, 24 ore (con possibilità di entrare e uscire a piacimento in quell'arco del tempo) o accesso illimitato per tutte le tre settimane di allestimento parigino. La metropolitana è tappezzata di manifesti che non dicono o spiegano niente, solleticano la curiosità proponendo un doppio primo piano, quello del regista russo Ilya Khrzhanovsky e quello del fisico sovietico Lev Landau, dalle cui sperimentazioni è nato tutto il progetto. Campeggia a caratteri cubitali la parola DAU.

 

Foto Alexei Lerer (courtesy Phenomen IP).


Tutto inizia nel 2009 quando Khrzhanovsky, diventato noto a livello internazionale con il lungometraggio 4, miglior film all'International Film Festival di Rotterdam, decide di realizzare un film documentario su uno dei padri della bomba atomica sovietica, Premio Nobel nel 1962 per la ricerca pionieristica sulla teoria dello stato condensato della materia e in particolare dell'elio liquido. Ma con l'inizio delle riprese il documentario diventa una gigantesca installazione immersiva dal respiro più ampio, un mondo parallelo che rende omaggio e dà forma alla visione dello scienziato: nasce il progetto sociale DAU, dal soprannome di Landau. Iniziano così 392mila provini alla ricerca di 10mila figuranti e 400 personaggi principali scelti tra non attori che hanno deciso di vivere un'esperienza fuori dal comune, fortemente straniante e al limite dell'esperimento scientifico. Disposti a lasciare le proprie vite per trasferirsi per tre anni in dodici ettari quadrati di set inaccessibile se non a chi è coinvolto nel progetto (solo un giornalista è riuscito a entrare nel corso dei tre anni di riprese), allestito come un grande Istituto di fisica quantistica a Kharkov in Ucraina (destinato a diventare uno dei set più grandi d'Europa), per rivivere la quotidianità come ai tempi della sperimentazione sovietica, tra il 1938 e il 1968, a cavallo tra la seconda guerra mondiale e la guerra fredda. La mia esperienza non sarà così immersiva: il mio visto dura solo sei ore. Insieme ai protagonisti e ai figuranti, alcune personalità di spicco hanno preso parte al progetto interpretando ruoli creati ad hoc, come Marina Abramovic che veste i panni di una professoressa di anatomia, Romeo Castellucci, antropologo, o ancora Brian Eno, creatore di architetture acustiche su misura per lo spettacolo, e il fisico Carlo Rovelli.

 

Varco i confini, chiudo sotto chiave il cellulare nell'apposito armadietto, negli anni cinquanta i telefonini non esistevano e dentro DAU non si può fotografare o filmare, e con il pass appeso al collo e una mappa entro nel grande ventre materno del teatro. Il consiglio che mi danno le guide, tutte rigorosamente in tuta grigia da operai, è seguire le parole riportate sulla cartina per non perdersi: DAU è strutturato in cinque piani. Mi fermo a lungo nelle due grandi sale cinematografiche, e passo al primo livello: al sex-bar dove è possibile mangiare cibo in scatola dal dubbio aspetto. Subito sopra ci sono i due settori con le cabine di visione e di ascolto per una persona alla volta: potrei restare qui giorni interi per esplorare l'intera filmografia su DAU, scandagliando le 700 ore di riprese in russo divise in dodici lungometraggi e alcune serie, con sottotitoli in inglese, francese e tedesco. Seguendo il Body centrale, fondamentalmente l'ossatura del Théâtre de la Ville, scopro cavità e insenature oltre la struttura principale, come una stanza con le pareti scrostate piena di letti con le testate in ferro e dotati di cuffie che ripropongono una serie di suoni in loop; gli immensi camerini degli artisti con decine e decine di costumi di scena in cui è stato facile sbagliare porta e ritrovarmi nella zona di servizio; ma soprattutto il piano degli appartamenti: una minuziosa ricostruzione degli alloggi sovietici d'epoca. Guardo fuori dalla finestra: lì sotto scorre la Senna. Tra arredi e suppellettili rigorosamente vintage, dove alcune comparse vestite alla moda del tempo accolgono i visitatori con aneddoti sul proprio passato o ricordi di una vita altrui, come una flautista sprofondata in un sofà che attende gli ospiti con tè e fragole o un'anziana signora che seduta a un tavolo pieno di centrini mi offre un salatino mentre sfoglia riviste nella lingua della sua infanzia, snocciolando curiosità su una patria abbandonata da bambina. Questi erano i mobili di casa sua? “No, dopo la morte di Stalin la Russia ha ammodernato tutto. Questi mobili forse li avevano i miei nonni, ma io non li ho mai visti in casa”. Come sei finita qui? “Mi hanno chiamata e sono venuta. Parlo con la gente per 10 ore al giorno, mi diverto perché così passo il tempo”. Girovagando nei corridoi un piccolo stormo di tute rosse mi investe con movimenti ispirati alla biomeccanica: danzatori e performer incuranti dei presenti danno vita a uno dei tanti avvenimenti, come concerti, performance e happening che animano DAU.

 

Courtesy Phenomen IP.


Ma il progetto occupa altri luoghi a Parigi: al Théâtre du Châtelet è stata allestita una mostra di opere d'arte del periodo e al quarto piano del Centre Pompidou, a cui accedo con lo stesso pass del Théâtre de la Ville, in un padiglione montato tra le nuove sale della collezione permanente è stato riallestito il set/appartamento in cui si sono svolte alcune scene dei film di DAU. Da grandi oblò lungo un buio corridoio vedo i non-attori che compiono azioni banali, come bere acqua, scene di vita quotidiana riprese da alcune telecamere e trasmesse in diretta sui due schermi posizionati vicino al bar nel cuore del Théâtre de la Ville, trasformandola in una performance lunga il tempo della mostra.

Il pubblico tra un film e la ricerca di chissà cosa – una performance, una conferenza, un frammento di vita vera – nelle viscere del palazzo in Place du Châtelet diventa l'occhio onnivoro di un grande fratello totalitario, lo scienziato che guarda come stanno i propri criceti in un'ambiguità straniante che oscilla tra l'idea eccitante della grandiosità del progetto e la cupa tensione per l'assurdità dell'esperimento. La maniacale e megalomane ricostruzione della realtà storica diventa un feticistico Truman Show. Come nei migliori reality, in una sottile declinazione della poetica della realtà, i film sono spaccati di una quotidianità in cui le persone costrette a vivere insieme senza via d'uscita danno ampio spazio agli istinti più animaleschi: le scene molto esplicite di sesso, le liti furiose, magari in seguito ad abbondanti bevute, sono più che frequenti. 

 

Al contempo però anche io, guidata dalle indicazioni e sollecitata dalle suggestioni visive ed emotive, mi ritrovo a far parte di questo esperimento, in un gioco di equilibri che regola il labile confine tra realtà e finzione: fino a che punto i non attori sono sé stessi senza recitare una parte? Qual è la soglia che separa un test sociale e scientifico dal sadismo voyeuristico? 

L'alone di mistero e di ambiguità, unito al rifiuto delle autorità tedesche di portare il progetto a Berlino, dove volevano ricostruire un pezzo di Muro, hanno reso DAU l'esperienza del momento. Dopo la prima mondiale a Parigi, il progetto volerà a Londra, sede della fondazione indipendente Phenomen Trust, finanziata dall'imprenditore russo Serguei Adoniev che ha fatto la sua fortuna con le telecomunicazioni e che ha sostenuto la titanica impresa.

Dopo giorni, mescolando un caffè con un cucchiaino inciso con la falce e martello acquistato nel negozio dei souvenir prima di uscire da DAU, mi chiedo quale può essere il senso di un progetto del genere: che dietro alla fiction ci sia solo una grossa operazione commerciale? Le polemiche e gli schieramenti rimbalzano sui media di tutto il mondo, ma forse la soluzione migliore è vivere l'esperienza come un tour in un grande parco tematico. 

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