Pechino. Giovani lettori

È difficile dare un’età ai cinesi. La ragazza a cena con noi potrebbe averne poco meno di trenta, un filo di pinguedine come accade a molti della sua generazione: quelli del ceto più alto, che provengono magari da famiglie di un certo benessere in progressivo aumento. La vita facile che si schiude a chi fa fortuna (e ha avuto modo di farla, in un modo o nell’altro, cavalcando lo sconvolgente passaggio da un’economia di stato totalitaria a un altrettanto totalizzante liberismo rampante), in un paese che cresce.
Quando inforcherà la biciclettina a fine cena, commentando la mia abitudine di tornare a casa a piedi con una lunga camminata tra le vie secondarie, gli hutong silenziosi, dirà: ho la bicicletta perché si è rotta la batteria del motorino: io non amo lo sport. Ma camminare, o spostarsi in bicicletta, non è mica sport, obbietto io. Fai fatica, dice lei.


È strano, perché io la pinguedine giovanile la collegherei d’istinto a un velo di malinconia, a un’attitudine alla rinuncia, alla paura di esporre il proprio corpo a rivelazioni inattese come l’aria fresca nei capelli in bicicletta, o la sensazione benefica delle endorfine che ricominciano a scorrere quando cammini. Ai desideri spiccioli minuto dopo minuto. Ritrarsi dalla scommessa di vivere. Non voglio usare il termine depressione, golem sgualcito dall’uso: nei giovani di questo paese c’è qualcosa sottotraccia, appena accennato, capace di convivere con sorrisi larghi e bevute colossali del venerdì.


È strano perché io vado alla cieca: provo a indovinare, non sono un giornalista, non ne ho la strumentazione adatta, vivo qui e osservo, ho solo bisogno di giocare a fare il visionario: stasera ci azzecco? Abbiamo chiacchierato un poco di scrittori. Viene fuori un nome che ha fatto vendite milionarie, tale Anni Baobei (e che vuol dire baobei, in cinese? Probabilmente, ci diciamo, è solo una traslitterazione di baby). Tutt’altra generazione da quella delle star non ancora trentenni (o appena trentenni ora), che hanno accompagnato questa nuova generazione di figli unici per legge (legge solo recentemente soppressa): Anni Baobei ha più di quarantanni, oggi. E quando la giovane ragazza alla mia tavola ricorda i suoi tredici anni e la lettura del primo romanzo di Anni Baobei come un gigantesco generatore di infelicità adolescenziale (un romanzo tristissimo, insomma), ci dice chiara: meglio sarebbe stato non averlo letto. Dice, scherzando, che bisognerebbe impedire ai ragazzi di leggere certa roba. Qualcuno commenta, e che facciamo, ci mettiamo a censurare, noi, i romanzi adolescenziali? Qualcuno ricorda la propria giovinezza in Italia, la scoperta della giapponese Banana Yoshomoto, io non oso far commenti sulle malinconie del giovane Murakami, qualcuno attacca con Kurt Cobain.

 

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Certo è strano pensare a una generazione di giovani cinesi venuti su leggendo i loro coetanei balinghou (gli scrittori nati negli anni ottanta), la cupezza dei primi romanzi di Guo Jing Ming (che poi ha avuto la sua virata fantasy, e si è costruito una fama e un patrimonio da scrittore e perfino regista internazionale), l’ineluttabilità della caduta del protagonista del romanzo più famoso di Han Han (che poi, blogger dissidente solo un po’, è finito sulle copertine dei settimanali patinati, si autoproduce film di cassetta e mantiene la propria passione di rallysta affermato), le fantasie irrefrenabili dei personaggi di Zhang Yueran, ragazzine che trovano realtà parallele dentro ai meandri della propria personalità in trasformazione.


Ecco: trasformazione è la parola chiave, quella che segna i giovanissimi da un lato, e che segna una società intera dall’altro: la Cina presa nel suo timelapse, il suo ceto medio s-travolto. Ma è come se i due campi di gioco non trovassero, nella letteratura giovanile, il punto di contatto: come se non riuscissero a contestualizzare.
Una volta Zhang Yueran mi disse: noi giovani siamo stati letteralmente assediati di narrazioni tutte incastrate nella realtà politica e sociale della Cina, fossero propaganda prima, o romanzi storici, o poi – quando divenne possibile – una sfilata di storie sulla rivoluzione culturale. Diceva: noi per reazione ci siamo allontanati dalla realtà, esploriamo il nostro mondo interiore, costruiamo mondi altri.


Ecco allora due spunti, per pensarci un po’. Da un lato mi domando perché gli scrittori e le scrittrici più attempati – Anni Baobei per esempio – non provino a costruire romanzi sull’adolescenza (di quanti protagonisti adolescenti abbiamo letto in occidente negli ultimi anni, quelli di Eggers e di Safran Foer, quelli di Giordano e di Avallone) a partire da un punto di vista maturo, di chi c’è già passato da tempo.
Dall’altro la domanda è rivolta ai giovanissimi – qui tutti si lamentano che ce ne sian pochi, che i giovanissimi non leggono più e non scrivono, che stan chini sugli smartphone e sui computer e quindi tutto materiale video, o scritture che si bruciano nel tempo dei 140 caratteri, per passare velocemente ad altro (‘crisi dell’editoria’ è frase che si ascolta anche in Cina, certo si intende che i libri flop vendon solo diecimila copie, e non più ventimila come un tempo: fantascienza, per noi).


Di scrittore giovanissimo ne ho conosciuto uno solo: ventiduenne, si chiama Zhou Kai, è del Sichuan, non fa del suo scrivere una professione perché, dice, così si sente più libero, è comparso più volte sulle riviste di punta. Ha scritto una raccolta di racconti che mi sembra di grande valore (peccato che in Italia nessuno legga racconti e i librai non ti prendano le raccolte in libreria). Zhou Kai, in certi casi attraverso protagonisti differenti, in altri usando lo stesso personaggio, racconta la crescita di un bambino, poi ragazzo, poi giovane uomo attraverso le prove di iniziazione sessuale a cui noi tutti siamo stati costretti. Linguaggio leggero ma preciso, tocco gentile, nessuna pruderie, poco spazio all’anatomia, molto alle nebbie che si formano nella mente dei maschietti, alla tempeste che attraversano quelle delle femminucce, e gli adulti a far da corollario ostile, deviante. Tutto scritto in punta di penna da parte di un autodidatta che molto ha studiato la letteratura del suo paese, quella modernista pre-maoismo, perfino quella locale del Sichuan.


Beh, la censura non glel’ha passato. Con quella imprevedibilità che ha la censura qui, per cui non sai mai cosa può succedere, e allora la maggioranza degli scrittori si autocensura preventivamente. Lui non l’ha fatto.
E qui sta il punto: se ti autocensuri come fai a scrivere? Lo scrittore ha bisogno di sentirsi libero, non di viaggiare tra due guardrail stretti e pieni di curve a gomito. E allora che senso ha lamentare che un capolavoro vero, tra gli scrittori più giovani, non nasce ancora?  
Il controsenso: i cinesi vorrebbero imporre un loro softpower, vorrebbero che i loro prodotti culturali trainassero la crescita della loro influenza sul mondo. Eppure li censurano, chiudono gli artisti (i musicisti, gli scrittori, i registi) dentro a gabbie che li soffocano.


Qualcosa cambierà, non c’è soluzione. E vedremo che forza, che energia per imporre (o cavalcare) il cambiamento avrà la nuova generazione dei ventenni di ora. Per adesso li stanno rimpinzando: di cibi nuovi, tecnologie à la page, e, lo dico con un bel tocco di perplessità, di una una sfilza di blockbusters da grande e piccolo schermo tutti sulla guerra: la guerra contro i giapponesi – è la seconda guerra mondiale – la Lunga Marcia, le guerre anticoloniali di un secolo fa: una sfilata di divise grigie, di cannonate, di fumo e assalti alla baionetta, come se dai racconti lacrimosi di adolescenze infelici ci si traslasse tout court alla Grande Eroica Lotta contro il Nemico.
Per fortuna, poi, impazza il cartoon, e le giovani donne vanno in giro con i peluche fin verso i quarant'anni.

 

Questo articolo, originariamente in lingua inglese, è stato pubblicato da Asia Literary Review di Hong Kong, e in italiano da pagina99 in una versione rimaneggiata.

Sean Howard, Disillusioned

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