Terrestri, ultima chiamata

23 Aprile 2026

Le comunità umane del pianeta sul quale viviamo si unificano mentre divengono sempre più frammentate. È in atto una contraddizione radicale in questa fase della storia umana. Da un lato la Terra è divenuta un villaggio globale abitato da un complesso sistema vivente e oggi dominato da una sola comunità, quella umana. Dall’altro si moltiplicano i contrasti, gli antagonismi, i pregiudizi e le ostilità tra parti dell’umanità. È come se si andasse contemporaneamente in due direzioni tra loro opposte: ogni evento, ovunque accada, riguarda tutti gli abitanti del pianeta e l’interconnessione è ormai totale; mentre ad ogni svolta si manifesta la regressione prossima ventura, un’angoscia persecutoria, una crisi di contenimento, e una propensione ordalica. Quando si considera l’interconnessione che fa sì che ogni evento, ovunque accada, riguarda tutti, la novità sta nel fatto che è emersa l’evidenza – e solo in parte la consapevolezza – che quel “tutti” non comprende solo gli esseri umani, ma tutto il sistema vivente da cui gli esseri umani dipendono. Per la prima volta ci accorgiamo di essere terrestri, con tutti i nostri pregiudizi, le nostre stereotipie e i nostri conflitti.

Avevamo fantasticato, inventando gli extraterrestri e uno sguardo da fuori, come in questa vignetta del disegnatore Cavallo di parecchi anni orsono, ci fa scoprire che terrestri siamo da sempre, anche se fino ad ora ci eravamo sentiti sopra le parti. La nostra attuale condizione pone sfide di ogni genere, etiche, politiche e culturali, e proprio quelle sfide, di una civiltà della Terra nell’epoca della complessità e dell’Antropocene, sono argomento del libro di Mauro Ceruti e Francesco Bellusci, Per una civiltà della Terra. La sfida di un nuovo umanesimo nel tempo della complessità, Aboca, Sansepolcro 2026. La complessità del mondo contemporaneo è data dalla forte interconnessione e frammentazione, con sfide multidimensionali e sistemi interdipendenti. Tutto è connesso e in relazione, con fili ingarbugliati e inestricabili. Nulla accade senza riverberi globali, e l’incertezza regna a causa di azioni imprevedibili e rapide. La tessitura mostra di unire e dividere: il pianeta si unifica e si frammenta contemporaneamente. La globalizzazione crea nuove solitudini, razzismi, marginalità e distanze. La scienza e la tecnica, che spesso sono invocate come vie di soluzione dei problemi, spesso sono catturate e condizionate da interessi economici e politici. Mentre le crisi ecologiche, climatiche e sociali sono in aumento, con rischi di regressione e disintegrazione e la complessità si manifesta anche come ambivalenza, disordine e antinomie, gli autori sostengono che la sfida è abitare questa complessità attraverso un’etica della Terra e una politica di civiltà.

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Dal momento che la crisi del XXI secolo è sistemica, coinvolgendo economia, salute, geopolitica e ambiente, cioè è una crisi di civiltà, richiede una visione integrata. Problemi come energia, ambiente, clima, sicurezza alimentare e disuguaglianze sono interconnessi e le interdipendenze sono crescenti. La crisi si manifesta anche come disordine internazionale, minaccia nucleare, degrado ambientale e cambiamento climatico, con derive populiste e autoritarie. Tutti questi problemi impongono una nuova etica della Terra. Secondo Ceruti e Bellusci un’etica della Terra si basa su tre principi fondamentali per una convivenza sostenibile e solidale: i) riconoscersi come membri dell’umanità e della biosfera, rispettando la dignità e sostenendo la vita; ii) superare il conflitto tra globale e locale, valorizzando la diversità come condizione di sviluppo e considerando la guerra immorale, poiché viola l’obbligo di cooperazione e solidarietà planetaria; iii) promuovere un sistema immunitario comune, proteggendo gli esseri umani, gli esseri viventi e la natura attraverso una co-immunità globale.

Dopo la fine della guerra fredda, il mondo ha mostrato sia segnali di unità sia di frammentazione, con derive multipolari, conflitti identitari e religiosi, populismi e derive autoritarie. La cooperazione globale è più necessaria che mai, specialmente per affrontare minacce come il cambiamento climatico e le crisi sanitarie. La prospettiva di una civiltà della Terra si può basare solo sulla capacità di superare le derive nazionaliste e di promuovere un’unità multipolare e solidale. Ne deriva l'importanza di un umanesimo cosmopolitico basato sulla reciprocità e l'uguaglianza. Per questo la mondializzazione economica, trainata da commercio, finanza e reti digitali non può bastare; è necessaria una valorizzazione culturale, attraverso media e interculturalità, promuovendo fenomeni di cosmopolitizzazione che mirino a un’appartenenza globale di cittadini liberi ed eguali, a livello regionale, giuridico e sociale. Un vincolo all’affermazione di questa prospettiva, secondo Ceruti e Bellusci, sta nella crisi delle passioni e delle emozioni che influisce sulla politica, evidenziando il ruolo di sentimenti come paura, collera, risentimento e vendetta. Per questo è necessaria una politica cosmopolitica che si basi su un’etica di fraternità, solidarietà e rispetto delle differenze culturali e spirituali. Da qui il richiamo alla rivolta di Antigone che rappresenta il grido universale contro la violazione della pace e dell’ordine globale.

Il testo evidenzia come le crisi globali, o policrisi, e in particolare quella climatica, richiedano un cambiamento di paradigma e una visione sistemica per evitare catastrofi e garantire un futuro sostenibile. La crisi climatica, infatti, unisce l’umanità nel destino comune, rendendo la crisi ambientale anche una crisi sociale, economica e umanitaria. Riconoscere e rispettare i “limiti planetari” al fine di adottare paradigmi di salvezza e civilizzazione della Terra sarà possibile solo con la sottolineatura della necessità di una riforma democratica per affrontare le sfide della globalizzazione, della crisi ecologica e delle nuove tecnologie, promuovendo una partecipazione più inclusiva e deliberativa. È questa la condizione per evitare rischi di involuzione verso populismi, autoritarismi e “democrature”. Secondo gli autori la democrazia deve evolversi verso procedure più dialogiche, partecipative e di apprendimento rapido per affrontare le preoccupazioni a lungo termine, come la sostenibilità, l’attenzione alle future generazioni, alla giustizia e all’equità.

Forse uno degli obiettivi più ambiziosi di cui si occupa il libro è la trasformazione della responsabilità politica proponendo il passaggio da un modello basato sul rapporto tra governati e governanti, non solo tra elettori e parlamentari. ​La proposta è una “democrazia dell’esercizio” con coinvolgimento attivo dei cittadini nel controllo e nella valutazione del governo in modo da ampliare e riarticolare la sovranità popolare attraverso il controllo e la responsabilità. La partecipazione attiva può favorire il cambiamento di stile e migliorare la qualità delle istituzioni democratiche. La necessità è superare il divario tra inefficacia dello Stato-nazione e bisogni di governance mondiale. Quest’ultima non indebolisce la democrazia, ma risponde al suo deficit, e può favorire lo sviluppo di un’identità universale e di una coscienza planetaria per affrontare le sfide globali.

L’atmosfera che sviluppa questo libro di Ceruti e Bellusci assume i tratti di un inno alla vita. Se vuole prendersi cura dell’avvenire l’uomo democratico deve sviluppare valori universalistici e sentirsi parte del genere umano. ​La sfida è risvegliare la coscienza dell’incertezza e dell’umanità come avventura aperta, riconoscendo il valore del limite e di un’etica universale. Sono molti, infatti, i rischi di barbarie e regressione nonostante i progressi. La barbarie si ripresenta con guerre, massacri e crisi morali e la storia dimostra che il progresso si può invertire e portare regressione. Per queste ragioni una civiltà planetaria deve rigenerare l’umanesimo, estendendone l’orizzonte a tutta la Terra con doveri di fraternità e solidarietà di specie. Per promuovere un umanesimo planetario è necessaria un’educazione globale, ispirata all’umanesimo rinascimentale, con focus sulla memoria storica e sulla cultura generale. L’umanesimo del Quattrocento, infatti, ha allargato la memoria dell’uomo e la coscienza di sé stesso. Il senso di un umanesimo per il XXI secolo consiste nel fare umanità insieme e abitare la Terra; educare alla fraternità di specie, al dialogo e alla comprensione dell’altro. ​La scuola, in questa prospettiva diviene un laboratorio di diversità, identità plurima e cittadinanza multipla. Lo scopo è disinnescare l’identitarismo e promuovere la convivenza plurale favorendo la costruzione dell’individuazione come relazione complessa tra sé e alterità.

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Educare alla complessità vuol dire favorire la comprensione dell’universo e della storia come un “Grande Racconto” che aiuti a comprendere le tappe dell’evoluzione e dell’emergenza umana, favorendo la consapevolezza dell’identità comune e della responsabilità individuale. La scienza moderna mostra che tutto ha una storia, ridimensionando il determinismo e unificando scienze naturali e sociali; includendo l’origine dell’universo, della vita e delle civiltà e rafforzando il senso di un’umanità complessa e interconnessa. Per questo è necessaria un’educazione critica alla tecnoscienza, integrando scienza, storia e etica. La scienza deve essere contestualizzata e soggetta a critica, essendo riconosciuta come strumento di cura e coevoluzione uomo-natura. Solo così una necessaria riforma dell’educazione potrà rispondere alla crisi cognitiva e alla complessità del mondo. ​Del resto, secondo gli autori, la responsabilità collettiva e la coscienza planetaria sono fondamentali per un futuro sostenibile. Rinnovare l’investimento per assumersi la sfida della complessità e dell’interdipendenza umana, un cavallo di battaglia che Mauro Ceruti porta avanti da più di quaranta anni, vuol dire porre attenzione all’esistenza del “Grande-Essere”, alla comunicazione fraternizzante e all’interdipendenza come chiave di sopravvivenza e sviluppo sostenibile. ​Questo anche perché la società complessa contiene potenzialità di disordini e necessità di compensare la fragilità organica. Gli autori richiamano Freud che aveva profetizzato uno “sforzo” dell’Eros eterno per contrastare le forze autodistruttive, e Judith Butler che evidenzia l’obbligazione etica e sociale verso la vita altrui, anche senza contratto. La tutela delle vite interdipendenti richiede una biopolitica oltre gli Stati sovrani e concerne l’intera umanità, definendo limiti e sviluppo integrale.

La politica e l’etica della vita buona sono interdipendenti al fine di perseguire questi scopi, ambiziosi e necessari allo stesso tempo. La definizione di una “vita buona” universale e democratica è il primo passo per una politica dell’uomo, con radici nella polis ateniese. ​Del resto, la politica democratica e la filosofia che si sono sviluppate per mettere in discussione leggi e giustizia, oggi, in una civiltà planetaria, si uniscono nell’interrogazione sullo sviluppo umano nella sua integrità. La Carta della Terra del 1992 ha proposto indicatori di sviluppo umano, ampliati da Martha Nussbaum. La ricerca di Ceruti e Bellusci fa venire in mente lo sforzo fatto da un giurista come Luigi Ferrajoli scrivendo Per una Costituzione della Terra, Feltrinelli, Milano 2022. La vita umana si basa su un “colloquio” continuo sulla vita stessa. Un colloquio guidato dalla conoscenza della vita per alimentare un’etica responsabile e consapevole. La riforma degli stili di vita e delle politiche è, infatti, essenziale per un progresso sostenibile e la cultura dei limiti, come i “limiti planetari”, è fondamentale per una civiltà della Terra.

Civiltà della Terra che, secondo il percorso etico e pratico proposto da Ceruti e Bellusci, richiama il principio speranza di Bloch e si propone come un cammino di speranza, appunto, e di miglioramento. ​La civiltà della Terra non è una “Città del Sole” ma un percorso aperto. ​L’obiettivo è ridurre crudeltà e barbarie, rafforzando convivialità e solidarietà. La responsabilità epocale consiste nell’abitare l’ambivalenza della storia umana, scegliendo tra predazione e emancipazione. La vita, infatti, nasce dall’imperfezione e non ha uno scopo predeterminato; i fini emergono dal vivere, come mostra la minaccia di una sesta estinzione di massa, che evidenzia l’incertezza delle finalità umane.

Tra analisi delle condizioni di responsabilità umana e possibilità della conoscenza, il libro si avvia a sviluppare un vero e proprio programma di evoluzione delle scelte, tra vincoli e possibilità. Vivere nel tempo della crisi ecologica e climatica, infatti, implica affrontare conflitti e disastri globali. La vita si comprende come resistenza e creazione continua. Mentre i conflitti sono costitutivi della vita, ​le guerre sono violazioni interne all’umanità e all’ambiente. Partendo da un prevalente atteggiamento estrattivo, oggi forse siamo in grado di riconoscere che ​la tutela delle “reti della vita” è un progresso morale e giuridico. La stessa mondializzazione può essere vista come cooperazione o competizione e favorisce diritti umani e democrazia, ma anche disuguaglianze. Per questo la conoscenza della vita può aiutare a scegliere e a prevenire l’auto-soppressione umana. La conoscenza però non basta: la complessità richiede un’etica della convivenza planetaria basata sulla responsabilità estesa. Quest’ultima implica l’importanza di riconoscere i limiti e le possibilità dell’emergenza e scelte capaci di elaborare la ferita narcisistica della presunzione di superiorità a lungo praticata da noi umani. Una civiltà della Terra si può basare solo su valori di solidarietà, creatività e rispetto dei limiti naturali. La comprensione della complessità del vivente e dell’errore umano sono fondamentali per un’evoluzione etica e scientifica. Se la vita è caratterizzata da imperfezione e errore, che sono radici della conoscenza umana, scrivono gli autori, la scienza deve riconoscere l’errore come parte integrante della vita. Solo per questa via la conoscenza della vita può alimentare un circolo virtuoso tra scienza e coscienza. La civiltà della Terra si può fondare sulla capacità di riconoscere e gestire sia l’errore che la complessità, ponendo al centro la vita, con tutte le sue contraddizioni, come motore di rinnovamento e di senso condiviso.

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