L'età d'oro delle cartoline

Paolo Caredda. In un'altra parte della città

Quando in vacanza cerchiamo cartoline da spedire ci sembra di compiere con affetto un gesto rivoluzionario d'altri tempi, abbandonando per un attimo le fotografie dei nostri cellulari.


Monumenti, piazze, vedute, scorci, paesaggi, opere d'arte, tutto ciò che possa  rappresentare al meglio i luoghi e l'umore in cui ci troviamo. Per farci una risata scegliamo quelle più retrò in qualche cartoleria fuori moda o tra le scatole di qualche mercatino vintage. Sempre immagini "da cartolina", con un mondo perfetto, ordinato, patinato, ottimista, romantico, utile per tutti i gusti e in tutti i tempi.

 


Sfogliando In un'altra parte della città di paolo Caredda (Isbn edizioni) scopriamo un'altra estate delle cartoline. Una sconosciuta "età d'oro", tra la fine degli anni cinquanta e i settanta, in cui le cartoline hanno voluto raccontare qualcosa di diverso, o di più misteriosamente multiforme, del ricordo delle vacanze, con uno spirito più vicino al desiderio autentico di condividere "il senso del luogo" che a quello di dare un'immagine meravigliosa e positiva di sè.

 


"La cartolina come panorama approvato dalle autorità, l'establishment che pubblicizza gli edifici del potere, i monumenti delle sue personalità, la grandiosità dei lavori pubblici. È per questi bisogni che nel Diciannovesimo secolo è stata fabbricata la cartolina postale, e se ruotiamo l'espositore girevole in un aeroporto troveremo gli stessi motivi ancora oggi. Eppure, per un breve momento, la cartolina non ascoltò gli ordini e prese altre strade".
 Gelaterie, albergi, pensioni, ristoranti, vecchie trattorie, bar, case di riposo, piccoli negozi, centri commerciali, autogrill, campeggi, strade anonime, incroci trascurabili, edifici scolastici, fabbriche, utilitarie parcheggiate sotto casa o in pineta, condomìni, autostrade, complessi industriali, campi di calcio, chiese, bambini che giocano e passanti entrano improvvisamente nelle cartoline.

 

 

 

 



Con il boom economico "la città intera aveva il diritto di finire dentro un'immagine". Tutta la vita reale, tra edilizia popolare, periferie marginali e luoghi popolari di villeggiatura, ha conquistato la dignità per diventare immagine condivisibile. 
Un'età d'oro in cui "anche l'uomo medio poteva circolare liberamente nel mondo dell'immagine", fotografato casualmente mentre attraversava la strada o leggeva il giornale su una panchina. In cui anche i bambini potevano essere ritratti senza denunce e  le insegne potevano essere immortalate senza condanne per pubblicità occulta.

 

 

 

 



Nelle cartoline di quegli anni sono apparsi luoghi metafisici e da fantascienza, che celebravano la modernità e il benessere appena raggiunto dalla classe medio-povera, senza però nascondere l'inquietudine. Il cambiamento con un oscuro spirito ribelle contro la normalità, con qualche dettaglio che sfugge verso il disordine, l'imperfezione, la sporcizia.
Cartoline maleducate, senza troppe regole, con inquadrature e soggetti inspiegabili, "impresentabili, spesso sconcertanti". "Immagini precarie dal bordo della strada, senza spegnere il motore", immagini ricolorate con rosa  azzurri verdi e arancioni ad acquerello.


Immagini che oggi sembrano "uno scherzo, un'impertinenza, violente con tutte quelle colate di cemento. 
Immagini che però raccontano la storia del paesaggio italiano e la nostra identità come "schiaffi alla ragione e allo status quo".

 

 


Immagini che "privilegiavano il senso del luogo rispetto ai valori del Grande Magazzino e della messa in scena. Celebravano la fine del Buon Gusto. La cartolina come immagine ribelle, assente a ogni appello. Bandita da guide di viaggio e libri d'arte, spedita a un altro indirizzo".


Arte delle da e per le periferie che l'autore ha scoperto tra cartolerie, alimentari, tabaccherie, mercatini e negozi on line dando vita a una narrazione poetica che, più di una ricerca, sa evocare l'immaginario di una stagione di trasformazioni e ridare indirettamente voce alle storie abbandonate di anonimi fotografi e tipografi. Arte popolare che esplode nella grafica sapiente di Fabio Montagnoli e Alice Beniero.

 


Fotografie lontane, ma così vicine a chi parte e chi resta in questa estate che non ha ancora trovato il modo di rimmaginarsi e rappresentarsi in nuove cartoline, senza ascoltare gli ordini, con la verità e la ribellione che viaggiano per altre strade.

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