Pillole per il lutto

La danza macabra del neo-kraepelinismo

È vero, a Bali seppelliscono i morti, dopo un periodo li dissotterrano e fanno una grande cerimonia festosa – con paramenti di carta colorati e meravigliosi – dove bruciano i cadaveri e spargono al vento le loro ceneri, in modo da liberarli dal mondo terreno e da liberare se stessi dall’angoscia del dolore per la perdita. Qui da noi si portava il lutto, per un periodo, poi ogni anno si rinnovava il dolore con un annuncio che ricordava la perdita. Ora non più.

 

Nonostante le distinzioni da sempre presenti e rinnovate da Freud – nell’opera Lutto e malinconia – ora il lutto è considerato dagli psichiatri neo-cretiniani – pardon, neo-kraepeliniani, “boccaccia mia statte zitta!” diceva il ventriloquo – una malattia. Il che fa talmente ridere la persona di buon senso da aiutarlo a superare in una sola grossolanità, se non il lutto – ch’è giusto che permanga per un certo periodo e sia rinnovato nella memoria – almeno la malinconia.

 

L’articolo di Paolo G. Brera, apparso su Repubblica il 28 dicembre 2012, non è il primo a rilevare questo evento inquietante che – nonostante la protesta di molti psichiatri e psicologi americani e di tutto il mondo – va avanti: un farmaco per guarire il lutto, come se il lutto fosse un disordine psichico. Invero questo affare dura da troppo tempo e si sta spingendo troppo avanti. Non si tratta di un complotto malevolo, ma di una corbelleria dilagante. La corbelleria è che si possa tenere sotto controllo la società civile attraverso tecnologie del controllo del sistema nervoso. Il concetto di brainhood che sostituisce quello di personhood. Come si fa a tradurli? Bisogna ricorrere a parafrasi: è come se alla nozione di responsabilità personale, soggettiva, venisse sostituita l’idea che qualcuno si possa sostituire alla persona manipolandone il cervello attraverso il sistema dei neurotrasmettitori. Questa prospettiva investe tutto il sistema sociale ed è giunta persino nelle arretrate accademie italiane. Come se l’arretratezza non fosse, coi tempi che corrono, l’unico pregio che ci rimane.

 

Chi pubblica cose di questo tipo – che il farmaco per il lutto giova, che le emozioni possono essere controllate chimicamente, che il comportamento può essere condizionato – viene premiato perché scrive (si fa per dire!) su riviste indicizzate, le uniche che possono pubblicare, in modo acefalo, qualsiasi corbelleria corredata d’impianto statistico. Così questa gente fa davvero carriera in un meccanismo in cui la ricerca si trasforma da sistema di pensiero in sistema di controllo sociale.

Si cominciò negli anni Ottanta con una ricerca organizzata per la promozione pubblicitaria del prodotto farmaceutico, ora si finisce (a immagine e somiglianza di Savonarola) con una ricerca/ingiunzione ad assumere il farmaco pena ritorsioni morali, se non addirittura giuridiche. Se va avanti così il DSM-VI sostituirà la Costituzione degli Stati Uniti. Verranno cancellati sia il primo – quello che assicura la libertà – sia il quattordicesimo emendamento – quello che assicura la dignità.

 

Via scienza – ove per scienza s’intende questa robaccia – il mondo occidentale verrà interamente lobotomizzato. Quel che abbiamo sconfitto alle porte, il totalitarismo coatto e violento, rientra attraverso le nostre finestre nella forma di un totalitarismo sublimato in pillole.

 

Non si tratta di essere contro i farmaci, e neppure contro un uso assennato degli psico-farmaci. Qui però assistiamo all’incitamento verso un uso dissennato, che tiene sotto controllo le nostre esistenze, ci impedisce di provare il dolore per la perdita di una persona cara, siamo alle soglie di una società cinicamente organizzata, dove la morte si trasforma in mortage (quota di ammortamento), qualcosa su cui pagare un’assicurazione, niente di più. L’attacco pesante di questa psichiatria è contro i codici affettivi materni, la fiducia e l’amore; di conseguenza, contro i codici simbolici paterni, il rispetto e la dignità. Tutti coloro che desiderano nei termini di una passione umana – affettuosa, amorosa, solidale, relazionale, sociale – sembrano destinati, come avveniva con i dissidenti in Unione Sovietica, a venire col tempo emarginati dalle accademie e dai luoghi di ricerca.

 

Ogni ricercatore, per il bene della propria carriera, sarà costretto a mettersi nelle condizioni di ottimizzare il proprio compito tecnologico, senza porsi alcuna questione etica, altrimenti salta.

La condizione più sconcertante è che queste posizioni debbano essere condivise da tutti, in modo democratico. Sono le condizioni di una democrazia totalitaria. Quel che si sta tentando di fare con la pillola contro il lutto è cercare di convincere noi tutti che in fondo provare indifferenza per una persona che ami è meglio, che le relazioni, i legami sociali vanno eliminati per il buon andamento della società. Per chi se ne intende di psichiatria, l’asse quinto del DSM ha fatto la parte del leone. Per gli altri: il profilo dell’ottimo funzionamento psichiatrico è quello del Grande dittatore narcisista e populista contemporaneo.

 

I rituali non servono più a nulla, vengono svuotati. Gli affetti, che accadono nell’incontro con l’altro, vanno sostituiti dalle emozioni, che sono variazioni neurofisiologiche controllabili, grazie alle sostanze psicoattive. Il nuovo LSD è funzionale, ora come allora. Allora serviva a trasformare la protesta studentesca in remissione allucinatoria, oggi alla robotizzazione intravista quasi cent’anni fa dai francofortesi, e chi non sa chi sono i francofortesi me lo chieda nei commenti. Questo mondo si sta facendo un baffo della finitudine umana e della morte. Nello stesso tempo, la psichiatria – che pretende di tenere sotto controllo anche la reazione umana alla morte – segna la morte di se stessa e – in un totalitarismo conoscitivo – si fa psicologia, sociologia, antropologia, filosofia, etica e perde qualsiasi, sebbene risibile, specificità scientifica.

 

Così tutti pieni di pillole grideremo: “Viva la muerte, tua!”

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10 Gennaio 2013