Piante da interni

In tempi di corona virus, tra le questioni poste dai cittadini al sindaco del paese c’è quella di chi vorrebbe sapere se è possibile recarsi nella seconda casa per abbeverare le piante. Non si può. Certo, non vale per questo mettere a rischio la propria vita, ma mi consola il fatto che le persone pensino anche alle loro piante lontane. 

Non sono mai stata brava con quelle da interni, se non con la Sansevieria (bella la cylindrica) e qualche cactus. Ma ficus (Ficus elastica o benjamina), dracena (Dracaena marginata o fragrans), kentia (Howeria fosteriana o belmoreana) e croton (Codiaeum variegata) con me hanno patito assai. Ho preso atto della mia insipienza senza drammi; d’altronde godo di un giardino e di un portico chiuso dove riparare i vasi d’inverno. Capisco però che a chi abita in appartamento, senza il bene di un balcone o di un’aiuola, faccia piacere avere la compagnia di un po’ di verde: distende i nervi e ripulisce l’aria. 

Della domiciliazione coatta almeno le piante di casa saranno contente, ora che hanno tutti i componenti della famiglia da osservare per l’intero giorno. Riceveranno – si spera – le attenzioni che meritano. All’ultimo malcapitato esemplare di kentia stamane, finalmente, ho potuto rimuovere la polvere dalle foglie palmate; non lo facevo da mesi e sarebbe operazione da fare con costanza.

 

 

La maggior parte delle essenze che ornano i nostri salotti sono esotiche, e nei loro habitat d’origine raggiungono dimensioni notevoli. Quando ci capita di incontrarle in natura, il confronto con la taglia ridotta di quelle dei nostri vasi non cessa di stupirci. I filodendri rampicanti (per es. Monstera deliciosa), dall’aria selvaggia e jungle così di moda, devono persino reggersi a tristi sostegni di plastica, talora ricoperti di un finto muschio ancor più deprimente.

 

In questi frangenti, un pensiero va anche alle piante chiuse negli uffici disertati per lo smart working. Dovranno dar fondo a tutte le loro capacità di resistenza e sperare che la peste demorda al più presto perché arrivino i soccorsi. Smetteranno almeno di bisticciare la sera con scrivanie, poltrone, telefoni, specie con il computer, il contendente più antipatico negli screzi notturni. 

No, non sono impazzita. Ma c’è quel passo nelle Mosche del capitale (1989) di Paolo Volponi, che mi frulla in mente da giorni. È un grande romanzo di critica radicale alla produzione capitalistica e alla logica industriale che in questi tempi di pausa forzata andrebbe letto, o riletto, per intero. In questo brano, tra il serio e il faceto, si dà voce a un dialogo, sul modello leopardiano delle Operette morali, tra i ficus e gli oggetti degli uffici. Se non lo ricordate, eccovene un ampio stralcio:

 

 

«I ficus si rilassano nelle assenze semiilluminate, soffuse di deodorante, e si appoggiano sugli spessori biancastri delle finestre. Essi si ravvivano via via nelle attese, concentrando il colore verso lo spazio che sarà mosso e occupato dalla dirigenza. Impallidiscono nei duri colloqui. Frusciano di emozione mentale durante  le stesure dei piani e delle strategie aziendali. Si inteneriscono per ciascuna nervatura e per tutte le radici nei momenti di promozione, nei trasferimenti ascensionali; e così quando si espande l’ambiente dirigenziale e la loro compita rassicurante presenza.

 

 

Nei vuoti semispenti e ronzanti di elettricità automatiche, i ficus patiscono fino a inorgoglirsi anche troppo di se stessi, soprattutto per il timore di essere trascurati. Sanno benissimo che non c’è di peggio nella cultura e nella società industriale e dell’impresa che l’essere trascurati, non convocati, ignorati anche solo per un annuncio. Allora insorgono contro la moquette e contro le tende: le disprezzano da sempre, ma adesso le attaccano cospargendole di ombre e anche di sputi e di seguito ancora con qualche bava attaccano la scrivania, il telefono, la poltrona, la porta. Tralasciano consapevolmente il terminale, conoscendo come esso sia potente, il nuovo favorito, e insieme indifferente, ma anche perché sperano che possa allearsi con loro. Almeno tacendo. Ma intanto strillano con chiarezza efferata:

– Non siete altro che dei supporti. Nient’altro che materiale appena acconciato. Ma messo proprio solo nel senso e modo di servire. Non avete idee. Vi prestate all’uso. Alle natiche ai gomiti alla schiena ai comandi di ogni tipo: manuali, orali, e anche a quelli automatici. Non avete distinzione, così come non avete specie. Non comunicate, non progettate, non ispirate, non trasformate. Non dirigete nulla. Noi siamo i veri elementi della direzione. Singolarmente e in équipe. Line e staff, research and development, marketing e work in progress. Noi siamo la creativa cultura industriale. Non abbiamo più legami con natura e climi ancestrali; niente ci inibisce e ci condiziona. Abbiamo lo spirito e il metabolismo dell’impresa. Noi pompiamo, trasformiamo, moltiplichiamo e diffondiamo risorse e beni, scienza e mercato, tecnologia e politica. I dirigenti guardano a noi per pensare e decidere; seguono il nostro verde e i rapporti del nostro ordine. Nessuno di loro ci ha mai colpiti o scalciati o addirittura scagliato via.

–Sì, ma qualcuno vi ha orinato addosso, o sputacchiato e anche vomitato.

–Sì, sì, ma qualcuno che non era più dirigente; che si buttava contro di noi appunto per colpire la direzione.»

 

Lo scambio di battute continua con i ficus che riescono a tener testa agli oggetti, persino alla scrivania che rimpiange gli inizi dell’era industriale, e che non ha mai accettato la presenza delle piante: segno, a suo avviso, dell’«involuzione di una cultura e della decadenza e divisione di un dominio».

 

 

«Quella confessione accurata e insolita, più di psicologia sociale che individuale, quasi profetica e cosmica per quell’universo, fu seguita da una pausa. La sbloccarono i ficus proclamando: – Noi qui ovunque riusciamo a cambiare aria e a immettere ossigeno e immagini che inducono a immaginare.

– No, anche voi siete ormai tradizionali e inutili, ancora più che ingombranti, – intervenne con istantanea solennità il terminale. – Siete il segno di una stagione dell’industria: piante nane da relazioni umane. Ma oggi non è il più il tempo delle human relations. Non servite alle automazioni, alle joint ventures, ai contratti; non influite sui costi né sui profitti. Siete ancora proiettati sulla trattativa, sulle mediazioni secondo le infiltrazioni politico-sociali e anche sentimentali. Non siete nemmeno patrimoniali, convertibili, frazionabili e non potete agganciarvi alla velocità del capitalismo odierno e favorire la sua assoluta astrazione: Siete ancora veri, perfino vivi».

 

Benché sia il terminale ad avere l’ultima, terribile parola – «conta solo ciò che io introito codifico collego calcolo trasmetto» – e benché queste piante abbiano assimilato la logica industriale e sostengano di non avere più legami con «natura e climi ancestrali», rispetto ai computer sono pur sempre vive. 

Non una cosa da poco. Rimaste sole per settimane, senza dirigenti con le loro propaggini tecnologiche, chissà, forse torneranno a sognare e a desiderare le grondanti piogge equatoriali e le risonanti voci della natura. 

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