Morandi, Maicol & Mirco

25 Febbraio 2024

Ogni mattina Michael Rocchetti, il disegnatore noto ai più con il doppio pseudonimo di Maicol & Mirco, pubblica sulla sua pagina Instagram (e, da poco, sulla prima pagina di “il manifesto”) uno dei suoi caustici “scarabocchi”, cellula-frattale di un’opera omnia che a partire dal 2018 si è riversata in una serie di libretti fortunatissimi (tutti editi per Bao) finora arrivata al settimo titolo, Ops.

Ormai familiari, dunque, anche a chi non frequenti troppo i social, le vignette rosso-nere di M.&M. consistono di un unico sketch in cui una coppia più o meno fissa di “personaggi” sbozzati a pennarello (micidiale il duo padre-figlio) o un’unica figurina in scena (altrettanto micidiale la tomba parlante) si produce in un botta-risposta a tema ora esistenziale, ora politico, ora metafisico, o tutte e tre le cose, sempre bruciante per sintesi epigrammatica e spietatezza (giusto due esempi: “Vorrei vivere felice” / “Delle due l’una”; e: “Stiamo diventando dei pezzi di merda” / “Unica transizione ecologica di cui siamo capaci”). Qualcosa a metà tra l’Omino Bufo e l’Ecclesiaste, nel solco di una tradizione di pensiero senza scampo – i nomi si sprecano: dentro anche Leopardi, ovviamente, e il Cioran dei Sillogismi dell’amarezza, e i microdrammi beckettiani – ossessivamente incentrata sulla labilità della nostra presenza al mondo e sulle conseguenti goffaggini, idiozie autodistruttive, ipocrisie struggenti con cui tentiamo di mascherarla ai nostri stessi occhi.

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Facendo un po’ seguito a MMM (2020), illustrazione-rilettura del Manifesto del Futurismo di Marinetti, nei mesi scorsi M.&M. è tornato nelle librerie con l’albo Natura morta. Una domanda a Giorgio Morandi (24 Ore Cultura): un graphic novel sui generis in grado di sviluppare, con il consueto minimalismo di parole e immagini, una riflessione dolorosa sull’arte, sull’uomo e sul suo rapporto con le cose che gli stanno attorno; un’opera aggiudicatasi a dicembre il prestigioso Premio Ciampi per la neonata sezione fumetto, e che, più importante, ribadisce lo speciale connubio tra scarabocchio e pensiero della fine che fa di M.&M. un autore vitale nell’attuale scenario artistico-comunicativo, infestato da retoriche consolatorie e “tossiche” (proprio in quanto consolatorie).

La domanda a Giorgio Morandi che campeggia allusiva nel sottotitolo di Natura morta non si ritrova, nero su bianco, a testo: formulata “fuori campo” dallo stesso avatar di M.&M., contraddistinto da una maglietta con la scritta “Fragile”, la si intuisce però ad apertura di volume nelle parole con cui il Morandi-scarabocchio, tutto testone e cravattino, non senza una punta di biasimo dà la stura al suo monologo: “Tu quindi vuoi sapere perché disegno solo cose?”. La risposta di Giorgio Morandi (questo il vero contenuto dell’albo), almeno nella sua formulazione brutalmente lapidaria, è presto detta: “Dipingo cose perché la natura è morta / E io non dipingo cadaveri”. O in altri termini, poche pagine dopo: “La natura non esiste / Noi non esistiamo / Ci illudiamo di essere vivi”.

Questa coppia di staffilate, degna di un antico filosofo cinico, schiude immediatamente al cuore della riflessione di Natura morta, che è, anticipavo, il rapporto dell’uomo con le “cose”, intese appunto nella loro accezione fenomenologica e già perecchiana di oggetti: e dunque anche roba, merce. Solo le cose vivono; soltanto loro, nel presente come nel ricordo, esistono per noi.

b

Quando parliamo al telefono, sentenzia Morandi, non stiamo parlando con qualcuno: di fatto, parliamo con un telefono; quando guardiamo un film in tv, stiamo guardando un televisore. E i connotati fisici dei miliardi di identità che affollano il mondo, occhi nasi bocche? Destinati a sfumare nel ricordo indelebile di un gadget vistoso, costoso o alla moda: montature di occhiali, vestiti e accessori, motorini… Ma come si chiamava più lui, quello col Gilera giallo? Il Gilera giallo modificato? Sì – Ah boh. “Boh”, sputa Morandi, e l’effetto è quello di un ceffone.

Gli amari ragionamenti in bianco e nero del pittore-scarabocchio sono intervallati da una serie di still lifes silenziose, bottiglie e cocci assortiti, che non sono ovviamente un mero esercizio di M.&M. d’après Morandi, un omaggio naïf ai cromatismi e alle già essenziali geometrie delle tele originali; ma accompagnano la lenta formulazione, in modi figurali, di un’altra domanda; quella che le parole del pittore vanno a poco a poco insinuando nella mente del lettore-spettatore (e dello stesso protagonista, come certe sue pause sgomente lasciano supporre): se le cose sono “le vere proprietarie del mondo”, se un ciclista in fondo è una bici, un alcolizzato una bottiglia, ecc., noi, invece? Cosa siamo, cosa saremo? Cosa resterà di tutto quel caotico ammasso di passioni e abitudini che lo scorrere di una vita si lascia dietro senza quasi darsi pensiero? Un po’ di libri? Una borsa? Un accendino, un paio di scarponi? E poi: cosa ci stiamo a fare al mondo, se il mondo è delle cose?

Qui sta il nocciolo del discorso, a tratti insostenibile, che M.&M. mette in bocca al suo Morandi; discorso che se pure tocca un vero e proprio universale (come dimostrano quelle “prime cose” a cui Natura morta è dedicata), al tempo stesso illumina una questione resa quanto mai impellente dalle attuali condizioni e prospettive della civiltà iperconsumistica, che finiscono per conferire al titolo una sfumatura quantomeno sinistra.

“Forse siamo qui per le cose”, suggerisce Morandi: ed è difficile, guardandosi attorno nei propri appartamenti invasi di roba – inutile essenziale preziosa dimenticata –, dargli torto.

Le cose non soltanto accompagnano l’esistenza offrendosi utilmente come strumenti, prestandosi alle nostre proiezioni affettive e simboliche, identificandoci allo sguardo degli altri; ma, lo si sappia o no, sono destinate a sopravviverci, a fare a meno di noi: in qualche modo, a sopraffarci. Come se, per il fatto di essere mute e incoscienti, e insomma sottomesse alle volontà di chi le ha desiderate e acquistate, oppure ricevute, trovate, costruite, consumate, curate ecc., le cose dovessero volatilizzarsi assieme ai rispettivi proprietari. E invece no: nella loro perfezione immobile, resteranno solo le cose. E questo pone delle precise responsabilità, che sono politiche ed ecologiche. Morandi, da bravo scarabocchio, non può fornire soluzioni: ha già parlato abbastanza, è ora di tornare al lavoro. Quanto a Maicol & Mirco, che è rimasto zitto per l’intera durata del soliloquio: l’autoritratto su cui Natura morta si chiude, oltreché un gesto d’amore nei confronti del suo pittore, è una sorta di piccola estasi; la serena rassegnazione di chi, nell’abbraccio della luce, agli occhi di chi ricorderà, accetta di riconoscersi come cosa tra le cose.

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Michol