Anita Klinz, la prima art director italiana 

28 Febbraio 2023

Ostinata bellezza. Anita Klinz, la prima art director italiana (Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori) di Luca Pitoni è prima di tutto un risarcimento a una figura fondamentale nella storia della nostra grafica e dell’editoria italiana più in generale che, fino a oggi, era stata quasi del tutto trascurata. Nata ad Abbazia nel 1923, di origine dunque istriana, la Klinz si forma in una scuola d’arte a Praga, città raggiunta dagli influssi della Bauhaus, per poi giungere in maniera avventurosa a Milano subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Qui, nella confusione del primo dopoguerra, trova lavoro come impaginatrice e illustratrice per «La vispa Teresa», ‘settimanale per le bimbe grandi’. Sono i primi passi di una carriera che la vede entrare in Mondadori nel 1951, già allora la più grande casa editrice italiana, la prima a dotarsi di un’organizzazione di tipo industriale. Lavorare in Mondadori significa occuparsi non solo di libri di ogni genere, ma anche di stampa periodica e di collane vendute soprattutto in edicola come i ‘Gialli’ e, dal 1952, gli ‘Urania’, i romanzi che hanno fatto conoscere la fantascienza agli Italiani. 

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Copyright photo, Louis De Belle.

Negli anni Cinquanta in Mondadori convivono Arnoldo (1889-1971), il self made man che fonda la casa editrice nel 1907, dotato di un istinto per gli uomini e dell’abilità di vivere in pieno nel proprio tempo, e Alberto (1914-1976), il primogenito, di formazione intellettuale, che cresce insieme ai giovani del gruppo di ‘Corrente’ (Treccani, Lattuada, Comencini, Enzo Paci, ecc.) e che aiuterà il padre, riparato dopo il 25 luglio 1943 in Svizzera, a recuperare la casa editrice dopo la Liberazione, quando era stata commissariata per le compromissioni con il fascismo. Per spiegare il carattere di Arnoldo forse basta citare un aneddoto a proposito dell’accoglienza di un celebre autore in casa editrice: “Caro Ungaretti, quando la incontro m’illumino d’immenso”. E l’altro in sollucchero. Alberto molto soffriva l’ombra paterna e, dopo vari tentativi di indipendenza, fondò nel 1958 Il Saggiatore, uno dei più illuminati progetti editoriali del dopoguerra, una proposta culturale alternativa e complementare all’Einaudi, che visse però numerosi rovesci economici.

Lo storico dell’editoria Giancarlo Ferretti ha così inquadrato il rapporto tra padre e figlio: “Nella vicenda de Il Saggiatore, infatti, esplose la contraddizione tra l’intelligenza, lo spirito innovativo, la generosità umana, la tensione militante e insieme problematica di Alberto, e il suo velleitarismo, la sua incostanza, la sua prodigalità, e arrivò altresì alla massima drammaticità lo scontro con la concretezza, l’ordine, la strategia di mercato e di catalogo, e la vita austera (pur nella ricchezza) del padre.”

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Copyright photo, Louis De Belle.

Anita Klinz si trovò in mezzo a questo conflitto e riuscì ad andare d’accordo con entrambi, anche se il suo cuore batteva per Alberto, che infatti seguì nell’avventura del Saggiatore. Arrivata in Mondadori, la Klinz (ma il tono confidenziale del libro ci incoraggia a chiamarla Anita) collabora a «Epoca», dove incontra Bruno Munari, impegnato nell’impaginazione del settimanale nato su modelli americani su impulso di Alberto. Munari è la figura chiave di quella Milano, il primo a legittimare un rapporto paritetico tra arte e industria, in cui entrambe le parti prendono il meglio dall’altra.

Con Munari, Anita ha in comune l’intelligenza delle mani, necessarie in un’epoca predigitale per disegnare, tagliare, adattare, incollare e così via. Il grande talento della Klinz, prima dirigente donna nell’editoria italiana e prima art director, come recita il sottotitolo del libro, fu di creare una squadra affiatata, dove i tanti tenori (Ferenc Pintér, Karel Thole, Bruno Binosi, Peter Goegl) non si davano sulla voce ma collaboravano a creare l’immagine di una casa editrice al tempo stesso aristocratica e popolare, che insegnò ai propri lettori ad apprezzare un oggetto bello e utile come il libro.

Uno sforzo pedagogico contemporaneo a quelli compiuti in quegli anni da Olivetti, La Rinascente, Carosello, per educare alla civiltà del consumo la prima generazione di Italiani che si lasciò alle spalle un mondo di privazioni, nel tentativo di abbandonare la mentalità contadina, ma continuamente dilaniati tra la propensione all’acquisto e quella al risparmio.

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Copyright photo, Louis De Belle.

Pitoni, grafico di professione, ha messo insieme un libro ricchissimo di immagini, non solo mostrando le molte collane dirette da Anita per Mondadori e Il Saggiatore, ma anche soffermandosi sull’aspetto privato che salta fuori dai diari e dall’archivio di una donna che nelle fotografie appare bella, elegante, sempre ‘a posto’, un incrocio tra le due Hepburn (Audrey e Katherine), votata al lavoro, senza in apparenza relazioni stabili, ma che nella realtà ha vissuto amori sfortunati. Dai diari: “Sì, una cosa è la solitudine: libertà totale e trascendenza esistenziale. Altra cosa è essere soli. Ma io gradirei la compagnia di un essere di sesso maschile. Ma maschio nel modo più semplice e chiaro. Non un essere complicato, complessato e più femminile delle donne”.

Non doveva essere facile per un uomo, per natura spesso competitivo, stare al fianco di Anita. Ma qualcuno ci fu, come Alberto Maravalle, un toscano che incontrò a Giannutri, l’isola dell’arcipelago toscano che Anita elesse a propria dimora ideale, ma da cui fu separata dopo un incidente accaduto in una romantica passeggiata tra le rocce dell’isola. Dai diari emerge un altro tratto del carattere: “Vorrei in questa vita (e non so se ce ne sia un’altra), vorrei essere vissuta “sottovoce”, immersa nel mio mondo e nel mio tempo ma senza lasciare segni! Vorrei solo aver disturbato il meno possibile gli altri”.

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Il palcoscenico della vita di Anita è la redazione della Mondadori, dove entra tutte le mattine alle 9.10, dieci minuti dopo i collaboratori, e si allontana per pranzare da sola al ristorante (è una buongustaia), per poi proseguire di buona lena per il resto della giornata.

Nell’individuare la natura delle collane rifulge il suo eclettismo e la capacità di utilizzare al meglio le doti dei collaboratori: usa, a seconda delle circostanze.  illustrazione, fotografia (soprattutto a partire dagli anni Sessanta) e tipografia, Ma non disegna solo le copertine, è attenta a tutti gli aspetti materiali del libro: la quindicina di collaboratori che ha a disposizione si dividono tra i disegnatori dell’ufficio grafico e gli impaginatori dell’ufficio artistico. Lei è l’unica donna in un mondo di uomini, ‘il capo’ di un gruppo affiatato che imprime un ritmo industriale a un lavoro di natura artigianale e mette ordine in una produzione che aumenta anno dopo anno.

Si diceva che ciò che rende memorabile questo libro – arricchito dai contributi critici di Mario Piazza e Leonardo Sonnoli e della collaborazione di Livia Satriano, bibliofila on the move – è il ricchissimo apparato iconografico che indaga e rende onore al lavoro della Klinz e dei suoi collaboratori. Anche se gli anni d’oro (1958-69), quelli di più ardita sperimentazione, appartengono al Saggiatore, grandi risultati sono raggiunti anche nel periodo precedente in Mondadori, con cui peraltro non smette mai di collaborare e dove tornerà a tempo pieno dopo il 1970 per occuparsi di stampa periodica («Amica» e «Duepiù»). Notevolissima, ad esempio, è la copertina dell’opera in più volumi di Winston Churchill sulle cause della Prima guerra mondiale, giocata intorno a un filo spinato che prosegue da un tomo all’altro.

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Copyright photo, Louis De Belle.

Oppure la sobrietà nell’uso della tipografia nella collana «Nuovi Scrittori Stranieri» diretta da Elio Vittorini, o l’uso della fotografia in «Il Tornasole», collana sperimentale co-diretta da Niccolò Gallo e Vittorio Sereni (la qualità degli uomini era quella). Per quanto riguarda Il Saggiatore la serie più stupefacente per modernità di resa sono «I maestri dell’architettura contemporanea», dove in cover sono riprese le silhouette degli elementi che caratterizzano il lavoro di ‘archistar’, come Gropius, Aalto, Le Corbusier. Colpisce anche la modularità ‘munariana’ di collane come «La Cultura» o «I Gabbiani» e si potrebbe continuare a lungo. 

Questo libro è una gioia per gli occhi, leggendolo si capisce come le copertine della Klinz, pur nella loro diversità, in genere sfidano il tempo, perché non c’è mai qualcosa di troppo o di troppo poco e dove, all’interno di un preciso sistema di regole, c’è quasi sempre un tocco d’autore che le rende indimenticabili. 

Sia dunque lode ad Anita Klinz, ai suoi parenti che ne hanno conservato l’archivio, all’autore del libro, a chi vi ha collaborato e a chi lo ha sostenuto. A un’opera che possa essere di ispirazione per chi fa questo nostro meraviglioso lavoro: dare una forma al pensiero.

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