I libri risorti

“Ma io pensavo che avreste portato via tutto!”. Con la voce ridotta a un filo, eppure così pieno di rabbia e livore da farla suonare come un urlo di furia, mi guarda e poi non mi guarda, respira più veloce e non smette di toccare – di accarezzare – uno degli undici scatoloni in cui ha sistemato i libri di cui avrebbe voluto sbarazzarsi. Io sono sulle ginocchia, a contare i cinquantadue volumi che ho estratto dalle macerie dei quattrocentotrenta che il signore qui di fronte mi aveva offerto, e non parlo mentre lui continua a farlo, ma sempre più sommessamente, sempre più intestardito ma rassegnato. Insomma, dice, anche le altre volte mi aveva preso tutto, non faceva mica il prezioso come oggi, santodio!

 

Ho lasciato Bruno Vespa, Enzo Biagi, Indro Montanelli, ho lasciato i libri d’inchiesta sui casi di malasanità, sulle vicende di malgoverno, sulle tangenti, sugli abusi edilizi; i libri di Marco Travaglio, degli anonimi anti-Vaticano; ho lasciato, e quasi non li ho nemmeno guardati, i libri sul terremoto dell’Aquila, sulla strage di Ustica, sulla strategia della tensione, sui finanziamenti ai partiti, sul terrorismo di destra e sul terrorismo di sinistra; ho snobbato sdegnosamente le raccolte di elzeviri moraleggianti di Massimo Gramellini, gli amarcord da Seneca postmoderno di Eugenio Scalfari, le conversazioni di Francesco Cossiga con Claudio Sabelli Fioretti; infine ho scansato con un gesto di fastidio gli instant-books sulla cultura in Italia, sull’arte contemporanea in Italia, sui musei in Italia, sul cinema italiano contemporaneo, sul teatro italiano contemporaneo, le lamentele dei filosofi, dei sociologi, degli operatori culturali, i piagnistei dei professori, i richiami all’ordine dei professori, tutti i pensare un nuovo secolo dei professori.

 

Poi, alzandomi in piedi, ho guardato quei cinquantadue messi da parte e mi sono rallegrato. C’erano San Paolo e Antonio Delfini, Beppe Fenoglio, Edgar Wind e William Faulkner; c’era una meravigliosa rivista, In forma di parole, che, anche se stampata nella mia città, ormai è diventata introvabile; c’era il Volo di notte di Saint-Exupéry nella prima edizione Mondadori del 1932, due William Burroughs fiammeggianti, mai aperti. C’erano Senofonte e Erodoto, Primo Levi e Walter Benjamin. Sdraiati l’uno sull’altro, anche loro sdegnosi verso quegli altri lasciati lì a prendere la polvere dei secoli a venire.

 

Poco prima di aprire la libreria, e dunque subito dopo aver preso la difficile decisione di scappare a gambe levate dall’università, un pomeriggio ricevetti una telefonata da Antonio Moresco. Ci sentivamo abbastanza spesso in quel periodo e lui era molto curioso di sapere come stavo gestendo i preparativi per questa nuova attività, e mi faceva tante domande ed era sempre prodigo di consigli e suggerimenti. “Sai come la chiamerei la libreria?”, mi chiese quel pomeriggio. “I libri risorti”. Io ero rimasto in silenzio un attimo, ma lui, subito dopo: “so che magari suona un po’ lugubre e mortuario e cattolico però se ci pensi è quello che succede, no? I libri risorgono e tornano alla gloria del padre, cioè al lettore”. Rideva, Antonio, quel giorno, era decisamente di buon umore.

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08 Luglio 2014