raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

San Pietro in Lamosa, il piccolo monastero cluniacense alto sulle torbiere prossime al Sebino, era il mio posto, era il posto dove scappavo se la noia o le paturnie mi assalivano. È ancor oggi il mio luogo di elezione: se penso al mio paese, corro lì. Allora, era la trascurata chiesuola a ridosso delle dipendenze abitative dell’antica villa padronale; oggi, ben restaurato insieme agli affreschi e al chiostro, è recuperato agli interessi culturali della cittadinanza grazie al lavoro della fondazione omonima. Ma San Pietro deve il suo fascino anche all’affaccio sulle lame d’acqua tra i canneti che da aprile a settembre fioriscono di bianche ninfee (Nymphaea alba) e dei gialli bottoni dei nenufari (Nuphar lutea).

 

 

Queste piante natanti popolano le acque lente di stagni e canali, e allungano sul fondo fangoso un lungo rizoma, segnato dalle cicatrici triangolari dei piccioli caduti, e munito di sottili radicole. Le giovani foglie immerse risalgono alla superficie avvolte su loro stesse per poi dispiegare le ampie tondeggianti pagine lisce e cerose in superficie che garantiscono la tenuta waterproof. Il galleggiamento è assicurato dai numerosissimi tubi aeriferi che percorrono i piccioli. I fiori stellati e solitari profumano lievi dal mattino, quando aprono i petali lanceolati inseriti a spirale sull’ovario, fino al tramonto, quando si richiudono nei quattro sepali coriacei e verdi.

 

 

Le ninfee: in realtà della torbiera ho sempre amato più i pioppi, i salici, i giunchi e i loro pennuti abitanti. Ma quando le ninfee in boccio risalgono a pelo d’acqua, per poi aprire le raggiere dei petali candidi e mostrare il cuore giallo degli stami, grande è la soddisfazione di avere a disposizione i Monet tutti insieme, a pochi passi da casa.

Chissà se l’ossessione di fissarle nei diversi giochi di luce e colore, che aveva invaso l’artista a Giverny, si deve alla sovraeccitazione estatica attribuita alle ninfe dal mito. Forse, intravista nel sole meridiano una naiade, avrà cercato di carpirne il segreto quadro dopo quadro? O, incantato, ha istituito il suo culto pittorico per venerarla con un personale ninfeo? Certo, devo alle ninfee del duplice stagno dell’Orangerie la sensazione d’esser travolta da un vortice ovale che tira giù, al fondo melmoso dove le ninfee ancorano i carnosi rizomi. Forse, l’intenzione del pittore non era, come ha dichiarato, proporre una passeggiata in riva allo stagno, bensì attivare i neuroni specchio dello spettatore e sollecitarne empaticamente l’inabissamento.

 

 

Fatto sta che le acque ferme con ninfee suscitano melanconie e – fatalmente – fantasie di annullamento. Come in queste poesie, una di Antonia Pozzi, l’altra di Paul Verlaine:

 

Ninfee pallide lievi

coricate sul lago –

guanciale che una fata

risvegliata

lasciò

sull’acqua verdeazzurra –

ninfee –

con le radici lunghe

perdute

nella profondità che trascolora –

anch’io non ho radici

che leghino la mia

vita – alla terra –

anch’io cresco dal fondo

di un lago – colmo

di pianto.

 

Antonia Pozzi, da Parole: diario di poesia

 

 

Le couchant dardait ses rayons suprêmes

Et le vent berçait les nénuphars blêmes;

Les grands nénuphars, entre les roseaux,

Tristement luisaient sur les calmes eaux.

Moi, j'errais tout seul, promenant ma plaie

Au long de l'étang, parmi la saulaie

Où la brume vague évoquait un grand

Fantôme laiteux se désespérant

Et pleurant avec la voix des sarcelles

Qui se rappelaient en battant des ailes

Parmi la saulaie où j'errais tout seul

Promenant ma plaie ; et l'épais linceul

Des ténèbres vint noyer les suprêmes

Rayons du couchant dans ces ondes blêmes

Et des nénuphars, parmi les roseaux,

Des grands nénuphars sur les calmes eaux.

 

Il tramonto dardeggiava i suoi ultimi raggi

e il vento cullava le pallide ninfee;

le grandi ninfee tra i canneti

rilucevano tristi sulle acque calme.

Io me ne andavo solo, portando la mia piaga

lungo lo stagno, tra i salici

dove la bruma vaga evocava un fantasma

grande, lattiginoso, disperato

e piangente con la voce delle alzavole

che si chiamavano battendo le ali

tra i salici dove solo io erravo

portando la mia piaga; e la spessa coltre

di tenebre venne a sommergere gli ultimi

raggi del sole nelle sue onde smorte

e le ninfee, tra i canneti,

le grandi ninfee sulle acque calme.

 

Paul Verlaine, Promenade sentimentale

 

 

Per nulla triste e angosciosa, la mia fantasia infantile fu sollecitata da un piccolo libro illustrato: salire su una foglia di Victoria cruziana o Victoria regia, ampia tre metri e dai bordi rialzati, disancorarla e partire per un viaggio lungo un fiume amazzonico. Non possiedo un parco con uno stagno e devo rinunciare alle giganti ninfee esotiche come, del resto, anche alla magnifica Gunnera manicata che è in cima alla scala dei miei desideri di giardiniera. Ma anche senza traversate oceaniche le possiamo ammirare all’orto botanico di Napoli o al giardino collodiano di Villa Garzoni.

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