Prodigiosi deliri

Non è una réclame. Si tratta di una meravigliosa pièce teatrale diretta da Lorenzo Loris, con Mario Sala e Patrizia Zappa Mulas (fino al 22 dicembre al Teatro Out-Off), ispirata a due casi clinici rispettivamente studiati da Sigmund Freud e Ludwig Binswanger: il Presidente della Corte d'Appello di Dresda Daniel Schreber (caso di dementia paranoides) e la giovane donna ebrea (caso di protoanoressia) Ellen West.

Del Presidente Schreber abbiamo uno strabiliante romanzo: Memorie di un malato di nervi, edito in italiano da Adelphi, con un’ispirata post-fazione di Roberto Calasso. L'Opera di Schreber, per essere pubblicata, richiese  una battaglia giuridica per riavere lo stato di cittadinanza. Alla diagnosi di malattia mentale seguiva - e in alcuni oscuri luoghi continua a seguire - la perdita dell'habeas corpus.

Il caso, che aveva colpito Carl Gustav Jung per primo, ebbe una sua trattazione psicoanalitica in Freud. Mario Sala è magistrale, la sua conoscenza di Schreber è intima, è il Presidente così come s’immagina leggendo le pagine del suo romanzo. Oggi sarebbe diagnosticato nei termini di schizofrenia paranoide.

Freud, nel considerare il delirio di Schreber, ebbe un'intuizione prodigiosa, che illuminò tutto il campo clinico e lo ribaltò interamente: il delirio, prima ancora di essere un sintomo, è la maniera attraverso cui Schreber si cura. Una pezza, una benda tra l'io e il mondo, una benda che lenisce quell'angoscia profonda che separa lo schizofrenico dal mondo. Benda sull'abisso. Mondo socialmente e storicamente determinato, organizzato in modo da produrre quell'angoscia radicale che caratterizza lo schizofrenico.

Così Schreber, attraversa la convinzione delirante dentro il suo romanzo e racconta dei raggi divini che lo penetrano, ano solare (com'ebbero a dire Deleuze e Guattari). Raggi che forgiano il mondo, un delirio filosoficamente vicino a Spinoza, socialmente vicino all'idea del Panottico. Raggi che penetrano nel corpo e lo trasformano, eliminando lo scroto e la verga, trasformandoli in vagina; che a tratti mostrano un ingrossamento del seno, ecc., ecc. Nell'interpretazione di Mario Sala più volte si ripete, in modo evocativo il nome dello psichiatra di Schreber: Flechsig. L'uomo con cui per primo Schreber delirò di avere una copula, Flech-sig!

 

 

Poi le luci si spengono per pochi minuti e appare Ellen West, la prima donna di epoca moderna ad avere disturbi alimentari psicogeni. Prima di lei, accanto a lei, altre donne soffrivano di cachessia pituitaria, invenzione di Simmonds, che aveva confuso cause ed effetti diagnosticando gli effetti del digiuno prolungato come cause dell'anoressia. Se consideriamo che Basic Books nel 1961 rifiutò di pubblicare il libro di Mara Selvini Palazzoli perché l'anoressia era ancora una malattia rara, possiamo immaginare il caso Ellen West che risale agli inizi del Novecento e si conclude con il suicidio nel 1921.

La questione è controversa - nonostante l'opera di Binswanger - e svela risvolti inquietanti.
Il caso Ellen West riguarda la relazione tra libertà e cura. Se la cura psicoterapica produce libertà, la reclusione asilare è antiterapeutica, produce morte. Quando una commissione di tre psichiatri giunge alla conclusione di lasciare la paziente libera è ormai tardi. La reclusione subìta, interiorizzata, non può venire cancellata da una tardiva liberazione. Dopo i primi giorni di entusiasmo, Ellen, come più tardi Marilyn, si ucciderà con gli stessi barbiturici che le hanno dato gli psichiatri. I farmaci di quell'epoca.


Il caso Ellen West è recentemente ritornato a essere oggetto di studio presso Kasparhauser, rivista online diretta da Giacomo Conserva. Segnalo, tra gli altri, il contributo di Francesca Brencio intorno alle relazioni tra Binswanger e Heidegger, che, in qualche modo, pervadono la scrittura del caso Ellen West da parte di Binswanger.


Il problema Ellen West riguarda sopratutto la questione relativa a come interpretare il suicidio. La valutazione di Binswanger a proposito del suicidio di Ellen West come compimento del suo Dasein fu errata. È necessario riconoscerlo. Questo non significa, come hanno fatto alcuni gazzettièri di poco conto, accusare la filosofia fenomenologica o esistenzialista d'induzione al suicidio. Al contrario fu semmai la reclusione prolungata della West, il meccanismo oppressivo cui fu sottoposta, a produrre il gesto suicidario.

L'attrice, nella sua interpretazione corporea, rende, in quaranta minuti, l'angoscia dell'esistenza di donna reclusa, costretta alla terapia (ossimoro). Guardando la parte della Mulas la questione del suicidio si rende controversa, si libera dall'apparente profonda ma banale conclusione del grande psichiatra svizzero. Riconoscere il contributo di Binswanger alla psichiatria e alla psicoterapia non esime dall'esprimere dissenso per l'idea che il suicidio sia una ricerca del “positivo nel negativo”, o un modo per compiere l'esser-per-la-morte.  La questione è molto più complicata, come mostra la  performance.

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