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Una conversazione con Michele Zappella / Scuola: dislessia, autismo e bullismo

Dopo aver ascoltato Pietropolli Charmet e il suo sguardo rivolto all’adolescenza, mi è sembrata un’occasione preziosa quella di poter rivolgere le mie domande a Michele Zappella, uno dei massimi esperti e studiosi di neuropsichiatria infantile, in prima linea, negli anni Sessanta (è nato nel 1936), per l’abolizione delle classi differenziali. Ha lavorato a Londra, negli Stati Uniti e in diversi istituti psichiatrici italiani, prima di diventare primario del reparto di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Generale di Siena, incarico ricoperto per più di trent’anni. Continua a visitare bambini, a occuparsi di integrazione e proposte terapeutico-educative, e la sua voce sull’autismo è tra le più autorevoli del panorama contemporaneo. Tra i suoi libri vanno almeno citati: Il pesce bambino. Come la società degli adulti deve riapprendere ad ascoltare il bambino (Feltrinelli, 1977); Non vedo, non sento, non parlo. Autismo infantile: come i genitori possono guarire da soli i propri figli (Mondadori, 1984); (con Dario Ianes), Facciamo il punto su l'autismo (Erickson, 2009); (con Giuseppe De Luca), L'alba dell'integrazione scolastica (Carocci, 2013). Lo raggiungo in Skype e mi accoglie...

Diario di un'insegnante / Scuola: scrutini e bocciature

Gli scrutini della seconda A si sono conclusi alle 21.40 di giovedì sera. Sei bocciati in una classe di venticinque. Sei bocciati sono tantissimi, sei persone rispetto alle quali domandarsi: abbiamo davvero fatto di tutto per vederli, ascoltarli, dare loro un posto, capire cosa stava accadendo e agire di conseguenza? No. Li abbiamo persi durante la dad, credo. Telecamere spente, connessi sì, connessi no, connessi ma assenti. Il tabellone dei voti lasciava poco spazio, nessun margine di intervento: tre debiti a settembre? Tre debiti a settembre a Ricardo che parla così poco e male l’italiano? Sono stata zitta e io non sto mai zitta in situazioni come questa: le cose sono spurie, c’è un altro lato da guardare – c’è sempre un altro lato da guardare –, ma erano tutte rosse le righe di quel dannato tabellone, a cosa potevo appellarmi?   Avremmo dovuto prenderci del tempo – abbiamo questo tempo? è previsto? – per dirci: questa classe è spaccata in due, che si fa? Nomi su uno schermo, nomi senza volto: come li vedi, come li raccogli, i silenziosi, quelli che in aula se ne stanno ai margini, i solitari? Non ci siamo interrogati sul punto in cui qualcosa si è inceppato. Dove abbiamo...

Diario di un'insegnante / Scuola. Che pesci pigliare?

Oggi in classe erano presenti solo in cinque. Cinque non è il settantacinque percento di venticinque. Non ce la facciamo più, dice Sara, sono tutte verifiche. "Non si sta a casa" l’ho già detto troppe volte; che "non è la via" lo abbiamo ribadito; ci abbiamo anche pensato insieme, riflettuto insieme.  Ha senso che io lo ripeta? Ha senso che dica che è sbagliato, che è importante avere fiducia nella parola e nel confronto con gli insegnanti? Loro lo sanno già che è sbagliato, ma.  Siamo pieni anche noi adulti di cose che sappiamo, ma.     E poi Giulia sta male. La mamma e il papà vedono Giulia stare male e sanno che Giulia dovrebbe andare a scuola: saltare è la mossa meno opportuna, in un anno così in bilico, con matematica e latino sotto. Ma Giulia sta male in un modo che la mamma e il papà di Giulia, arrivati a questo punto, cosa possono fare? Possono davvero ignorare quella disperazione? Però, mamma e papà di Giulia, non è insultare gli insegnanti che farà stare meglio vostra figlia; non è pensare che la colpa sia tutta loro, la soluzione; non è non vedere che quella disperazione non è a misura dell’ostacolo - e dunque c’è dell’altro che avrebbe dovuto esser...

La terza via / Dad. Life on Mars?

È uno dei capolavori di David Bowie: una ragazzina triste e sola che si lascia catturare da uno schermo argentato e dal freakiest show di una successione demenziale di immagini che scorrono davanti ai suoi occhi – un film noioso, che lei ha già vissuto dieci volte; finché da spettatrice, diventa lei stessa creatrice di immagini allucinatorie: che si susseguono demenziali come le precedenti, perché questo film lo ha già scritto dieci volte. Chissà se lo sa che è il suo, il best selling show? Sarà forse su Life on Mars? Reso più saggio e triste dalla maturità, Bowie ricordò questa canzone come una piccola storia di alienazione quotidiana: credo che oggi la troverei piuttosto triste, concluse il Duca Bianco. È quello che accade anche a me: questa canzone che mi accompagna da quarant'anni, mutando significato col trascorrere del tempo, oggi mi sembra di una infinita tristezza. Sono io che faccio lezione davanti a un PC, o sono le mie studentesse e studenti sul rovescio (nel sottosopra, mi verrebbe da dire) dello schermo, soli dentro una stanza e tutto il mondo fuori (come quella studentessa morta d'infarto durante la DaD, sola nella stanza, senza che nessuno se ne accorgesse, perché...

Integrazione e contrapposizione / Un elogio della DAD

Ribadiamo subito un punto fuori discussione. La didattica in presenza è insostituibile, non solo per la sua efficacia nella trasmissione del sapere ma anche, forse soprattutto, per via delle forme di socialità che solo la scuola in quanto luogo fisico rende possibili. Il fatto che la didattica in presenza sia insostituibile, tuttavia, non significa che quella a distanza sia una cosa indecente, come si sente dire tutti i giorni da un coro di voci critiche, talora indignate, che va dalla destra sovranista alla sinistra radicale. Proviamo allora  a metterla così: la didattica in presenza è insostituibile, è vero, ma è anche integrabile con la DAD, senza danno e forse con molti vantaggi. Non foss’altro perché la DAD è una modalità di trasmissione del sapere destinata a confermarsi e a rafforzarsi. Non facciamoci illusioni, su questo. Chiediamoci piuttosto in che modo potremmo renderla migliore. Proverò a motivare la legittimità di questa richiesta con due gruppi di considerazioni, seguite da una scenetta finale che potrebbe servirci a comprendere meglio da che parte stiamo.   Per capire l’equivoco su cui si fondano le critiche alla DAD basta riflettere sul fatto, molto...

Indicativo presente 3 / 1. Chi prende la parola?

Samar, ora che con le file di banchi singoli il distanziamento carcerario è ancora più marcato, è tutta sola, al centro della classe. Non è in prima fila, perché non ha particolari problemi cognitivi, e non deve essere seguita dagli insegnanti di sostegno. Nemmeno è di quelle chiacchierone che vogliono intervenire sulla parola del prof una, tre, cinque volte all’ora, per dimostrare che loro sanno; di quegli egocentrici con la parlantina compulsiva, che ti fanno la domanda, e mentre cominci a rispondere si girano e continuano a parlare con altri tre, cinque compagni contemporaneamente, come un giapponese a Okinawa, che combatte contro soverchianti nemici sino alla morte, senza mollare la postazione da cui spara a raffica parole. No, Samar non è neanche una di quei due o tre che a inizio anno hanno come precisa strategia diventare i Jessie James della classe sconfitta dall’arroganza unionista dei prof, che cercano ogni ora ogni giorno di disgregare l’attenzione, il dialogo, qualsiasi ancoraggio a qualcosa che sia “fare qualcosa a scuola”. Samar sta a metà classe perché è di quelle studentesse che a inizio anno finiscono per caso al centro della mappa e che nessuno ha bisogno di...

La scuola allo specchio

Non è agevole orientarsi nelle attuali politiche educative. In un contesto segnato da un Ministero sub iudice per ‘irrilevanza politica’, dal contrasto tra normative regionali sulle chiusure delle scuole e delibere di riapertura dei Tar locali, non resta l’auspicio che l’ottimismo della volontà prevalga sul pessimismo dell’intelligenza. Gli ultimi mesi, inevitabilmente, sono stati caratterizzati da un’egemonizzazione del dibattito sulla scuola da parte di epidemiologi, virologi, matematici e fisici, impegnati, ciascuno secondo le proprie competenze, a produrre modelli previsionali e ricerche, peraltro dai risultati non univoci, sull’impatto della filiera scolastica nella trasmissione del virus. Dopo un lungo e assordante silenzio, si registra una presa di posizione di sociologi, pedagogisti, psicologi indispensabile per bilanciare la medicalizzazione discorsiva attuale. In tale cornice non si può non segnalare l’acquiescenza con cui il corpo docente, legittimamente spaventato, amareggiato, macerato a lungo nella disillusione, ha accettato di sopportare lo iato tra retorica della centralità del capitale umano e l’assenza di politiche coerenti a promuoverlo, delegando a sparuti...

Didattica a distanza / Perché la scuola no?

C'è un personaggio di un bel film, un leader nero di nome Jeriko One (oggi sarebbe di Black Lives Matters) che nell'ultimo discorso che fa, prima di essere assassinato da un poliziotto la notte del capodanno del 2000, esclama: stanno riordinando le sdraio sulla tolda del Titanic! (These people are rearranging deck chairs on the Titanic). È la sensazione che si prova in questo momento in questa strana scuola che è scuola senza esserlo, parte dentro parte fuori – non avevamo bisogno di questo per capire che la “modalità blended”, così come la DaD, non funziona. Facciamo scuola senza farla, rispettando norme e principi che appartengono a un'altra era geologica. I profili di licei e istituti tecnici e professionali, i cosiddetti PECUP, sono di dieci anni fa. Anche fingendo di non sapere che furono scritti in allegato alla controriforma Gelmini, che di fatto negava gli strumenti minimi per raggiungere gli obiettivi lì trascritti, resta che quei profili, quei curricoli, quella ripartizione delle discipline sembrano scaturire da un carotaggio geologico: quando non si aveva consapevolezza (e quindi ci si comportava come se non esistessero) della crisi ambientale, delle pandemie (che...

Diario 9 / Fare scuola senza la scuola

Lunedì sono tornato a scuola, ma la scuola non c’era più. Dopo tutte queste settimane, dopo le parole, i sogni, i racconti di questo diario, dopo più di un mese di mascherine, distanze, disposizioni, fatica, incontri e scontri, dopo tutta l’attesa di una presenza, sono entrato in classe e l’ho trovata vuota. Ovviamente accolgo con convinzione profonda qualsiasi provvedimento sia necessario per salvaguardare la salute personale e collettiva, per arginare e per difendere. Ho deciso anche di non chiedermi più se altro poteva essere fatto, se i mesi di attesa potevano vedere altre scelte, altre azioni; esercizio inutile, il passato è una stanza inaccessibile. Ho finalmente preso atto che la scuola non è un presidio condiviso da tutti, che le sue frontiere sono difese da alcuni, ignorate da altri. Non è più nemmeno un pensiero ossessivo, ci abbiamo provato, è andata diversamente. La speranza, sempre, è che sia per poco, un piccolo intervallo spaziotemporale che riguardi solo alcune classi e solo per alcune settimane. Non posso però fare a meno di pensare che dietro un nome collettivo ci sia sempre una sequenza geometrica di individualità uniche, di volti, di occhi, di necessità singole...

Diario / Il lemma delle strette di mano

Di nuovo il diario, di nuovo un ricordo. Non leggo più niente, so che adesso la scuola è in bilico, come tutto e tutti. Non voglio che cada, allora lo faccio io per lei. Di nuovo il diario, di nuovo un tentativo di ricordare (raccontare è un orizzonte troppo ampio) la matematica, sponda e rifugio dal reale. Giovedì sono caduto a scuola. So che può sembrare stupido, goffo o forse patetico, ma mentre salivo trafelato le scale dell’atrio ho sentito un grido di richiamo alle spalle, mi sono distratto e un gradino ha saltato l’appuntamento. Mentre ruotavo scambiando il verticale con l’orizzontale ho anche pensato di essere in realtà fermo, ho immaginato che fosse la scuola a essere caduta, che non avesse retto il colpo di questi mesi e fosse alla fine inciampata. Attaccato alla scuola il terreno, poi la strada, Udine, lo spaziotempo tutto. Ho immaginato la gioia di Ernst Mach nel vedermi fermo e verticale aspettare l’impatto di un intero universo in rotazione mentre i libri che avevo in mano si distanziavano sulle scale seguendo una precisa e parabolica coreografia al rallentatore. A dire il vero non mi sono fatto male, nonostante abbia battuto la testa. Ricordo di aver aspettato un...

Diario 6 / L’albero di Calkin Wilf

Sono giorni complessi, per tutti. Da qualche tempo però una strana sensazione si è fatta largo tra i mille impegni di una scuola d’emergenza; l’idea che i drammatici eventi di questi mesi non abbiano cancellato tutto, che ci siano ancora altri dolori e altre lacrime che non possiamo abbandonare. Ma anche tante piccole cose belle, il quotidiano stupore, la poesia, la matematica. Quale parte ho in tutto questo? Come educatore, come padre, forse anche come cittadino. Allora il dubbio, premessa di ogni ragionamento: forse il mio ruolo richiede anche (non solo) di tornare a parlare di vita in un mondo circondato quotidianamente dalla morte. Per stanchezza, ma a questo punto credo anche per dovere, ho pensato dunque di usare questo spazio per esplorare, brevemente e in modo incerto, altro. Di staccare le parole dal reale e, per una volta soltanto, condividere una storia diversa. Di scuola, certo, perché questo è il mio mestiere. Di matematica, sicuramente, perché mi manca parlarne. Un incontro in sala insegnanti di un mercoledì d’ottobre in una delle poche ore buche di questa ripartenza accidentata. Non sono nemmeno sicuro che sia successo davvero, rimane un ricordo a metà per questo...

Diario 5 / Il limite di Roche

Torna domenica, l’ultima di settembre, con la sua pioggia e i lavori in casa, gli acquarelli di AW e il profilo di Carla che scrive. Torna questo diario settimanale dell’equilibrio, sottile frontiera tra l’ansia di consegnare parole (un distacco sempre complicato) e la riconoscenza per un luogo di condivisione. Non ho più riletto quel che ho scritto nelle settimane precedenti, ha preso forma e sostanza e ora occupa uno spaziotempo disgiunto da me. Però credo di aver indugiato troppo sulla lentezza dei ricordi, trattenuto sul bordo dai mesi più strani della nostra epoca; adesso che la scuola è ricominciata sento di dover trasformare queste pagine da promemoria dell’attesa a glossario di una realtà ritrovata, seppur differente. Lunedì sono tornato a scuola. Alcune settimane fa questa stessa identica frase, ripetuta con ossessione, ha segnato il confine dell’esilio, piccolo mantra di speranza. Adesso è tornata ad essere apertura di settimana, una semplice abitudine del mestiere. Tra varchi e bolle, sbagliando strada, tornando indietro, ho misurato più volte il labirinto e sono entrato in classe per fare lezione. Sto imparando a conoscere le mie due prime, volti nuovi su cui appendere...

Diario 4 / Orbita di trasferimento

Riparto di nuovo dalla fine; per consuetudine di questo diario, perché riordinare è una forma di cura, perché il tempo aggiunge dettagli alla memoria dell’immediato. Inizio quindi dall’ultimo giorno, una domenica dedicata a riordinare i libri di casa, a togliere polvere da scaffali, pagine e ricordi. Una piccola fatica necessaria, quasi un appello per contare i presenti. Carla legge distrattamente alcuni titoli sparsi per terra in una pausa, i gatti costruiscono nuovi confini tra le torri di libri e gli scaffali inaspettatamente vuoti, il tempo scandito dalla consuetudine di un caffè preparato con calma, clessidra liquida di tante domeniche. Ripenso alla settimana conclusa, giorni attesi, misurati, invocati. Passati. Come tante volte nella mia vita di adulto gioco a immergerli nella matematica; passatempo per distrazione, piccolo trucco per leggere meglio il reale. Allora immagino traiettorie, scrivo equazioni, seguo geodetiche di un me più giovane, le sovrappongo ai miei cinquant’anni. Combaciano a stento. Per mesi ho calcolato i dettagli della mia orbita di trasferimento, la variazione di velocità, il carburante necessario, ogni singolo parametro. Per andare su Marte con la...

Diario 3 / Le forze di marea

Di nuovo domenica, di nuovo cerco un ordine necessario alle parole che sia il più isomorfo possibile con il tempo passato in questa settimana. Ci penso, al tempo, seduto per terra mentre ritaglio piccole etichette su cui scrivere le iniziali di AW per matite e pennarelli, segnaletica di confine per un nuovo mondo. Cerco di calcolare, da insegnante, quale sarà questo perimetro di salvezza, lo spazio di ogni bambino che è lo spazio di un’intera comunità. Anche i colori ordinatamente riposti nell’astuccio di mia figlia sembrano indicare un orizzonte di normalità di cui forse abbiamo tutti bisogno, a partire dagli adulti. Non è forse un necessario atto educativo costruire una serenità per figli e figlie? In classe e fuori? Con attenzione, rispettando la paura e la morte, anche con rigore prescrittivo, ma sempre con l’accogliente messaggio che noi adulti ci facciamo carico consapevolmente di loro. La cura è la prima lezione, il primo esame, il programma, il piano dell’offerta formativa, è sinonimo di scuola; non l’edificio che poco significa, ma la pratica. A volte sono convinto che basti, altre volte credo di non farcela. Come adesso in cui mi sembra che il pavimento tenda a...

Tornare a scuola / Didattica del virus

Siccome mi rivolgo agli insegnanti, alla vigilia di un anno scolastico che sarà tra i più difficili e incerti, mi preme innanzitutto chiarire che cosa ci accomuna tutti in quanto insegnanti. Ciò che condividiamo è una “pratica”: l’insegnamento. Ciò che, in quanto insegnanti, sappiamo del nostro mestiere, sebbene esitiamo talvolta a confessarlo pubblicamente, è che la nostra pratica non si definisce a partire dai suoi contenuti (se non derivatamente) e che non si risolve nella trasmissione degli stessi “alla più alta velocità consentita dal canale” (se non derivatamente). A definire quello che facciamo non è ciò che facciamo ma come lo facciamo. Per questo l’assegnazione dell’insegnamento al dominio delle “pratiche” (o delle “arti” nel senso greco delle technai) risulta pertinente. Il come insegnare la scienza pedagogica lo chiama “didattica”. Nei dipartimenti di scienze della formazione la didattica è oggetto di uno specifico insegnamento. In quanto insegnanti che si sono fatti le ossa sul campo, noi però sappiamo che la didattica non è una metodologia che si possa insegnare separatamente. La didattica non è cioè una propedeutica all’insegnamento (da filosofo, aggiungo poi che una...

Scuola / Banchi di prova

Le scuole stanno diventando sempre di più il banco di prova (lo so, è un gioco di parole facile da fare!) non solo per il governo ma soprattutto per un Paese che non riesce a fare la pace con le cose normali, quelle di tutti i giorni che fanno la differenza nella vita di tutti noi. In queste settimane di dibattito affannoso su banchi, pulmini e aule ho provato a cercare in rete se altri paesi europei vivessero lo stesso tipo di dramma collettivo e di stress mediatico e, con mio grande disappunto, non ho trovato nulla che raggiungesse le vitte italiche.  Scuole che riaprono, misure mantenute, mascherine colorate, professori e presidi impegnati, istituti pensati per essere resilienti e integrati con altri spazi pubblici altrettanto capienti e sicuri, rimodulazione degli orari e dei luoghi. Probabilmente non andrà tutto bene, le aperture/chiusure andranno a singhiozzo fino a che non avremo trovato un vaccino adeguato, i rischi saranno calcolati ma con seri problemi per la comunità, ma sembra che per molti di quei governi fosse fondamentale, quasi impellente, dare segnali simbolicamente importanti perché, se il mondo si ferma, bisogna ripartire proprio dalle scuole e dai più...

Le sensate esperienze della DaD / La scuola e il discorso digitale

Premessa: il diritto di lasciare le cose incompiute   C'è un apologo piuttosto noto, anche se non è chiaro chi ne sia l'autore. La storia è questa: il Direttore di una grande società, impossibilitato ad assistere a un concerto nel quale era in programma la Sinfonia N° 8 in si minore di Franz Schubert, nota come l’Incompiuta, fa dono dei biglietti al Responsabile delle risorse umane dell'azienda, un giovane laureato alla Bocconi con master in una London School, ma che non conosce la Grand Musique, nella speranza che Schubert gli apra un orizzonte. Il giorno dopo il Direttore generale gli chiede com'è stato il concerto, e si sente rispondere che riceverà una relazione; che, puntualmente, arriva a mezzogiorno, divisa in punti:   1.Durante considerevoli periodi di tempo i quattro oboe non fanno nulla: si potrebbe ridurne il numero e distribuirne il lavoro fra il resto dell’orchestra, eliminando i picchi d’impiego; 2. I dodici violini suonano la medesima nota: l’organico dei violinisti potrebbe quindi essere utilmente ridotto; 3. Gli ottoni ripetono suoni che sono già stati eseguiti dagli archi, il che appare inutilmente ridondante; 4. In conclusione: se Schubert avesse...

INDICATIVO PRESENTE 2 / 9. Scuola. Fine di un anno non finito

Nella seconda metà di luglio Milo Manara ha cominciato a disegnare acquerelli dedicati ai “lockdown heroes”: tutte donne; tutte recano la mascherina; la maggior parte di quelle donne sono anche madri dei milioni di studenti minorenni che conta la scuola italiana. Sono loro che hanno fatto da partner alla didattica digitale e hanno dovuto rinunciare al lavoro per imparare competenze digitali in tempi frenetici e stressanti. Un giorno Manara ha pubblicato la prima donna senza mascherina: non ce l’ha perché è in casa, sola; la ritrae di tre quarti, non vediamo quasi il suo volto; davanti a lei, sullo schermo del suo personal computer, la griglia dei suoi allievi, maschi e femmine; l’eroina del lockdown quel giorno è stata la prof, quasi triste, china sulla sua “mission”. Una immagine che trovo potente e esemplare di quei tre mesi in cui tutti avevamo paura del Sars-Cov-2 e tutti speravamo di sconfiggerlo con l’arroccare nei nostri appartamentini. Tutto è ricominciato, o quasi tutto: in particolare quello che significa spendere e guadagnare. La fine della stagione scolastica corporea è arrivata senza avviso dopo una vacanza; non ci siamo salutati, non ci siamo più visti. La...

Conversazione con Marco Gui / Distanti eppur connessi?

Le discussioni sulle tecnologie dell’educazione (ICT) sono frequentemente caratterizzate da un forte tasso di ideologia come ha rilevato, tra gli altri, Antonio Calvani. Lo stesso nome di learning technologies assume come naturale ciò che dovrebbe essere dimostrato, ossia la correlazione tra tecnologia e aumento degli apprendimenti. Le opinioni determinano i fatti, e li producono. In mesi segnati dalla didattica a distanza condotta attraverso un variegato uso di risorse digitali, è sembrato quanto mai opportuno rivolgersi a chi ha prodotto ricerche sistematiche, evidence based, sulla relazione tra media digitali ed istruzione. Marco Gui ha, infatti, all’attivo diverse pubblicazioni sul tema, quali A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita (il Mulino, 2014), sulle problematiche della sovrabbondanza comunicativa e il Il digitale a scuola. Rivoluzione o abbaglio? (il Mulino, 2019), un bilancio delle politiche sulla digitalizzazione dell’istruzione.   Professore associato nel Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, Gui si occupa di sociologia dei media digitali e dell’utilizzo che ne fanno i giovani, aspetto che lo ha condotto a...

Scuola post shock

Si può riflettere di formazione scolastica, oggi, come si faceva prima della crisi del Covid-19, con gli stessi termini, gli stessi dati, le stesse prospettive? Possiamo ancora chiederci se sia giusto che chi si occupa di educazione faccia bene i conti con l’universo del digitale, le sue lusinghe e le sue insidie, come prima, e ricorra alle ‘evidenze fattuali’ per avere e dare indicazioni convincenti sull’uso dei dispositivi tecnologici? La mia risposta è negativa. Muove infatti da una prospettiva necessariamente più ampia di quella di cui molto si discute nell’attuale frangente, cioè del come e in quali condizioni materiali garantire la ripresa delle attività consuete. Nelle classi certo si tornerà, le lezioni prima o poi riprenderanno, via via si stabilirà, in un modo o nell’altro, un’accettabile o comunque accettata normalità. Non fa problema. Né lo fa la previsione di dover far ricorso ancora all’online, malgrado la gran quantità di riserve manifestate. Piuttosto, resterà, come problema aperto, imprevedibile nei suoi esiti, lo shock provato con l’interruzione delle pratiche scolastiche usuali: agirà in profondità e verrà a galla nelle situazioni critiche, che non mancheranno...

Insegnare / In che scuola vogliamo tornare?

In autunno, sul banco delle novità della biblioteca del liceo in cui insegno, c'era un libro adesso famosissimo, Spillover di David Quammen. L'ho tenuto in mano a lungo, sfogliandolo e leggiucchiandolo; l'amico bibliotecario mi ha chiesto se volevo prenderlo in prestito (mi conosce, e sa che di solito se tengo in mano un libro per un tot poi me lo porto a casa); ci ho pensato su, e poi gli ho risposto: magari in estate, adesso non ho il tempo di leggerlo. E poi, mi sono anche detto: una volta letto, dove trovo il modo di parlarne in classe, io che insegno storia e filosofia? Fatto è che il tempo di leggerlo (è un librone, anche se divulgativo), fra lezioni da preparare, compiti da correggere, e un mare di impegni burocratici da sbrigare, forse non lo avevano neanche le/i collegh@ di scienze. Poi è arrivata la pandemia, il manifesto ha intervistato Quammen, e di colpo tutto il mondo dell'informazione ha "scoperto" Spillover: e a me è rimasto l'amaro in bocca per non averlo letto e non averne parlato, che sarebbe stato utile, eccome. Potrebbero obiettarmi: ma se l'aggiornamento è un obbligo, leggere un libro per farne argomento didattico non è ottemperare a un obbligo di servizio?...

Maturità / L’esame non s’ha da fare!

  La scuola è uno dei temi più complessi da affrontare, ad alto tasso di discussione e di ideologizzazione con posizioni ben delineate, che si fanno più acute in momenti di drammatica urgenza come quelli che stiamo vivendo. Nei mei passati interventi su Doppiozero, a cui rimando per gli aspetti che qui trascurerò, ho sempre cercato di tenere conto delle diverse opzioni in campo e di essere equilibrato e realistico; qui però vorrei dire nel modo più chiaro possibile cosa penso dell'esame di stato in arrivo. L’Ordinanza ministeriale sugli esami di Stato è stata pubblicata il 16 maggio, in ventotto pagine, di cui 5 per i dispositivi di legge, e 2 allegati. Attesa per settimane, è stata anticipata da versioni in bozza (con evidenziazioni e puntini di sospensione) e interviste, che hanno alimentato immagini sbagliate e ansie di studenti, genitori e docenti; un dato perfettamente allineato allo spirito del tempo, in genere poco propenso a leggere le normative fino in fondo, nei luoghi e nei tempi della loro ricezione istituzionale. La cosa non è da poco in un ambito in cui, pare imbarazzante ricordarlo, la forma è sostanza. Il nucleo della questione mi...

Rituali / Maturità: persino Franz Kafka barò all’esame

Prima di tutto una breve precisazione terminologica: la dizione “maturità”, nel suo senso scolastico, è stata sostituita, e da ben vent’anni, con quella, ufficiale, di “esame di stato”. O meglio, per essere precisi, “esame di stato conclusivo del corso di studio di istruzione secondaria superiore”. Il fatto che tutti noi – insegnanti, studenti, collaboratori scolastici, dirigenti, ispettori nonché cittadine e cittadini in genere – continuiamo imperterriti a chiamarla “maturità” è significativo. E di che è significativa questa inveterata fedeltà a un vecchio nome? Ma del fatto che il mutamento, come molti altri mutamenti in molti altri ambiti della vita italiana, è solo nominale. La sostanza rimane sempre quella, come, del resto, nella scuola in generale. Non cambia mai niente. Le acque profonde sono ferme, stagnanti benché le superfici conoscano increspamenti continui.   Infatti dal 1999 a oggi la “maturità”-“esame di stato” ha subito un numero consistente di variazioni. Nelle modalità di svolgimento, nelle attribuzioni del punteggio, nella composizione delle commissioni. Una delle poche cose buone, per esempio, risultava la cosiddetta “tesina”. A me piaceva, tanto per dire....

Disabilità / Gli ultimi degli ultimi

Il 22 aprile 2020 Maria Novella De Luca firmava su Repubblica un pezzo di denuncia della grave situazione di abbandono in cui si trovano 260.000 studenti con disabilità, non previsti né inseriti in alcun piano di scuola a distanza ai tempi della pandemia da Covid19. Ci si aspettava che nella task force di specialisti per la cosiddetta fase2, il cui lavoro rimane a tutti noi oscuro, ci fosse almeno una voce che si occupasse di questo tema. Invece, nel discorso tenuto la sera del 26 aprile dal premier Conte, non vi è proprio alcuna traccia della scuola, che spunta solo perché sollecitata dalla domanda di un giornalista e ottiene in risposta la paternalistica rassicurazione che “nonostante sia molto complicato faremo di tutto per riaprire le scuole a settembre”, figuriamoci se vi è traccia della questione disabilità.   Quei 260.000 studenti e le loro famiglie dovranno arrangiarsi, patire l’isolamento il doppio degli agli altri e regredire rispetto alle difficili conquiste che chi parte svantaggiato lotta per ottenere. Molti di questi ragazzi non riescono a interagire con le lezioni a distanza, per molti altri sono inadeguate e insufficienti. Si potrebbe parlare di violazione del...