Sambuco

«L’è ’n sambüc» diceva mia madre di un sempliciotto o di uno con poco senno, privo insomma di midollo (o di anima) come l’arbusto (Sambucus nigra) che s’incontra sul limitare di boschi. Ma di sambuco era il flauto di Mozart, magico contro malefici e sortilegi, e un costume contadino vuole che, davanti ad esso, ci si inchini sette volte, tante quanti i doni che elargisce. In Tirolo infatti lo si chiama “farmacia degli dèi” e in Sicilia lo si crede ammazza serpenti.

 

Sambuco, fiori di sambuco,

 

Rustico e pollonifero, prolifera nelle radure umide e lungo i corsi d’acqua dove allarga una chioma aperta e irregolare, sorretta da una ramificazione sinuosa e pendula. Le foglie, decidue imparipennate composte da cinque o sette segmenti ovati a margine dentato, emanano un odore pungente, amaro e, a certi nasi, sgradevole. Invece i piccoli fiori, montati su ampie candide antele, tra aprile e giugno, profumano di fresco e paiono tremuli merletti nuziali: squisiti appastellati e fritti, indispensabili per il dolce milanese pan de mej legato alla festa di San Giorgio. In autunno poi i bianchi corimbi mutano al nero e ciondolano grevi di lucide drupe, felicità per le aeree creature che le contendono agli amanti di confetture e distillati.

 

Sambuco, fiori di sambuco,

 

Nella «tastiera dei legni, delle essenze vegetali» di Andrea Zanzotto il sambuco è «sottigliezza, umile snellezza» (Un paese nella visione di Cima, in Luoghi e paesaggi a cura di Matteo Giancotti, Bompiani). E, giusto per ampliare la nostra etimologica, al contempo doppia antologia, rimaniamo in Veneto con Goffredo Parise colto nel momento della scoperta di quel luogo fatato che diventerà la sua casa di Salgareda:

 

Era un tardo pomeriggio di fine agosto, un po’ ventilato: la famosa pioggia c’era già stata e la stagione stava calando verso l’autunno. Due uomini si avviavano verso il greto del fiume Piave, a cavallo, e di colpo Guido, uno dei due, scartò di lato fino ad inoltrarsi prima in un piccolo bosco di pioppi, poi in una minuscola radura sopraelevata e strana. Avvolto in un ampio verde disordinato, tra viti nane e alberi da frutto e altri pioppi e salici c’era un relitto di casa, una sorta di fienile quasi invisibile, coperto da un grosso gelso storto che gli dava di fronte. L’atmosfera, per quanto di pochi metri quadri, era strana e felice: un piccolo Eden profumato di sambuco dove il vento leggero e già fresco volteggiava insieme ai molti uccelli: merli, passeri e improvvisamente un cuculo e un picchio. L’aria era color viola, oltrepassarono il luogo di strano incanto e sguazzarono nel fiume limpido, al guado. L’altro uomo ero io e avevo già deciso che avrei comprato quel fienile. (Veneto “Barbaro” di muschi e nebbie)

 

Sambuco, fiori,

 

Un esordio degno del suo capolavoro, i micro racconti di Sillabario n. 1 e Sillabario n. 2 scritti per lo più in questo rifugio di Ponte di Piave con attacchi in variatio sempre uguali: «Un giorno», «Una sera d’estate», «Un pomeriggio di agosto», «Un mattino presto di settembre». Queste brevi narrazioni hanno anch’esse il profumo dolceamaro del sambuco, e sanno di ciarle d’uccelli, d’improvvisi voli di taglio e vertiginose picchiate. Un piccolo Eden dove si sillabano di nuovo le situazioni e le parole dei sentimenti fondamentali, ma di «sghembo rispetto al significato tradizionale di esse» (Zanzotto), dove si prova a ricompitare, proprio come un bambino con il suo sillabario, a ri-significare in tutta la sua prima evidenza che «l’erba è verde». Sam-bu-co, parola che, spontaneamente, pronunciandola si sillaba.

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