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Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Un altro ritmo insieme, tutto l’anno

Cosa fate durante le vacanze? «Dormiamo». Come, tutto il giorno? «Ci svegliamo per il pranzo». Il letargo che si rileva in classe per gran parte delle 6 ore di forzata posizione seduta su piccoli banchi di legno e metallo è in gran parte dovuto al debito di sonno. Se uno studente chiedesse a un professore cosa fa durante le vacanze il professore risponderebbe: «Dormo». Svegliarsi alle 6.30 o prima – dipende dalla logistica – ed essere alle 8 in punto pronto alla attivazione integrale di ogni risorsa mentale psichica emotiva e nervosa comporta bruciare in poche ore la maggior parte delle energie recuperate durante il sonno notturno. Molti miei colleghi, in questi giorni di riunioni per classe (i consigli, gli esami orali, quando siamo in dieci) o per istituto (collegi, preliminari di esame, e poi ratifiche degli scritti, e poi ratifiche degli orali, quando siamo in cento) patiscono la mancanza del fondamentale riposino del primo pomeriggio; torniamo a casa verso le 14.30, dobbiamo cucinare un pasto, pur piccolo, mangiamo, e poi ci coglie un annebbiamento totale, che si può rimediare con un sonnellino di 10, 20 minuti o, nel caso la sera prima si abbia vissuto qualche attività sino...

Maturità: tracce tendenziose?

Non seguo le vicende della scuola se non attraverso il percorso dei miei figli e quindi non so davvero come si sia arrivati a produrre tracce che si estendono per nove pagine. Le domande sono così articolate e precise che, lungi dal valutare le capacità espressive dei candidati, un premio andrebbe attribuito a quelli che riescono a giungere in fondo alla lettura di queste proposte, così diverse tra loro e così tendenziose nelle conclusioni che suggeriscono.  Volendo riconoscere ai commissari le migliori intenzioni, la prima domanda che dovranno porsi i professori che correggono le prove sarà: premiare l’ascolto dei candidati, e quindi la loro capacità di entrare in sintonia con le intenzioni suggerite dalle tracce, o la preparazione e l’immaginazione di chi scrive? La prima proposta è una poesia di Ungaretti. Piuttosto difficile. Faccio un esempio sulla parte iniziale che mi sembra piuttosto misteriosa: ogni mio momento/ io l’ho vissuto/ un’altra volta/ in un’epoca fonda/ fuori di me.   I suggerimenti interpretativi chiedono proprio cosa significhi un’epoca fonda/ fuori di me. Googlando la poesia su skuolanet viene fuori che Ungaretti in diverse interviste ricorda di...

Indicativo presente| Duecento giorni in classe / La pizza prima degli esami | una notte nel loro quartiere

Siamo stati nella stessa stanza 350 ore. Ci siamo visti ogni giorno per 144 giorni; con gli esami arriveremo a 200 giorni con il pensiero della scuola in testa. Nella classe possiamo personalizzare qualcosa: parlarci negli intervalli, ricucire le risse, sedare gli insulti, avviare raffinati processi di giustizia riparativa. Possiamo fare in modo che non vengano bocciati, e che il loro 6 non sia finto ma sia almeno il frutto di un loro sforzo di apprendimento che non è in fondo minimamente paragonabile alle ore di studio che noi professori abbiamo speso alla loro età, ma che per loro, chi con il padre in galera, chi senza padre, chi senza madre, chi senza soldi, chi senza cittadinanza, chi senza ambiente sociale, risulti il massimo dello sforzo per loro possibile. Questo chiediamo: che in un mondo di ego che sbraitano e sprezzano altri ego in realtà esistano ancora delle prove individuali in ogni singola vita: misurarsi su un progetto etico che ignori la cagnara pubblica; costruirsi mattone su mattone capendo che il branco non avrà l’importanza che ha ora; minimi obbiettivi, minimi termini: oggi ho fatto più di ieri e sono soddisfatto di me, perché sto meglio con me stesso, mi...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Redde rationem | Insufficienze e soddisfazioni

Il mese di maggio comincia torpidamente al rientro dalle vacanze pasquali. I ragazzi hanno resettato la scuola dalla loro vita e tornano con una ilarità spensierata e del tutto immotivata. Davanti alla cattedra ci sono struzzi con i loro culetti per noi prof del tutto nitidi: sopra ci sono stampate le medie aritmetiche che il registro elettronico ci riporta del tutto prive di affettività o aggiustamenti: 4.25, 5.85, 7.65. Dalla dirigente scolastica cominciano ad arrivare a raffica le circolari più sgradite: scrutinio finale in data ics, si rammentano i criteri di non ammissibilità alla classe successiva (ovvero, «guai a voi se bocciate!» ma se proprio dovete ci vorranno o quattro 5 o due 4 un 5 eccetera, o oltre 250 ore di assenza), adempimenti di fine anno (una relazione per ogni tua materia, una relazione per la classe, le proposte di voto eccetera). Ecco che quindi, con morbidi colpetti sulle natiche degli struzzi dobbiamo invitare a sfilare dalla sabbia le teste rivuotate, e spiegare che cinque, sette di loro sono a metà maggio ancora insufficienti in Storia, o Geografia, o Matematica. A quel punto gli occhi si spalancano, e la maggior parte di loro scopre che pur non avendo...

Rosa Maria dell'Aria / Prof.ssa dell’Aria: "sia fiera dei suoi studenti"

Rosa Maria dell’Aria ha l’espressione mite e intelligente delle persone per bene. Anzi, vorrei aggiungere, dell’“insegnante ideale”, del genere che ognuno di noi vorrebbe aver incontrato almeno una volta nella propria esperienza scolastica perché è quel particolare tipo di docente che ti insegna a conoscere e valutare. Ha dedicato quarant’anni all’insegnamento (a 63 anni è alle soglie della pensione), e credo che debba essere orgogliosa di ciò che ha seminato se i suoi allievi hanno acquisito la capacità di leggere la Storia e di ricercarne gli insegnamenti per la vita che la sua II^ E dell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo ha mostrato con il proprio elaborato per il Giorno della memoria.    Non altrettanto può dirsi delle Autorità governative coinvolte nel caso, a cominciare dalla sottosegretaria leghista ai Beni culturali (sic!) la quale non sembra di certo mite, se è vero che l’indagine del Ministero della Pubblica istruzione culminata con la sospensione della professoressa Dell’Aria per quindici giorni è partita da un suo tweet (un tweet!!!) in cui dichiarava (testualmente) che “andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Il telefonino. Espellere o inglobare il globale?

A scuola siamo pieni di tabù: innanzitutto, il corpo e ogni accenno all’affettività, guai poi se si considera il corpo come quello che è, ovvero non una parte di noi, ma il noi mente-corpo; sfiorare un allievo, accogliere un abbraccio spontaneo loro, ringraziare con un bacino o meno per un dono spontaneo di uno di loro, parlare anche di stupro quando si parla di invasioni, saccheggi e guerre; dichiarare la verità che l’amore è tutto, ovvero anche baciarsi, essere intimi, e sì, fare l’amore; dire che tutti noi in questa classe siamo figli in genere di un uomo e di una donna che una volta almeno hanno fatto l’amore nudi per farci nascere. Tabù. Terrore di denuncia. Attenzione. Stacci attento.    Il dispositivo che oggi più ci allontana dal corpo, ovvero il telefonino, è un altro tabù. Tutti lo usiamo. C’è chi lo usa intensamente declinandone l’uso con le regole non scritte e sempre più opinabili della buona educazione, che si dovrebbe fondare sul rispetto dell’altro. C’è chi lo usa esecrando chi lo usa e dichiarando che lui il telefonino lo usa solo per necessità, ritenendo che il suo spazio di necessità sia semplicemente un po’ diverso da chi invece secondo lui, il...

Indicativo presente| Duecento giorni in classe / Le mani addosso

Questa mattina ricevo genitori. Come coordinatore di classe tocca a me il contatto con loro. Il padre e la madre di Widad sono miti e silenziosi. Temono l’Autorità. Maghrebini, qui lavorano sodo, e per loro la scuola è qualcosa di importante. Se sono qui, lo sanno, è perché la loro ragazza ha fatto qualcosa di grave. Li accompagno nell’ufficio del vicario, offro un caffè ma non lo vogliono, grazie. Comincio a raccontare i fatti. Nei giorni scorsi, in un’ora di una collega, erano in corso delle relazioni “flipped classroom”; gli allievi aveva preparato a casa delle ricerche che sviluppavano input dati in classe dalla professoressa. Quella mattina toccava a un gruppo di ragazze raccontare alla classe dei capolavori dell’arte contemporanea. Il gruppo dei ragazzi ridacchiava, parlava, non le rispettava con l’ascolto. Quando sono loro, tutti insieme, a fare così con noi docenti non si curano minimamente di cosa il loro atteggiamento generi in noi. Entriamo per “fare lezione”, ma con modalità che ormai contemplano il loro interloquire, le loro richieste di chiarimenti, le loro considerazioni personali. Ma entriamo e la classe è in preda a un intervallo perenne: si inseguono, urlano, si...

Disorientamento e disagio / Sul nuovo Esame di Stato

Dopo mesi di annunci e anticipazioni è stata pubblicata l’ordinanza ministeriale che disciplina i contenuti del nuovo Esame di Stato. Presentato dalla nuova direzione ministeriale è nei fatti la continuazione del lavoro iniziato negli anni precedenti e la conclusione della riforma che porta il nome della ministra Gelmini e della successiva “Buona scuola” della stagione renziana. Le novità sono significative rispetto alla precedente versione: nonostante l'attenzione alla comunicazione e la presenza di momenti di formazione del personale dirigente e docente, continuano a essere molte le perplessità sulle modalità operative di svolgimento dell'esame prima ancora che di ordine culturale, educativo e pedagogico. I lavori delle commissioni di esame inizieranno il 17 giugno: il 19 giugno si terrà la prima prova, italiano, il 20 giugno la seconda prova, diversa per ciascun indirizzo di studi. La terza prova scritta, che prevedeva con diverse modalità di valutare gli studenti su altre materie (fino a cinque) non c'è più; non è stata sostituita dalle prove Invalsi, sostenere le quali è invece un prerequisito per essere ammessi: le prove Invalsi, su italiano, matematica e inglese sono...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Il rospo di Salvini | ius soli o ius sanguinis?

In questa classe c’è feeling, e quindi posso provare a fare qualcosa di più coinvolgente delle lezioni frontali su clima, popolazione italiana, popolazioni europee, città. Anzi, abbiamo già fatto insieme il lavoro su Greta Thunberg, e hanno risposto molto bene. Continuamente dico di guardare fuori dalle finestre: Quella è la Geografia, questo è il mondo in cui stiamo vivendo. Oggi fa caldo? È normale? Non piove da settimane: è normale? Avete chiesto ai vostri nonni se era normale questo caldo a febbraio o questa siccità a marzo? Glielo chiedono, e capiscono che c’è qualcosa che non quadra. Insisto molto, anche, sul fatto che viviamo – direbbe Pangloss – nel migliore dei mondi possibili; considerando che siamo in Europa, e nel 2019, e che l’aspettativa di vita media va oltre gli 80 anni: quanti anni hanno i vostri nonni? La densità demografica, poi: c’è tanta gente in questo brutto quartiere nato in fretta e furia negli anni Sessanta per ospitare migliaia di famiglie di operai che servivano per le fabbriche del Nord, la Fiat e il suo indotto. Avete chiesto ai vostri nonni come venivano trattati quando sono venuti su? Sì: Thomas dice che non trovavano case in affitto, che li...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Giù la maschera, si va in gita

«Professore professore! Ci accompagna in gita?» Gli studenti di una mia prima con spontaneità mi hanno cooptato. Gita di un giorno in montagna organizzata dalla collega di Scienze motorie. È una bella scocciatura: in quella data sono in servizio in un’altra scuola: devo farmi autorizzare dal vicario di plesso, trovare la collega che vorrà gentilmente sostituirmi (in questi sacrifici i colleghi maschi si dileguano rapidamente, in genere). Ma me ne occupo, e mi rendo disponibile. Partenza all’alba, ritorno nel tardo pomeriggio. Anche qui, 2 ore retribuite e 10 regalate allo Stato, alle famiglie e soprattutto ai ragazzini. La collega votata al sacrificio mette insieme anche una terza, e altri 2 colleghi pronti alla missione anche questa volta si sono trovati. I genitori accalcati davanti al bus alle 6.30 del mattino finalmente fuori dalla scuola: no campanelle, no orari, no discipline, no cattedre, no registri elettronici, no voti e note disciplinari. Quello che funziona oggi nella scuola viene tutto dalla scuola primaria, l’elementare.   Lì, nonostante l’avanzare degli abominevoli test a risposta chiusa, la quizzomania di impronta americana, le “maestre” ogni giorno affondano...

INDICATIVO PRESENTE | Duecento giorni in classe / È primavera, aprite le gabbie!

Nelle prime ore di sole tiepido di febbraio tra gli alberi in città cominciano a canticchiare passeri e capinere. Ci siamo: sta arrivando la primavera! Le aule-bunker vengono inondate dalle 11 da un sole che all’interno diventa odioso. La fila vicino alla finestra inizia a gemere e a fare smorfie, e il docente è invitato a tirare giù le veneziane. Se ci sono. Se non sono ancora sbertucciate o scassate. Se si può, si fa, se no comincia la migrazione interna alla cella degli accaldati, che si accatastano sulle due file più interne, quella sul muro del corridoio e quella centrale. Il tutto è condito da sedie senza feltrini che stridono orrendamente e inviti a non traslocare giacche a vento e pesantissimi zaini-trolley: portatevi soltanto il libro! Se ce l’hanno. Siccome ce l’hanno uno su due allora comincia la peripatetica della cerca del compagno con libro ma solo.   Poi qualcuno soffoca ancora e spalanca la finestra. Allora qualcuno geme per il freddo, io chiudo la porta sul corridoio, che ho cominciato a tenere aperta da quando non ho più paura di essere spiato da colleghi malevoli che potrebbero dire «ma sai cosa ha detto Tizio in classe?». Cresce l’evidenza della...

INDICATIVO PRESENTE | Duecento giorni in classe / Un bel clima. Come parla chiaro Greta Thunberg

Sono tanto carini. Quando entro in classe si alzano di scatto tutti insieme con un bel coretto: «Buongiorno professore!»; sorridono tutti. Mi imbarazza sempre quando si alzano in piedi, li prego subito di accomodarsi. Poi due o tre, i soliti, corrono in giro per i banchi, li richiamo per nome proprio, si siedono immediatamente. Qualcuno, il più piccino, la più piccina, vengono anche ad abbracciarmi! Lo fanno con tanti prof. Alla riunione con i genitori due colleghe veterane hanno detto che piano piano dovranno abituarsi a non farlo più perché «siamo alla scuola media, non all’elementare». Io ero allibito ma non ho detto nulla per non contraddire le colleghe. Ma spero davvero che non smettano. Io li abbraccio sempre, ricambio. Anche qualche “teppistello” di seconda lo fa, non si capisce bene se per prendermi un po’ per il culo o meno, ma io ricambio l’abbraccio. Che male fa essere affettuosi, e mettere in campo anche il nostro corpo di adulti? In casa li abbracceranno, poi? Ogni tanto uno dei piccini mi chiede se può venire vicino alla cattedra. Proprio appiccicato a me, con la sedia e il libro. Certo! E allora poi ne vengono due, tre, cinque. E beh? Fa un po’ Jesus Christ ma lo...

INDICATIVO PRESENTE | Duecento giorni in classe / Razzismi

La collega di Lettere sorridente e dem mi ha chiesto se volevo partecipare al gruppo che avrebbe preparato il Giorno della Memoria: «Ciascuno porta le sue idee e vediamo cosa viene fuori». Ahi. Temevo il risucchio nell’extra-time, riunioni verbose… e così ho declinato. Non se l’è presa. Pochi giorni prima del 27 gennaio ho sentito delle voci angeliche cantare una melodia ebraica. Il suono proveniva dall’aula magna. Ero in un’ora buca e ho salito in punta di piedi le scale. Così ho visto una prova di quello che lei con l’aiuto di una collega di musica e un’altra di Lettere stavano preparando. A sinistra c’era un’orchestrina di tastiere elettroniche con qualche strumento acustico solista. Davanti a loro quattro lettrici. Poi c’erano dei banchi, una lavagna, con altri ragazzini e ragazze sedute; quella sarebbe stata la classe del 1938 da cui inspiegabilmente e dolorosamente uno ad uno se ne sarebbero dovuti andare i compagni che avevano scoperto di essere ebrei. Infine ecco il coro di voci angeliche, che cantava una ninna nanna che una vittima di un campo di sterminio cantava con i bambini, per consolare il loro dolore in attesa della morte. Ci sarebbe stata una recita per i genitori...

Nelle sale dal 7 febbraio / Vedere la classe

Milioni di genitori pagherebbero oro per vedere e sentire cosa capita nella classe dei loro figli. Non solo per spontanea predisposizione al controllo, ma oggi soprattutto per la diffidenza crescente nei confronti degli insegnanti. L’era internet cominciata negli anni Novanta come sappiamo ha decapitato tutti gli Autorevoli. Chi cazzo ti credi di essere? Sei uno studioso, uno scrittore, un giornalista, un professore con una trentina di anni di studi, esami, corsi e dici la tua su un argomento di tua specifica competenza? Chissenefrega! Siamo tutti profili con l’identico diritto di dire la nostra su qualsiasi argomento, compreso quello che è di tua competenza. Che un professore possa saperne qualcosa in più parlando di educazione, apprendimento, diritti, doveri, financo discipline è ormai messo in dubbio anche in classe da un buon numero di giovanotti e giovanotte under 14 seduti nello stesso vano di un edificio scolastico. Non mi sto lagnando del declino del prestigio sociale della classe docente. Inutile lagnarmene, poiché è già accaduto. L’autorità si è sfarinata e l’autorevolezza oggi ce la guadagniamo non tanto con il curriculum vitae e il cursus honorum, quanto con gli...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Si! può! fare! (un nitrito per la poesia)

Se uno di loro è assente due, tre, cinque giorni e chiedo che ne è di lui nessuno ne sa niente. Ma come? Siete compagni e non volete neanche sapere se sta bene? Se è scappato di casa? Se è in ospedale. No. Nessuno si frequenta di pomeriggio o nel week-end, e solo qualche maschio ha il suo piccolo branco con cui fa la ronda al massimo per alcuni isolati del quartiere. «Professore, cosa ha fatto durante le vacanze di Natale?». Ve lo dico soltanto se poi dopo anche voi mi dite cosa avete fatto. Mariella è andata a Milano: bene, cosa hai visto? «Niente». Come niente? «Eh sono scesa alla stazione e ho cominciato a camminare». Hai visto negozi, musei? Sei andata a vedere le vetrine di via Montenapoleone? «No, giravo.» Aurelia è andata in montagna due o tre giorni: non c’era un fiocco di neve, tranne quelli sparati dai cannoni sulle piste da sci. «Ho fatto qualche camminata». La maggior parte di loro è stata a casa, andava a letto tardi, e crollava con lo smartphone sul naso nella cameretta. E la mattina dormiva ad libitum: «Io mi alzavo sempre a mezzogiorno!». Nessuno è tornato al paesello, né al Nord, né al Centro, né al Sud, né tanto meno in Romania, Moldavia o Egitto o Tunisia o...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Vacanze brutte

Non credo che ci facciano così bene, le “vacanze”. «Vacanza» significa che manca qualcosa che prima o poi ci aspettiamo che ritorni. Dovrebbe essere una decompressione dopo una pressione. Questo meccanismo dello strizzarci e del rigonfiarci, come spugne, è la metafora della resilienza, che sicuramente è una delle virtù fondamentali per vivere. Ma applicato a un incontro sociale, di scambio cognitivo e affettivo come potrebbe essere la scuola non va molto bene. La vera mutazione sociale che vedo è che la scuola non è più per i ragazzi un “terzo tempo” dopo quello della famiglia e delle esperienze infantili o adolescenziali tra coetanei, in luoghi franchi o comunque in-dipendenti dai centri di educazione-controllo (famiglia, scuola). Non hanno più luoghi dove incontrarsi, condividere giochi, o litigi, o innamoramenti. Non giocano più a pallone nei cortili o nei prati.   Nei condomini con aree verdi è «vietato schiamazzare o giocare al pallone», perché si disturbano pensionati irascibili e misantropi che non hanno più i loro circoli dopolavoristici o sindacali o politici o religiosi. Siamo confinati nei nostri micro-appartamenti, dove le relazioni obbligate tra consanguinei o “...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Diritti

Il 10 dicembre del 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Settanta anni fa. Dopo la Costituzione degli Stati Uniti D'America del 15 settembre 1787 e la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino proclamata in Francia nel 1793, la Dichiarazione Onu è il documento più alto che noi possiamo leggere per renderci conto di cosa potrebbe essere l’uomo se aderisse alle sue potenzialità producendosi in buone pratiche e etiche azioni. Se effettivamente gli alieni non fossero ancora tra noi, sarebbe bello che la loro prima astronave sbarcasse sul Pianeta Terra governato globalmente dalla realizzazione di questi trenta articoli, così semplici e così pieni di buon senso. L’abbiamo letta in classe. Due volte, in due giorni diversi, e giorni dopo in una verifica scritta ho fatto una domanda a risposta aperta in cui chiedevo cosa ricordassero di quelle letture. Cosa si è fermato nella loro mente di vecchi bambini/giovani adolescenti? Hanno scritto: «Diritto di uguaglianza, vivere, salute, lavoro, scuola, mangiare, vitare, viaggiare»; «che tutti siano fratelli e che nessuno sia discriminato per il colore della...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Ridere

In sei ore ne capitano di cose, stando insieme. Raramente nella nostra vita privata dobbiamo stare nella stessa stanza con qualcun altro ore e ore, senza pause. Oggi è tale la paura che un ragazzino si spacchi il naso durante un intervallo che certi dirigenti scolastici addirittura vietano di fare l’intervallo nei corridoi e negli atrii! Chiusi in classe! Oppure spuntano cartelli di VIETATO CORRERE! VIETATO USARE IL CELLULARE! VIETATO FUMARE! (questo diventa attuale ormai dalle classi terze della media, dove i maschi credono di farsi fighi svapando nei bagni…). La mia innata propensione alla provocazione mi spinge più volte a voler appendere qualche altro cartello, tipo: VIETATO RIDERE! VIETATO ABBRACCIARSI! VIETATO STARE BENE! Lo so lo so, i pericoli ci sono: a me in prima media hanno spaccato il naso; resta uno dei rari ricordi della mia infanzia; immenso atrione alla scuola media Majorana; orde di classi mescolate, scatenamento scimmiesco generalizzato; un tizio con rincorsa salta in groppa a un altro tizio che mi precipita sul naso con la tempia; svengo, e quando riapro gli occhi vedo il mio sangue per terra dappertutto; risvengo, e quando mi sveglio in pronto soccorso un...

Lo scandalo della scuola / Topo Federico, gli insegnanti e il cuore

Una favola di Leo Lionni, Federico, racconta di un topo guardato con biasimo dagli altri topi perché manca di fare il proprio dovere mentre tutti si adoperano nel raccogliere frutta e legna per la stagione fredda alle porte. Federico guarda fiori e colori, contempla le nuvole; appare assorto, svagato, non porta nessun seme al rifugio. L’inverno arriva e le provviste finiscono. I topi, stretti l’uno all’altro, non immaginano come attraversare, senza più cibo né legna, i mesi rigidi ancora a venire. Federico si fa un poco più in alto di loro, e, da un immaginario pulpito di un immaginario rifugio di sassi, inizia a raccontare le storie e le immagini di cui ha fatto scorta, mentre non si avevano per lui che sguardi di rimprovero. Le parole di Federico scaldano, sfamano e portano luce. Ai topi non resta che ringraziarlo in coro, ringraziare quel suo tempo sottratto all’utile. “Non voglio applausi, non merito alloro, ognuno in fondo fa il proprio lavoro”, risponde Federico arrossendo.    Avremmo poi ritrovato qualcosa dello spirito di questo libretto d’infanzia in una frase di Don Milani: “sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”.    C’è...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Una cioccolata per Mariella

Se potessi essere l’insegnante di ognuno di loro, se potessi trascorrere tre ore al giorno seduto accanto, con i libri sul tavolo, o uscire all’aperto in una bella giornata di sole, camminare come Socrate con i suoi pargoli, non credo ci sarebbero problemi. Il punto non è la loro estraneità alle conoscenze che propongo. Il malessere è svegliarsi alle sei di mattina, quando è ancora buio, con la pioggia battente magari e ritrovarci in 20, 25 chiusi in questa stanza. Con i neon che ci fanno male agli occhi. La vita può essere ancora più dura, certo, ma se partissimo da un principio di felicità e di benessere non dovremmo fare della scuola un decoroso campo di concentramento, o più precisamente un campo di detenzione temporanea in una stanza di 20-25 ragazzini pieni di energie.  Il regolamento mi chiede di essere in classe cinque minuti prima che suoni la campanella. Non entrano più tutti insieme, con un boato festoso o animalesco: arrivano alla spicciolata. Ognuno ha il suo ritardo, la sua riluttanza ad arrivare e sedersi per sei ore in quel cubo di cemento. Sono anche abbastanza educati, quasi tutti, e entrando dicono “buongiorno prof!”. Si siedono abbastanza estenuati, con...

Nuove opportunità / Una didattica digitale per la scuola

Una recente ricerca pubblicata nell’«Italian Journal of sociology of Education» documenta l’uso che delle ICT (Internet Comunication Tecnologies), TIC nella traduzione italiana, da parte dei docenti. Un campione di 1280 soggetti (il 2,98% di coloro che sono stati contattati via email) ha risposto a un questionario a risposta multipla incardinato intorno a quattro nuclei tematici: “cambiare l'approccio alle TIC nell'educazione” che sostanzialmente misura la volontà del docente di usare le TIC o la disponibilità a essere soggetto a un percorso di formazione specifico; “risorse digitali nello sviluppo professionale dei docenti” che registra il ruolo delle TIC nella promozione del proprio capitale umano attraverso forme di socializzazione delle conoscenze tipiche degli ambienti digitali (almeno così interpreto i seguenti indicatori: “tendenza dei docenti alla socialità”, “inclinazione ad aggiornare l'insegnamento individuale con le TIC”, “l'uso delle TIC nell'accrescimento in qualità e quantità del capitale professionale”); “i docenti e la rete” che acquisisce l’utilizzo del web come spazio di produzione e consumo di informazioni; “usare le TIC in classe” che descrive la frequenza con...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Cominciare

Una classe spesso comincia ad essere classe prima che arrivi un professore. Venti o più ragazze e ragazzi non sempre hanno davanti il tizio che sarà con loro per un anno. Conoscono i docenti di ruolo, e cominciano a conoscere i supplenti. Supplenti per due settimane, per un mese, o tutto l’anno. La scuola italiana rimane un organismo burocratico enorme, nonostante la legge che istituiva l’autonomia scolastica, la 59 del 15 marzo 1997, abbia voluto rendere ogni istituto una sorta di azienda statale più indipendente, con un migliaio di studenti e cento-duecento dipendenti tra docenti, amministrativi, “bidelli” (il personale ATA Amministrativo Tecnico e Ausiliario). I docenti di ruolo (quelli che resteranno sino alla pensione) sono la maggioranza, ma tanti sono “precari”. Attendono in genere la nomina annuale in una o più scuole, che arriva dall’Ufficio Provinciale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Scientifica a fine settembre, o a inizio ottobre. Quindi la storia della mia classe è cominciata prima di me, il professore.   Ricevi una mail dalla scuola che ti propone un contratto “sino ad avente diritto”: vuol dire che cominci a lavorare ma non sai...

Fare insieme / Ritorno a scuola. Ogni volta, l'inizio di un mondo

Per moltissime persone di diverse età che vivono e lavorano a scuola il vero capodanno è a settembre. Settembre ritorna sempre con la sua portata di novità. A volte radicale, come un cambio di ciclo scolastico o di sede di lavoro; a volte meno intensa, ma comunque con un anno in più sulle spalle – visto dalla parte dell'adulto – e una nuova stagione di vita che si dischiude – visto dal lato studente.   Ho iniziato a insegnare, ventisettenne e fresco di preparazione, nel 2001. Per essere più precisi il mio primo giorno di scuola è stato il 12 settembre 2001. Ricordo la camicia stirata e gli appunti per la Prima Grande Lezione di Filosofia, che provavo da tempo, e, come questa fosse diventata un'altra cosa, non senza sgomento, per quanto accaduto il giorno prima. Dopo aver visto crollare le torri (in televisione), da insegnante ho sentito il peso della ricerca delle parole per quello che avrei dovuto saper dire il giorno dopo e per quello che mi avrebbero chiesto. Qualcosa che aveva a che fare con la contestualizzazione dei fatti, ma anche con la catastrofe, nel suo significato etimologico di 'rivolgimento'. L'idea di futuro si faceva maceria e rovina proprio mentre iniziava la...

"Dar da pensare" / Dove va la scuola italiana?

A cinquant’anni dal Sessantotto nessuna profezia di quella stagione utopistica appare più realistica del libro di Mitscherlich uscito in quegli anni Verso una società senza padre. L’immagine della nostra società rispecchia questa assenza, che si manifesta anche nel mondo della scuola, il luogo della socializzazione secondaria, in cui sembra essersi smarrito ogni principio di autorità. Non vorrei essere frainteso e sembrare portatore di nostalgici rimpianti. Non è il caso di desiderare un ritorno a un modello familiare che aveva molti risvolti repressivi, ma ritengo sia necessario affrontare seriamente le cause della perdita oggi di autorevolezza degli adulti e degli insegnanti in particolare, cioè delle figure che in passato suscitavano rispetto e apprezzamento anche per il ruolo che rivestivano nella società. Il libro di Giovanni Floris Ultimo banco (Solferino 2018) è una testimonianza di questo declino, attendibile, anche se di parte, anzi soprattutto perché di una parte in causa che sa comunque guardare a fondo al problema in modo multilaterale.   Che cosa è successo nella scuola? Certo è sotto gli occhi di tutti, perché alimentato dalla morbosità dei media, il dilagare...