Categorie

Elenco articoli con tag:

Londra

(74 risultati)

Mile End. My land. Neverland

Zurigo, check-in desk dell’Easyjet, il ragazzo sorride, si direbbe stupito o forse contento di vedere il mio passaporto svizzero e passa all’italiano, stentato ma anche perché vorrebbe proprio usare la parola giusta. Oggi si può depositare pure il bagaglio a mano senza costi supplementari, e esaurite le poche informazioni, orario, gate, tempo per arrivarci, quasi faccio una domanda in più perché mi sembra un po’ deluso di non aver qualcosa di importante da comunicare, invece saluto e leggero me ne vado.   A Gatwick si cammina a lungo per il controllo passaporti, però subito dopo ecco i miei bagagli, la dogana non controlla i miei 30 pacchetti di sigarette a 3,50 fr. l’uno e vado verso il treno a passo spedito, conosco bene l’aeroporto e le opzioni per andare verso casa. Conosco bene la fila per fare il biglietto: a dipendenza di quanto ci metti prendi un treno diverso e cambia il percorso. Il cicaleccio dei viaggiatori, italiani, spagnoli, indiani, russi, spagnoli, italiani, è incalzato dagli addetti alla colonna che appena si libera un automatico gridano «Next one! Next one!!» come i...

Rebels. Arte e AIDS nella New York degli anni '80

Nella mostra Disobedient Objects, al Victoria & Albert Museum di Londra fino al 1 febbraio 2015, accanto ai manufatti di ieri e di oggi usati nei movimenti di protesta globali compare un cartello: “Molti di questi oggetti verranno restituiti ai loro proprietari una volta conclusa la mostra, perché sono stati creati e utilizzati per lotte ancora in corso”. Il tempio dell'arte e del design ha preso in prestito dalle strade manifesti, bandiere, maschere antigas, cartelli e gadget, in un'esibizione temporanea che non ha come scopo la conservazione e la musealizzazione del presente, ma la sua presentazione in un contesto curatoriale, che legge la storia dei movimenti attraverso i suoi oggetti, il suo design sociale.   Group Material, AIDS Timeline, installazione, 1989 – 90, ©The New York Public Library   In quella raccolta rientrerebbero a pieno titolo le operazioni di artisti e non artisti travolti dall'AIDS nella New York degli anni '80, raccontate da Tommaso Speretta nel libro Rebels Rebel – AIDS, art and activism in New York, 1979 – 1989, edito da Mer. Paper Kunsthalle: una ricostruzione ricca di...

Streghe d’Inghilterra

Nel 1612 nei pressi della Foresta di Pendle, in Lancashire, nove donne e due uomini furono accusati di stregoneria, torturati e condannati all’impiccagione in un celebre processo che nel corso dei secoli è stato al centro di numerosi adattamenti teatrali, una raccolta di poesie e un paio di romanzi. Due anni fa, in occasione dei quattrocento anni trascorsi dal processo, Jeanette Winterson ha pubblicato Il cancello del crepuscolo, un romanzo che ripercorre quegli eventi facendo ampio ricorso alle cronache dell’epoca.   La storia – appena pubblicata in Italia da Mondadori, tradotta con efficacia ed eleganza da Chiara Spallino Rocca – contiene molti degli ingredienti consueti del genere gotico: pozioni magiche, malefici, violenze efferate, stupri, torture e incesti. A questo codice Winterson sovrappone tuttavia quelli che sono da sempre elementi chiave della sua narrativa: la presenza di personaggi femminili intraprendenti, complessi, e spesso omosessuali uniti all’attenzione per il modo in cui le storie che raccontiamo contribuiscono a creare il mondo che ci circonda.   Le presunte streghe di Pendle erano quasi tutte contadine o...

Lovely! The Glamour of Italian Fashion

“Lovely !, How nice !”. L’aggettivazione è sobria, ma l’entusiasmo è alle stelle. Non sono al centrale di Wimbledon, ma nella seconda stanza della mostra di primavera del Victoria and Albert Museum: The Glory of Italian Fashion Since 1945 e donne inglesi di tutte le età apprezzano, quasi a bocca aperta, tutto quel ben di dio di estro, creatività, eleganza. I non pochi italiani presenti gonfiano il petto d’orgoglio. L’occasione è succulenta: mai in Italia si è riusciti a fare una mostra storica sulla nostra moda, vanto del sistema Italia, inaugurata dal Presidente del Consiglio che ha subito provveduto a farci avere un selfie in compagnia di Dolce & Gabbana e Franca Sozzani.     Secondo molti osservatori la nostra moda è in declino, seguendo il destino del paese, e allora tornare alle origini, scoprire il segreto di una parte ormai costitutiva della nostra identità, può essere una buona occasione per riflettere. E in effetti le prime due grandi stanze della mostra sono bellissime: c’è un introibo sull’autarchia, la nascita del “marchio di...

Tra Marlon Brando e Johnny Depp

Paul McCartney scende le scale con passo non del tutto certo, per andare ad accomodarsi al pianoforte. Il video è quello di Queenie Eye dal suo ultimo lavoro New. Lo studio di registrazione è quello storico, il numero due di Abbey Road. Macca non corre ormai più il rischio di citarsi addosso, anzi ha fatto dell’autocitazione una forma non banale di metafinzione creativa. Un gioco iniziato anni fa con la leggenda della sua morte che lo stesso McCartney ha brillantemente alimentato (probabilmente anche per scaramanzia) inserendo nei propri lavori divertenti indizi. E questa volta indossa almeno un paio di sandali. Primo custode di se stesso, Paul McCartney gioca brillantemente su più piani: da un lato mostra uno dei luoghi simbolo della propria mitologia, dall’altro una chioma castana improbabile per un settantenne (già cinquantenne ingrigito), allo stesso tempo ospita un gruppo di amici che casualmente stanno tutti nella stanza. Tra di loro Jeremy Irons, Meryl Streep, Gary Barlow, Tom Ford, Lily Collins e Jude Law, probabilmente quelli che ce l’hanno fatta da soli parafrasando Queenie Eye.   Farcela da soli forse...

Essere Dirk Bogarde

Diventò famoso nel 1950, come il bastardo che, all’uscita di un cinema, aveva sparato al tenente Dixon, il bravo poliziotto di quartiere che tentava di redimere più che reprimere i giovani delinquenti. Il film s’intitolava I giovani uccidono (The Blue Lamp), ebbe un successo enorme ed era diretto da Basil Dearden, un regista che se ne intendeva di “problemi sociali” (tra il secondo dopoguerra e i primi anni Sessanta affrontò più volte il tema del disadattamento giovanile, come quelli della discriminazione razziale, della questione irlandese, del fondamentalismo religioso, dell’omosessualità).   Il bravo “bobby” George Dixon era interpretato da Jack Warner: ucciso a metà film, sarebbe stato presto resuscitato come protagonista di una fortunatissima serie televisiva, Dixon of Dock Green, 432 episodi da 30 e 50 minuti prodotti dalla BBC e andati in onda dal 1955 al 1976 (nelle ultime serie, quando Jack Warner aveva più di ottant’anni ed era poco credibile in servizio attivo, Dixon fu mandato in pensione e utilizzato come collaboratore dell’Intelligence della Polizia). Il...

Doris Lessing: cosa vuole una donna

Doris Lessing è morta all'età di novantaquattro anni, dopo una vita piena di tanti libri e tanti riconoscimenti. Indimenticabili sono le foto di Doris Lessing seduta sui classici gradini della sua classica casetta londinese, circondata dalle borse della spesa appena fatta, mentre ascolta la notizia del premio Nobel che le hanno appena conferito.     Il mio rapporto con lei è stato saltuario e contraddittorio. Il gran rumore che si era fatto attorno al suo Taccuino d'oro, un libro diventato la bibbia del femminismo, la storia esemplare della presa di coscienza di una donna, invece che avvicinarmi aveva avuto l'effetto di allontanarmi da lei. Non l'ho letto allora e neppure in seguito.   L'ho incontrata di nuovo quando Maria Antonietta Saracino, ottima studiosa e traduttrice, mi propose di pubblicare nella Tartaruga l'opera prima di Doris Lessing, il manoscritto che aveva messo in valigia quando era partita dall'Africa per venire a Londra in cerca di fortuna, L'erba canta. Oltre a un bellissimo titolo era anche un bellissimo romanzo, dalla struttura perfetta, che metteva in scena tutti i temi che...

Londra disgregata

Julien Temple, regista di film di culto come Absolute Beginners e di documentari sui Sex Pistols e su Joe Strummer, ha girato lo scorso anno un bel lungometraggio dedicato alla sua città, Londra, purtroppo non ancora distribuito in Italia: dico purtroppo perché London: the modern Babylon, abbracciando duecento anni di storia londinese dalla rivoluzione industriale ai riot del 2011, è un ritratto sicuramente edulcorato dall'affetto, sicuramente nostalgico nei confronti del recente passato, ma anche fortemente naturalistico della Babilonia linguistico-culturale che costituisce il cuore della capitale britannica all'alba del terzo millennio.   Considerare Londra come un soggetto umano o un organismo vivente non è una novità. Il libro che dal 2000, anno della sua pubblicazione, viene unanimemente considerato dalla stampa inglese come la Bibbia della storia culturale della capitale dai romani a oggi si intitola London: a biography, è stato scritto dal critico e romanziere Peter Ackroyd e si basa appunto sulla metafora biologica come strumento capace di abbracciare in una prospettiva unificante la strabiliante complessit...

Corinne Day, mai triste

La fotografia di moda è un racconto della società, e chi riesce ad interrompere questo racconto per ricominciare da zero, lascia un segno. Corinne Day è stata la fotografa che ha fatto uscire la moda dagli anni '80 per entrare nel decennio del grunge, dell'heroin chic, della nuova estetica, di Bill Clinton che parla di glamorification dell'anoressia, dei set poveri e veri che sostituiscono le luci dello studio.   Per tutti, Corinne Day è la fotografa che ha scoperto Kate Moss, portandola a 17 anni in copertina di “The Face” con un copricapo indiano e l'aspetto che nulla aveva a che fare con le modelle del decennio che si era appena chiuso.     Cresciuta a Londra, in un flat di Soho che è stato il suo studio ed è lo sfondo di gran parte dei suoi servizi, Corinne Day si è sempre considerata una fotografa documentarista con un'attenzione particolare alla società che trova un'espressione nella moda e nello stile. Anche per questo il rapporto con Kate Moss si è interrotto pochi anni dopo i primi servizi per “The Face” e per “Vogue Uk...

Halloween: morti e zucche

Ho un debole per tombe e cimiteri tramandata da un’ossessione familiare per il culto dei morti. Mi piacciono i pipistrelli, topi dalle ali di velluto. E mi piacciono le zucche. Non necessariamente tutto insieme; tant’è che Halloween è festa che non mi entusiasma. Ma basta andare in Inghilterra tra ottobre e novembre e la prospettiva cambia. Sarà per la suggestione dei piccoli cimiteri con le croci celtiche delle pievi campestri, tra i grandi alberi colorati d’autunno e l’erba verdissima per le pioggerelle costanti.   Sarà per l’atmosfera gotica di certe sere alla luce fioca dei vetusti vicoli oxoniensi, o della deserta dickensiana Londra di Temple, quando tra la bruma non ti stupiresti di veder brillare il bagliore di una lama sotto il lembo di un mantello. Sarà anche per il proverbiale humour anglosassone che offre sempre il rovescio della medaglia e muta il lugubre in comico. Sarà per tutto questo, e altro ancora, ma qui Halloween ha il suo perché. A cominciare dalle zucche.     In quest’isola, la verdura è considerata buona da mangiare ma anche elemento...

From Sex To Punk

In scena va la rabbia, lo sfregio di una generazione no future. Londra 1974, 430 di King’s Road, Chelsea: “Sex” viene ribattezzato il negozio di abbigliamento e dischi rock che Malcom McLaren si è ritrovato interamente sulle spalle nel 1972, dopo l’abbandono di un tizio che lo subaffittava. Con la compagna Vivienne Westwood ha già lanciato la moda di trasformare, tagliare, ricucire le magliette dello stock “teddy boy” ereditato dal fuggitivo.   Ph. Castorp   Ora, fino al 1976, quando il locale cambierà ancora nome per chiamarsi “Seditionaries” e assumere un aspetto minimale e post-apocalittico, sugli scaffali appaiono capi di abbigliamento e oggetti in gomma, lattice e vinile. Sex punterà su commesse che sembrano un catalogo vivente della nuova moda punk, con le chiome decolorate in tonalità di biondo squillante o trasformate in vere e proprie opere d’arte screziate, con trucchi degli occhi all’antica egizia, bistratissimi. Sono lontani i tempi dei sandali e delle camicie a fiori hippie, come quelli degli stivaletti e dei chiodi rock ‘n’ roll. Le magliette...

Dal white cube all’Apple Store

Artelibro, il festival del libro d’arte che si tiene a Bologna, è giunto quest’anno alla sua decima edizione. E, per celebrare l’anniversario, si è aperto ai nuovi media ospitando una mostra dal titolo L’arte nell’editoria digitale tra educazione e sperimentazione. La sezione è a cura di Michela Arfiero, editor del magazine interdisciplinare per iPad Fruit of the Forest.   Parte delle app, dei periodici e degli e-book presenti in mostra sono sviluppati da case editrici e istituzioni museali di spicco in ambito artistico, mentre il resto è costituito da vere e proprie opere in formato digitale. Benché la panoramica non si possa considerare esaustiva (poco più di venti i progetti inclusi), l’esposizione ha il merito di portare in Italia, forse per la prima volta, alcune delle esperienze in cui il connubio tra arte contemporanea ed editoria digitale si rivela più proficuo.   Mousse Magazine   Curiosando tra le varie app e i vari magazine forniti da musei e case editrici, si ha la netta impressione di trovarsi in un periodo di passaggio: è assente uno standard, o...

Londra: La radio sullo schermo

Sono dentro la nuova Broadcasting House della BBC, in Portland Place, Londra. Sto entrando negli studi della radio. Per quelli come me è come essere dentro una cattedrale gotica del Trecento a dodici navate. Al posto degli affreschi, le foto dei padri fondatori del servizio di broadcasting più famoso del mondo. Al posto dell'altare, i mixer digitali. Al posto del leggio, il primo microfono dal quale tutto ha avuto inizio.     Sono qui insieme ad altri studiosi e producer di radio di tutta Europa, riuniti per un convegno nel college londinese della Sunderland University, uno di quei college che le università britanniche aprono a Londra per attirare i figli dell'upper class globale che hanno solo bisogno di una scusa per trasferirsi a vivere qui per un paio d'anni. Il giorno prima è venuto in visita il direttore di BBC One (la stazione pop creata nel 1967 per contrastare la rivoluzione delle radio pirata e dei dj), Ben Cooper, un uomo atletico tra i quaranta e i cinquanta, con la faccia da marine americano.   Ben Cooper   Il direttore (che qui si chiama controller) esordisce così: “Da piccolo...

Una lunga estate africana

La Tate Modern inaugura nello stesso giorno due personali di Meschac Gaba e Ibrahim El-Salahi (rispettivamente Benin e Sudan); A Season in Congo (pièce dello scrittore martinicano Aimé Césaire sull'indipendenza del Congo) fa il tutto esaurito ai botteghini; ci si prepara a 1:54, la fiera  dell'arte africana contemporanea, che aprirà ad Ottobre come evento parallelo della Frieze Art Fair. Ma già da un anno in Gran Bretagna si parla di Africa: nel giugno 2012 la BBC aveva inaugurato, parallelo alla già esistente copertura delle notizie dal continente nel suo “World Service”, BBC Focus on Africa, quotidiano per Radio e TV “per un pubblico africano” (come spiega il lancio del format) diventato il fiore all'occhiello di una programmazione articolata che prevede approfondimenti politici settimanali, uno show sulla musica, un serie di documentari di avventura, tutti concentrati sul continente.     La passione africana della Gran Bretagna sembra improvvisamente connettere le spinte policentriche che da un paio di decenni, specialmente nel mondo anglosassone e francofono, si muovono per...

Lo spazio metamorfico della città di Luanda

L’Angola è tra i paesi nel mondo a più alto tasso di crescita economica: a poco più di un decennio della fine di una guerra civile, protratta per oltre 27 anni, il paese vive un forte implemento economico legato alle sue ingenti risorse. Alle impennate del PIL, che interessa parte minoritaria della popolazione, corrisponde un brulicare di cantieri che stanno plasmando il nuovo volto del paese. Emblema della rinascita angolana è la capitale Luanda, un territorio urbano abitato da oltre sette milioni di abitanti che cresce in modo esponenziale. Una vitalità che si manifesta non solo nel proliferare dei commerci e dei nuovi edifici del centro, spesso malamente incastonati tra le tracce architettoniche del passato coloniale, ma anche in un fermento culturale e artistico che produce azioni e forme di rappresentazione identitaria in contrasto con quelle neoliberiste.    Luanda, Encyclopedic City, vista del Padiglione della Repubblica d'Angola, Palazzo Cini, Biennale di Venezia, 2013. Courtesy Padiglione della Repubblica d'Angola.   Come la Triennale di Luanda, nata nel 2005 per iniziativa dell’artista e...

L’artista elettronico e il grande pubblico

Artisti elettronici. Computer artists. Artisti digitali. New media artists. Nel corso del tempo sono stati chiamati in molti modi. Ma la base del loro lavoro è sempre la stessa: coniugare la ricerca artistica con quella tecnologica, sperimentando nuove forme d'interazione tra uomo e macchina, nei territori meno esplorati dall'arte e dalla cultura ufficiali. Al crocevia tra robotica, architettura, cinema, musica, sound art, design, pittura, programmazione, teatro, danza. La storia dell'arte elettronica arriva da lontano. È la storia dell'uomo che si interroga sui propri limiti, su come piegare la tecnologia alla volontà e trovare il meraviglioso nelle macchine.   Ogni nuovo media ha sempre attirato l'attenzione di artisti e creativi. Se la musica elettronica aveva trovato in Stockhausen un padrino d'eccezione già nei primi anni '50, e la video-arte si era diffusa nei '60, è solo negli anni '80 che si inizia a distinguere un vero circuito dell'arte elettronica tout-court. Con alcune notevoli eccezioni, si tratta ancora di un sotto-mondo dell'arte, come quelli della pittura degli...

#OccupyGezi. Revolution will be tweeted

"Se lo Scià finirà per cadere ciò sarà in gran parte dovuto alle cassette".   Questa frase l'ha scritta Michel Foucault da inviato per il Corriere della Sera in Iran, nel 1978, riferendosi alla rapida circolazione dei discorsi di Khomeini sotto forma di audiocassette facilmente duplicabili e trasportabili.   Chissà cosa avrebbe detto Foucault del ruolo che i social media stanno giocando nelle proteste di piazza che dal 2011 nascono e si riproducono continuamente dall'Egitto alla Spagna, dagli Stati Uniti alle periferie di Londra, dalla Tunisia alle 67 città turche che nell'ultimo weekend di maggio hanno visto le loro strade invase da migliaia di persone?   Primo movimento: ci vuole una prospettiva storica   In realtà questa storia delle “rivoluzioni di Facebook” è stata finora molto banalizzata, discussa, sottostimata o sovrastimata, ma mai analizzata a fondo, se non in contesti accademici. Non credo esistano rivoluzioni di Facebook ma “rivoluzioni” che, come dei software, girano su hardware (tecnologie di comunicazione) differenti. E,...

Happiness Now?

Senza cappotto, colpita dalla luce incerta che filtra tra i rami appena appesantiti dalle foglie nuove. Forse è più semplice parlare di felicità in primavera, in fondo il dato climatico è uno dei fattori che più facilmente si associa a una sensazione generale di benessere, o malessere. Oggi le persone si affollano lungo il canale, formano file ordinate per accaparrarsi il primo gelato di stagione, corrono in bicicletta, sorridono. Mi chiedo se gioire per un po’ di sole sia poi così naturale, veramente istintivo, oppure si tratti di una di quelle consuetudini sociali che plasmano la nostra vita in tutte le sue dimensioni. La felicità si manifesta molto spesso come costrizione/costruzione comunitaria, a tal punto che viene da chiedersi se questa corsa alla sua ricerca si darebbe lo stesso qualora si vivesse in piena solitudine.   Certo la felicità non è il gioire momentaneo, non un sorriso suscitato da un po’ di sole. C’è sempre pudore nell’usare questo termine, spesso si è contenti, molto raramente ci si professa felici (almeno in età adulta). E poi, cos’...

Quelli della Libreria dei Ragazzi

Parlare di Roberto Denti, a pochi giorni dalla sua scomparsa è un'impresa ardua, praticamente impossibile. La quantità di riflessioni, scritti, pensieri, ricerche, studi, letture, interventi, polemiche, articoli, dibattiti dedicati alla letteratura e ai libri per ragazzi, alla lettura e a tutti i temi connessi (educazione, biblioteche, scuola, gioco, librerie, famiglia, crescita, salute, sviluppo eccetera) nel corso della sua vita di libraio, autore, studioso, giornalista, esperto, è sterminata. Solo uno studio accurato potrà rendere ragione dello spessore e della complessità della sua figura e dell'importanza del suo operato. Nei giorni scorsi, sui quotidiani e i media nazionali, notoriamente indifferenti a ciò a cui Roberto Denti ha dedicato la sua esistenza – i bambini e i libri a loro dedicati – sono usciti numerosi articoli a informare della sua scomparsa e descriverne la figura. Il che, al di là della passione dei media per cattive notizie, coccodrilli e necrologi, segnala chiaramente una cosa: che Roberto Denti è stata una delle poche figure nel nostro Paese che sono riuscite a traghettare ci...

Londra: parlare con l'assassino

Ingrid Loyau-Kennet, questo il nome della donna che ha parlato con l'assassino davanti al cadavere del giovane ucciso. Ragioni politiche, ragioni religiose. In altri casi ragioni passionali. Crimini per strada, in città, in campagna. Al di là del principio di piacere assistiamo a questo e altro. Solo Ingrid è riuscita a fermare per un decina di minuti il tempo.   Intervista: Lei ha cercato di guardarlo negli occhi e calmarlo, ha fatto un corso speciale che le ha permesso di farlo? Qual è il suo lavoro? No, no, no, faccio l'insegnante... Gli ho chiesto perché l'ha ucciso, mi ha detto che era un soldato britannico... che loro avevano gettato bombe contro i paesi islamici uccidendo ciecamente donne e bambini (Ingrid viene interrotta dagli intervistatori) Cioè lei stava cercando di parlare con lui. Nel mentre cosa succedeva là intorno?   Gli intervistatori impongono un'ipotesi strategica. La donna ha fermato i malviventi giusto per prendere tempo e permettere alla polizia di catturarli. La donna risponde che ha parlato con un giovane, non sembrava drogato o esaltato, semplicemente gli ha...

Speciale Gianni Celati | Camminare con Celati

Per parlare di Gianni Celati devo cominciare dal camminare. Dentro e fuori le storie, storie che camminano. E camminare e raccontare. Insomma cominciare prima e un po’ lontani dalla scrittura, in una visione del mondo in movimento che precede, per chi guarda il mondo muovendosi, qualunque storia. Ci vediamo adesso forse una volta l’anno qui in Inghilterra, e neppure tutti gli anni. Ci mettiamo a camminare lungo il Regent’s Canal, verso est, dove Londra diventa un immenso svincolo stradale tra capannoni industriali, chiuse dismesse, vegetazioni acquatiche, e parliamo di tutto, a ruota libera.     Io so bene quali sono le mie difficoltà con Gianni: vorrei riassumere la mia vita, i miei progressi ma anche  ammettere che non c’è mai nessun progresso, che sono lo stesso di quando ero un suo studente. Questa è una traccia del periodo in cui Gianni era il mio professore, ma sarebbe forse più giusto dire maestro.   All’idea di scrivere e fare della letteratura un mestiere sono arrivato al Dams attraverso Gianni e, come chiunque di fronte a un mondo sconosciuto, ho cercato di capire attraverso lui...

#Advancity

“Facts, not opinions” è l’iscrizione incisa sul timpano d’ingresso di un eccentrico museo nel centro di Londra che apre una volta al mese. Il museo ospita i macchinari utilizzati nei suoi esperimenti da David Kirkaldy, il primo scienziato che nel 1865 si occupò di testare l’acciaio industriale per farne poi materiale per ponti, navi e ferrovie. La frase rappresenta una precisa dichiarazione di intenti che descrive il cambio paradigmatico di cui fu protagonista il pensiero e il metodo scientifico nella seconda metà dell’800. Un periodo che segnò il cambiamento in cui la scienza dei materiali passava dall’essere un terreno di studio in cui convergevano diversi ambiti disciplinari, all’essere caratterizzata da pratiche di indagine esclusive. Gli scienziati dell’epoca per la prima volta erano in grado di analizzare composizioni e strutture dei materiali, connettendo i dati esaminati con le proprietà intrinseche della materia. Queste competenze producevano nuove metodologie e ruoli, allargando le distanze tra il mondo della scienza e quello dell’arte, un tempo parte dello stesso sapere...

Martin Kippenberger a Berlino

Martin Kippenberger è un artista spettacolare. Il mio non è un giudizio di gusto, ma una semplice constatazione pratica, se un museo grande e famoso, come Hamburger Bahnhof di Berlino, volesse costruire una mostra di sicuro impatto, una di quelle esposizioni destinate ad attrarre i visitatori come il miele le mosche, Kippi sarebbe l’uomo giusto. E dato che le idee semplici sono condivise da molti ecco Kippenberger in mostra a Berlino: fino al 18 Agosto 2013 Hamburger Bahnhof, il principale museo d’arte contemporanea della capitale tedesca, mette in scena Martin Kippenberger: Sehr Gut | Very Good, retrospettiva dal sapore nostalgico e dal sicuro impatto scenico, che concede, a chi sappia coglierla, una lettura critica più profonda dell’opera di un artista apparentemente dedito alla sola superficialità.   Martin Kippenberger, Uno di voi, un tedesco a Firenze, courtesy Galerie Gisela Capitain, Estate Martin Kippenberger. Tra le innumerevoli dichiarazioni più o meno serie rilasciate da Kippenberger nella sua breve vita da personaggio famoso, tra le infinite battute e frasette scritte di suo pugno su uno dei...

Buenos Aires. Papa argentino

Da più di un’ora sul taxi, sono ormai stramazzato. Ma la mia testa appoggia contro un altoparlante della radio, che i tassisti qui tengono sempre accesa per svicolare tra picchetti e imbottigliamenti.     Così, sono il primo a sentirlo: “Habemus papam!” E grido a mia volta: “El papa es argentino!”.  Il tassista, cui è permesso di stramazzare solo a metà e che, chiacchierone come tutti, si è reso conto di avere un italiano in macchina: “Si, si”. Non ascolta e gli sembra che quel che dico sia una ribollitura dello solito “Dio è argentino”, a sua volta sottospecie delle battute sull’orgoglio locale lanciate nel resto del Sudamerica (“Come si suicida un argentino? Si arrampica sul suo Io e si butta giù”). “No - gli grido - il papa vero, quello di Roma: B E R G O G L I O!” (in spagnolo anche la seconda G suona come in “ghiaccio”: in Piazza San Pietro l’hanno pronunciato all’italiana e anche per questo gli argentini stentano a capire).   Il tassista si scusa e riafferra il cellulare. Smette di dare...