Per un nuovo welfare territoriale

29 Novembre 2013

La recessione globale in corso della quale non è ancora dato prevedere l’intensità di ricaduta sta determinando un impatto di proporzioni inedite sul nostro sistema economico, produttivo, sociale e culturale. È certo che questa crisi ha attivato un cortocircuito, una “nebbia cognitiva” in chi produce analisi, valutazioni e proposte tra i vari expert (politici, economisti, maîtres a pensée, ecc) che continuano a formulare (a volte farneticare) su cause, dati, previsioni, proposte e soluzioni.

 

Questa profonda mutazione imporrebbe invece uno sguardo attento, ampio, nuovo e coraggioso per provare a riflettere, interpretare quello che sta avvenendo e sul modo in cui vogliamo continuare ad avanzare e sulla fattibilità e sostenibilità del nostro modello economico e sociale.

 

Uno sguardo che gli attuali expert troppo spesso dimostrano di non avere o forse ne hanno per obiettivi diversi da quelli che interessano i cittadini. Ma i problemi cosi facendo rimangono li, anzi aumentano. Una disoccupazione che ci dice ILO - Organizzazione internazionale del lavoro – dovrebbe arrivare a fine 2013 in Europa a 22 milioni e superare quota 200 milioni nel mondo. In Italia la situazione la conosciamo: il Pil italiano crollerà anche nel 2013 dell'1,8% e la ripresa (se ci sarà) nel 2014 sarà dello 0,7%. Il tasso medio di disoccupazione arriverà al 12,1% per il 2013, mentre nel 2014, pur stabilizzandosi, salirà al 12,4% con quella giovanile sopra il 40% (Fonte: Istat 2013)

 

Come ormai appare ovvio, questa crisi nasconde dentro di sé qualcosa di più strutturale e profondo di una recessione tuttora in corso: stiamo vivendo una vera e propria “transizione” dei nostri paradigmi (economico, produttivo e sociale). Una transizione storica, un axial age, assimilabile a un “perno” attorno a cui ruota la storia dell’umanità, come ci ricorda il Prof. Pombeni, iniziato molto prima del 2008. “Si stanno modificando i paradigmi – cambiano le nozioni di famiglia, di lavoro, di stato sociale, di dovere civile, di identità, di welfare, ma continuiamo – ci dice Pombeni – con paradigmi del vecchio secolo, nel migliore dei casi”.

 

Perché non provare invece a partire dalle anomalie del sistema, perché non partire da chi è disoccupato (o precario o non permeato al e nel sistema), che a conti fatti rapportati alle persone attive sono ormai un numero considerevole, per provare a cambiare le cose ? Il sistema politico ed istituzionale attuale fatica sia ad interpretare il cambiamento sia a trovare soluzioni e comportamenti per rinnovarsi. Di esempi e di anomalie decadenti del sistema politico-istituzionale (e di mancate riforme auspicate) ormai ne siamo pieni. Attendere le soluzioni da chi è stato ed è la causa di questo declino è semplicemente illusorio perché continuerà a difendere l’esistente per provare a salvaguardarlo, reiterando così problemi ed anomalie ed accentuando il declino culturale, etico, economico e morale, come stiamo assistendo in questi anni.

 

La questione non è solo individuale (ci sono persone di grande capacità in ogni organizzazione) e forse sono proprio le attuali “architetture e forme” istituzionali (politiche, amministrative, scolastico-educative, etc) e i relativi “gruppi organici del sistema rappresentativo” a non essere più adeguati al cambiamento in atto. Come sempre è successo, probabilmente saranno questi organismi istituzionali a venire modificati nella e dalla storia. È solo questione di tempo e di sguardo ampio, prima o poi le nuove “forme” sostituiranno le vecchie. Saranno passaggi lunghi e dolorosi ma inevitabili.

 

Intanto, per non essere tutti travolti ed assorbiti dal declino e aspettare in modo silente cambi di politica economica che sappiamo non possibili oggi (le vie della ripresa sono strettissime), perché non provare con chi non è del tutto permeato fino in fondo alle sorti di questo sistema decadente, perché non affidarci alle potenzialità delle persone (che sono tante), alla creatività presente nei territori (che è diffusa), alle energie latenti e farli diventare nuovi driver territoriali e fattori di un nuovo cambiamento per cercare di interpretare cosa sta succedendo e trovare nuove direzioni in una logica di nuova produttività sociale?

 

La nostra ipotesi è che partendo dal problema disoccupazione e affrontando la questione in modo nuovo e moderno si può provare a sviluppare nei territori dei modelli e degli spazi creativi di aggregazione dal basso per tramutare la mentalità passiva e la “pigrizia culturale” del sistema in mentalità attiva e propositiva.

 

Questo per promuovere espressioni di imprenditorialità individuale e collettiva, valorizzando eccellenze e capacità presenti, al fine di attivare il cuore economico locale, dove si produce innovazione, ricchezza, occupazione, ma anche senso comune, identità sociale, solidarietà. Il tutto nella speranza – mai persa - che questo scalfisca e coinvolga anche le “anime” ancora vive e sveglie del sistema attuale.

 

Gli esempi di questa nuova produttività sociale sono ormai numerosi. È quello che cerchiamo di realizzare con il format FormArea Campus – laboratorio didattico per le idee. Azioni in cui cultura, conoscenza, creatività e diversità di approccio sono gli asset per un benessere individuale e di comunità perché, anche come ci dice l’OCSE proprio in questi giorni, non possiamo più misurare il benessere soltanto in termini di Pil.

 

Bisogna che le forze produttive, capaci e creative presenti nei territori - al di là ed al di fuori dei vincoli e dei legami di vecchie pastoie ed appartenenze - si mettano insieme, trovando anche nuovi luoghi (fisici e metaforici) per elaborare una nuova concertazione per il welfare territoriale.

 

Le eccellenze umane, professionali, culturali non mancano, dobbiamo capire che i modelli “istituzionali e di governo secolarizzati”, che sono nati e andavano bene nel dopoguerra, oggi non sono più adatti e stanno implodendo, colpiti e attraversati dal vento gelido di questa stagione di recessione.

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