Orchidee, ma selvatiche

C’è un posto che tiene la cima della mia memoria familiare. Sul dorso di una collina morenica, a contornare una radura magra d’erbe c’era un piccolo roccolo, un’architettura d’alberi, inganno per gli uccelli. Proprietà del nonno era poi passato in eredità alle figlie. A inizio primavera, lì e solo lì, tra la breccia, mai viste altrove nei dintorni, fiorivano le pulsatille (Pulsatilla montana), anemoni campanulati, singolari per la fitta peluria argentea che li ricopre. I tepali, dondolanti sul peduncolo ricurvo, nascondono nel viola profondo della pagina interna un tesoro giallo di stami. 

Ma a inizio estate vi sbocciavano anche l’Ophrys apifera e l’Orchis simia, orchidee selvatiche da osservare e non cogliere, tantomeno estirpare, perché protette. Fiera di questa flora speciale raggiungevo il roccolo per seguirne la crescita e, munita di lente, ne studiavo le forme e le livree singolari con cui asserviscono al loro scopo gli insetti impollinatori. 

 

La prima, come le molte del genere delle Ofridi (circa cinquanta specie distribuite per lo più nell’areale mediterraneo), è una piantina che, a seconda delle condizioni climatico-ambientali, s’alza dai quindici ai quaranta centimetri e nasce da un tubero globoso, mette tre-quattro foglie basali lanceolate e altrettante inguainate al caule sul quale si sviluppa una spiga con brattee acute e fiori (dai 2 ai 10) di complessa fattura tra loro distanziati. 

 

 

Cinque sono i tepali: due brevi interni, verdognoli e villosi, di scarsa evidenza e tre maggiori esterni bianco-rosati disposti a mezza raggera intorno al rostrato organo riproduttivo. È questa loro posizione a suggerire la suggestione etimologica del termine greco di ophris, sopracciglio. Ma spetta al labello trilobato il compito di portare l’ape a fare ciò che il fiore desidera. Le vellutate macchie giallo brune disegnate sul labbro centrale e maggiore simulano quelle dell’addome di una femmina d’insetto e, a far cadere in trappola i maschi, ci si mette anche l’odore che sa di feromoni sessuali. Fin qui, quanto a pratica seduttiva, nulla di molto diverso dagli altri fiori. Ma una volta attratto, un sorprendente e precisissimo congegno d’ingegneria vegetale conduce l’ospite a un percorso obbligato di leve che scattano, pertugi che s’aprono al giusto tempo, membrane che si contraggono, ricettacoli di liquidi vischiosi che si versano... Ci si potrebbe ispirare per un nuovo videogioco dal titolo Pollination adventure (utile anche a fini didattici!). Infine, l’ignaro pronubo coglierà il dolce che gli piace e, al contempo, il polline del fiore necessario allo sposalizio a distanza. 

 

Ogni orchidea ha messo a punto una propria strategia erotica perfezionando i dispositivi chimici e meccanici a misura di insetto e di ambiente. Se volete saperne di più del complicato funzionamento di queste stupefacenti macchine acchiappa mariti, leggete il libro di Darwin, Diversi apparecchi col mezzo dei quali le orchidee vengon fecondate dagli insetti, o le più agili pagine loro dedicate da Maeterlinck nel suo squisito librino L’intelligenza dei fiori.

 


Anche l’Orchis simia spunta da un tubero ma il tirso porta una spiga fitta e globosa con numerosi piccoli fiori bianchi spruzzati di rosa la cui fioritura – caratteristica esclusiva tra le orchidee nostrane – inizia non dalla base ma dai boccioli in apice. A battezzarla è il labello che nelle singolari partizioni rilevate da un rosa più acceso ricorda il corpo di una agitata scimmietta: le braccia (i due lobi laterali filiformi e arricciati), le gambe con la codina (il lobo centrale a sua diviso in due dalla breve appendice).

In Italia sono presenti trentuno dei cinquecento generi della famiglia delle Orchidaceae, e più di cento specie. Alcune di queste eleggono zone particolari e assai delimitate, altre sono diffuse su tutto il territorio nazionale. Tra le più rare, e unica in Italia nel suo genere, vi è la rizomatosa Cypripedium calceolus, spontanea nei boschi alpini di latifoglie. Il nome popolare di “scarpetta di Venere” se lo guadagna per il labello a forma di gialla babbuccia che sporge tra i vezzosi petali rosso-bruni. Ma in genere possiamo dire che ogni regione può fregiarsi delle sue orchidee selvatiche. E se l’Ofride delle api è indigena in tutta la penisola, l’Orchide scimmia non si rinviene in Sardegna e Sicilia. Però le due isole vantano varietà di Ofridi invidiabili, come la rara Ophrys lunulata, l’Ophrys fusca, e l’Ophrys iricolor dal vivace labello blu.

 

Perciò, comprenderete il mio entusiasmo nello scoprire un poeta che in lingua sicula, o meglio di Sparauli ché ogni canto di terra ha la sua variante linguistica, canta con passione le essenze spontanee del suo territorio. È anche l’occasione, nel bicentenario della morte di quel grande milanese che fu Carlo Porta, per promuovere la poesia dialettale così negletta ormai nelle nostre scuole e così sapida d’espressione e di valori letterari (come non ricordare l’indimenticabile Raffello Baldini!).

Questo poeta si chiama Giuseppe Cinà e dal suo libro dal bel titolo A macchia e u jardinu (La macchia e il giardino, Manni, 2020) traggo questa poesia che fa al caso nostro, senza mancare di avvertire che – va da sé – in Sicilia le Ofridi fioriscono in anticipo rispetto alle regioni del nord.

 

 

Ciuri lapuzzi e ciuri ri taràntula

 

Apìfera, Fucìflora, Lunulata

Fusca, Exaltata…!

È na Pasqua ri alferi ri beltà

gemmi nichi e allegracori

ca u suli arrivisci

e celi ri aprili.

A rondò!

O cuntrè!

Balansè!

O plassi!

Sciancè la dam!

Sichitè!

Comu nta na cuntraranza pratensi

o cumannu ru bastuneri avànzanu

affuddati ma cu nòbbili incessu

finu nsutt‘alivi

a scampu ri suli e ddi ventu:

fannu lustru all’erbi minuri.

Si pista l’erba, si lavura u tirrenu.

Sutta e nostri peri u stissu

zagarìa u sorrisu ra Natura.

 

 

Orchis apifera e fiori di tarantola

 

Apifera, Fuciflora, Lunulata

Fusca, Exaltata…!

È una Pasqua di alfieri di beltà

piccole gemme allegracuore

che il sole resuscita

ai cieli di aprile.

A girare!

Al contrario!

Dondolare!

Al posto!

Cambiare la dama!

Continuare!

Come in una contradanza pratense

al comando del bastoniere avanzano

a frotte ma con nobile portamento

fin sotto gli ulivi

in tregua di sole e di vento:

danno lustro alle erbe minori.

Si calpesta l’erba, si ara il terreno.

Sotto ai nostri piedi ugualmente

fiorisce il sorriso della Natura.

 

Mi è simpatico Nero Wolfe con la sua maniacale passione per le orchidee, ma io con quelle sostenute signorine di serra che «sembrano invocare le cure dell’orefice invece che quelle del giardiniere» (Maeterlinck) non ci so fare. Forse, non voglio saperci fare. Mi piacerebbe ammirarle nel loro ambiente naturale e non in vasi di plastica al supermercato. Così, preferisco osservare le nostre indigene.

Non so che ne è stato del roccolo di mio nonno e delle sue orchidee selvatiche. Però qui, su un altro bricco morenico, ho piantato pulsatille acquistate in vivaio e, spontanei, spuntano due bianchi esemplari di Cephalanthera longifolia. Li spio e li curo con rinnovata attesa ad ogni primavera. Non sono avvenenti come le Ofridi, ma mi accontento.

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