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Fase 2 / Italia, Pronti via!

L’Italia riparte. Il 4 maggio è il momento della “riapertura” o come scrive un grande quotidiano, della “ripresa”. Ripresa di cosa? Della vita di tutti i giorni? No, quella ancora non c’è. Ma almeno si può uscire di casa, per varie e giuste ragioni: lavoro, parenti, necessità mediche, eccetera. Riapertura? Non del tutto. Scuole e università chiuse, tanti negozi ancora serrati, molte attività in attesa di ricominciare. Abbiamo chiesto ad alcuni dei redattori, collaboratori e amici di doppiozero di raccontare brevemente com’è andata in questa giornata di maggio. Le risposte sono ordinate per città, dalle grandi metropoli ai piccoli paesi, là dove vive gran parte della popolazione italiana, realtà che abbiamo raccontato in uno speciale e poi in un ebook, I tempi del virus, che si può scaricare gratuitamente dal sito. Quindi ecco qui 24 brevi istantanee, scatti quasi fotografici di questa “riapertura”, ma con tutto il carico di prima, di quello che è accaduto in due mesi in casa.    Bergamo Nunzia Palmieri   In questi ultimi due mesi non c’è stata una sola delle mie amiche che non abbia pubblicato su Facebook o su Whatsapp una fotografia delle sue piante,...

Peste / Cosa c’entra Manzoni con il Covid?

Manzoni, ovvero della peste. Appena si profila un’epidemia, in Italia si pensa istintivamente all’autore dei Promessi sposi; e così è successo anche questa volta. A maggior ragione, potremmo aggiungere, perché si trattava – si tratta – dell’epidemia più allarmante che abbia mai colpito il mondo industrializzato. Ma oggi, a svariati mesi dalla prima notizia del misterioso nuovo coronavirus in Cina, e a dieci settimane dalla scoperta dei primi focolai sul nostro territorio, possiamo dire che don Lisander, dopo tutto, non è il caso di scomodarlo. Da noi, almeno. E per ora. Gli aspetti salienti della peste manzoniana sono infatti due. Agli esordi del contagio, la stupefacente sottovalutazione del pericolo, per cui sia la popolazione sia (cosa ben più grave) l’autorità politica si ostinano a negare l’evidenza; in seconda battuta, dopo l’esplosione del morbo, il delirio collettivo sull’esistenza degli untori, causa del clamoroso processo analizzato nella Storia della Colonna infame, una fra le pagine più buie della storia giudiziaria nazionale. Dunque, due questioni distinte: da un lato l’incomprensione della gravità del fenomeno, dall’altro la pretestuosa ricerca di un capro espiatorio...

Iconomia / Al mercato delle immagini

Andreas Gursky, Amazon, 2016, Courtesy dell’artista e di Sprüth Magers © Andreas Gursky / ADAGP, 2019.   In alcuni scritti degli anni novanta, l’artista e teorico italiano Franco Vaccari s’interessava al valore iconico ed economico del codice a barre, “segno dei tempi” e scrittura codificata della “natura profonda dell’oggetto” che, inequivocabilmente identificato in ogni minima variazione, era così pronto a immettersi in un “circuito in cui […] muoversi, il più rapidamente possibile, opponendo la minima resistenza, fino ad arrivare al consumatore” (Scritti sul codice a barre, 1991). L’opacità del codice, l’accessibilità mediata delle informazioni celate in questo segno, ottico ed elettronico, “discreto” ma “inesorabile”, si opponeva e accompagnava lo “sfavillio delle superfici”, “l’enfasi spettacolare delle confezioni”. Opacizzando l’oggetto, il codice a barre rendeva visibile la sua appartenenza a un flusso, a una rete di scambi e di valori le cui regole, scriveva ancora Vaccari, sono rette da un principio di superconduttività: “in sostanza una circolazione senza attriti, senza ostacoli, senza dissipazione di energia; con essa si realizzerebbe una possibilità di movimento...

Eros / La quarantena di una neotrentenne

In questi giorni di quarantena, dal mio balcone, tra la lettura di un libro e la cura delle mie piante, ho preso coscienza della mia solitudine. Io che così non mi ero mai sentita e che sono sempre stata in grado di stare bene da sola. Sul balcone sono rimaste le impalcature, come a ricordare un abbandono: fino a un mese fa mi svegliavo per il rumore dell’allegro lavorio dei muratori che con i loro attrezzi sbattevano sulle barre metalliche dei ponteggi. Un lavoro interrotto. Resta la gabbia e la speranza di tornare a sentirli lavorare.   Ho piantato dei semi in questi giorni che sono riuscita a trovare al supermercato, li controllo ogni giorno e annaffio i vasi nel mio balcone-gabbia. Ho pianto vedendo le persone nelle loro casa-prigione davanti alla mia, pensando a mia nonna che è da sola e ha paura di non camminare più. Ho immaginato di essere al mare, la luce che c’è nelle case di mare e la brezza leggera che entra dalla finestra, e ho pianto pure per quello, ho pianto perché mi mancano i miei genitori e perché ho passato giorni di tale paralisi che non riuscivo a leggere, studiare, guardare film che valessero la pena. Ho pianto per quanto mi son sentita inutile e stupida...

Il primo maggio del Covid / Gli aggettivi del lavoro

Alla vigilia del primo maggio il servizio pubblico ha portato in tv il giovane Marx che legge e recita Ricardo: “Il valore reale di una cosa per colui che l’ha acquistata e per chi vuole venderla o scambiarla con qualcos’altro è la fatica e la sofferenza che può risparmiare a se stesso e che può imporre ad altre persone. Il lavoro è stato quindi il primo prezzo, l’originale moneta d’acquisto pagata per ogni cosa”. (Il film di Raoul Peck, andato in onda su Rai Tre, era uscito nel 2017 in occasione de bicentenario della nascita di Karl Marx: qui la recensione di Pietro Bianchi. La citazione è dai Principles of political economy and taxation di David Ricardo, uno dei fondamenti dell’economia classica).   Nello stesso giorno, l’Istat aveva diffuso i primi dati ufficiali sul lavoro nella pandemia. Meno 94mila occupati, più 301mila inattivi se si confronta il primo trimestre di quest’anno con lo stesso periodo dell’anno prima. Se i numeri italiani a prima vista non paiono catastrofici come quelli americani, è perché abbiamo un diverso sistema di protezione sociale e del lavoro; perché i cassintegrati non sono contati tra i disoccupati; perché lo choc di marzo è “annacquato” nel...

Il teatro di domani / Per un live dei corpi a distanza

Il contesto in cui ci muoviamo oggi nella riflessione sul teatro e sullo spettacolo dal vivo risente necessariamente del portato metaforico che il Covid-19 produce e che come ogni altra pandemia che abbiamo conosciuto rappresenta, come dice Susan Sontag della peste nel saggio Malattia come metafora (1978), un «sinonimo di catastrofe sociale e psichica». A questo si aggiunge che la condizione delle prime analisi emerse da parte di artisti, organizzatori, critici proviene da un lockdown emotivo, dettato dall’impossibilità di immaginare l’incontro dei corpi in scena e con gli spettatori. Si tratta insomma per lo più di considerazioni che schiacciano le prospettive future sulla condizione presente, estendendo quanto si prova ora (“avranno voglia gli spettatori di tornare a teatro?”) o l’abitudine alla condizione fisica più restrittiva (“come potranno gli artisti stare su un palco?”) all’immaginazione del domani. Partire dalla catastrofe richiede poi di immaginare tutti quei giusti elementi di tutela immediata e a medio termine di artisti, compagnie e lavoratori del mondo dello spettacolo dal vivo o di evidenziare come questa crisi mostri lucidamente la fragilità del sistema teatrale...

1940 - 2020 / Germano Celant, critico baby boomer

La morte non si addice a un baby boomer come Germano Celant, e per questo risulta più difficile scriverne quando il critico e curatore genovese è appena mancato. L’arte occidentale ha spesso colloquiato con il Dolore e l’Assenza, esortato alla Pietà, illustrato lo Smarrimento e la Costernazione. Ma niente di tutto questo è Arte povera, soprattutto nella comunicazione, politica, anzi più, politicistica che ne dà Celant agli inizi del movimento. Arte povera è per lui il contrario: certezza di sé e del proprio diritto, baldanza, vocalità, protesta. È adesso, per Celant, il tempo degli onori e delle esequie. E tuttavia, a distanza, diventerà sempre più chiaro che una valutazione della sua attività è inevitabilmente molteplice e complessa. Né possono mancare riserve, anche gravi, sulla sua attività di critico e "studioso".    Vogliamo parlare qui del Celant imprenditore di successo del brand Arte povera, che esclude o include autocraticamente, distribuisce royalties  e lascia fuori, per motivi mai chiariti, Gilardi e Piacentino, per tacere di Marisa Merz? O del Celant titolare di un immenso e inaccessibile archivio, che di fatto privatizza la memoria pubblica? Vogliamo...

Protocollo internazionale degli errori / Lockdown in Cina

Buona questa. Un amico poeta di Singapore la racconta su facebook: “Mi sono appena preso delle belle sputazzate da due ciclisti senza mascherina che parlavano a voce alta con accento british. Mentre tornavo a casa per lavarmi (rinunciando al mio giro al supermercato), sono stato inondato di nuovo da un altro gruppo di ciclisti senza mascherina, che parlavano a voce alta in italiano. What. The. Hell.” Del mio amico non mi va di fare il nome perché son tempi grami, questi. È uno dei poeti più importanti della generazione dei quarantenni nel piccolo paese del sudest asiatico, affianca alla scrittura un brillante lavoro di promozione della letteratura locale. È uno bravo insomma. Sono colpito dalla voglia evidente di mettere alla berlina comportamenti expat non confacenti al lockdown imposto a Singapore, meno forte del nostro perché lì si fa affidamento sulla responsabilità individuale. L’accenno al fatto che, dopo la sensazione di essere stato bagnato in faccia da gocce di saliva altrui, decida di tornare a casa a lavarsi, racconta abitudini igieniche dalle quali noi europei siamo ancora lontani. In ogni caso il tono del post è sorprendente, inatteso, simile a quello delle frasi...

Diario 4 / All’improvviso questa immane stanchezza

All'improvviso questa immane stanchezza. Nonostante il 25 aprile, nonostante la primavera tiepida che riempie di foglie verdi gli alberi nei viali, nei cortili, nella macchia dei giardini pubblici visti da lontano, nonostante le giornate che si allungano morbidamente. Ci siamo rinchiusi quando per uscire ci voleva il cappotto, i rami erano spogli, faceva notte alle sei. Ora è tutto un cinguettio, un'alba anticipata, un volo di storni al tramonto. Nelle vetrine dei negozi sono rimasti i saldi invernali, erano già gli ultimi residui, capi improbabili tirati fuori da magazzini che sembravano già di trent'anni fa anche al naturale, corsi e ricorsi della moda, ma ora, immobilizzati in centro a Milano, sono uguali a certa archeologia urbana di aree disperse (le mercerie con i bottoni anni settanta, le bacheche di partiti di sinistra spazzati via da decenni, le cartoline ritoccate a mano che ancora incontri in certi paesi dell'interno dell'Abruzzo), a certi negozi danneggiati dal terremoto e mai più riaperti, in centro Italia. Deve essere la settimana in cui si lavora alla riapertura e infatti un bar qui vicino ha messo fuori spazzoloni, igienizzante, vernice, per rinfrescare il grosso...

Volti nella città / Sogno rovesciato. Un italiano a Parigi

Oltre un mese fa, domenica 15 marzo, si svolgeva in Francia il primo turno delle elezioni municipali. Io ero alla finestra. Non in senso figurato: ero affacciato alla finestra del mio appartamento da cui si vede l’ingresso della palestra trasformata, per l’occasione, in uno dei seggi del mio arrondissement. Impotente, assistevo a uno spettacolo della più grande inutilità, in quanto mi era chiaro che la Francia – come l’Italia – sarebbe entrata presto in quarantena. A dir il vero, in quarantena io già c’ero. Di auto- (e quindi un po’ pseudo-) quarantena si trattava, rientrando da un doppio soggiorno a Venezia e a Milano. Allora (un mese fa, ma nel nostro sentire in un’altra era geologica) chi rientrava a Parigi da quelle zone doveva isolarsi per due settimane. Chissà come nel XXI secolo le quarantene durano quindici giorni! A parte questa indicazione non obbligatoria, alla Francia non sembrava preoccupare molto la vicinanza geografica con l’Italia. Quei giorni di auto-isolamento mi impensierivano, perché nei due mesi successivi avevo fissato (prima che saltasse tutto, ovviamente) diversi impegni in Italia, all’incirca ogni due settimane. Avevo calcolato che, se dovevo chiudermi in...

Victor Stoichita, l’Europa in cornice

Victor Stoichita. Homo Europæus dalla cima dei capelli alla punta delle scarpe, anche fisicamente Victor Ieronim Stoichita pare provenire da un altro tempo. Impeccabilmente, invidiabilmente parlante tutte le lingue del Continente (il suo italiano è stupefacente), è oggi fra i maestri assoluti di una disciplina, la storia dell’arte, che per sua natura abbraccia uno spazio al di là di tutte le lingue e tutte le frontiere. L’Europa in cui è nato (nel 1949 a Bucarest), quella in cui ha scritto (principalmente in francese) e insegnato (dal 1991 all’Università di Friburgo, in Svizzera) sono state, nel tempo della sua formazione e della sua maturità, per antonomasia il luogo dell’apertura e del dialogo. Lo ricorda lui stesso, in abbrivo alla bellissima conferenza (colla quale ha inaugurato nel 2018 il corso di Cultura Europea che è stato invitato a tenere al Collège de France) su Les Fileuses de Velázquez. Textes, textures, images (Fayard, pp. 52, € 12): l’etimologia di «Europa» viene da due parole greche, eurýs («largo, esteso in lontananza») e óps («sguardo, occhio»), sicché rinvia a uno sguardo esteso. L’Europa ha occhi vasti e profondi: proprio come quelli – abbaglianti di celeste...

Case / Ripensare l'abitare

In queste ultime settimane (ormai siamo entrati nella sesta) si sono moltiplicate sui giornali e nell’infinita giungla dei social, le immagini, le parole, i suoni e le testimonianze provenienti dall’universo domestico in cui più di metà dell’umanità vivente è reclusa. Si tratta di un fenomeno planetario come mai era avvenuto nella nostra Storia: quattro miliardi di persone, distribuite lungo i cinque continenti, totalmente connesse, chiuse in casa. È un’esperienza di cui coglieremo la potenza simbolica ed emotiva solo nei prossimi tempi, quando ricominceremo a uscire per strada. Solo allora i risultati di questo trauma individuale e collettivo globale emergeranno, decretando un cambiamento d’uso e percezione dei luoghi che sarà tutto da comprendere, decifrare ed elaborare.   Per il momento la casa è una prigione dorata per tutti quelli che dichiarano che stanno benissimo isolati e che non uscirebbero più; un buon ritiro per i fortunati che hanno deciso di rifugiarsi in campagna in attesa che l’epidemia finisca (una memoria nobiliare e contadina evidentemente appena assopita); un denso recinto familiare in cui si sono costruite lentamente complesse relazioni territoriali ed...

Presuntuosi e impreparati / Allarmi inascoltati

Nella conferenza scientifica “Ambiente e virus a mutazione genetica” che si tenne a Long Island a metà degli anni ‘80, Edwin Kilbourne – uno dei più importanti virologi americani, morto nel 2011 – propose un contributo inusuale. Kilbourne immaginava la possibilità che un nuovo pericolosissimo virus emergesse nel mondo, un virus più contagioso, letale e difficile da controllare di tutti i virus allora conosciuti. Kilbourne lo chiamò MMMV (Maximally Malignant Mutant Virus) e ne descrisse le immaginarie caratteristiche. MMMV aveva la stabilità nell’ambiente dei poliovirus, l’alto tasso di mutazione dei virus dell’influenza, la capacità di spillover del virus della rabbia e la lunga potenzialità di latenza dell’herpes virus. Ancora, si sarebbe trasmesso attraverso l’aria e replicato nelle basse vie del tratto respiratorio, come l’influenza, e avrebbe potuto inserire i propri geni direttamente nel nucleo delle cellule ospiti, come l’HIV.    Ora, SARS-COV-2 non è naturalmente il mostruoso virus immaginato da Kilbourne quarant’anni fa, ma diciamo che ci si avvicina: viaggia nell’aria con le goccioline di salive (droplet), rimane attivo a lungo sulle superfici e si moltiplica...

26 aprile 1986 / Lo Stalker di Chernobyl

Zonaholic Markijan Kamyš è uno stalker o, se preferite, uno zonaholic, un esploratore illegale della zona d’esclusione di Chernobyl. Figlio di un ricercatore dell’Istituto di Fisica teorica – poi spedito sul tetto del quarto blocco della centrale a “liquidare”, come si diceva, l’incidente – Kamyš ha sviluppato una passione smodata per la Zona. Lo restituisce bene il Una passeggiata nella zona (tr. it. Alessandro Achilli, Keller editore 2019). Lo stalker – declinato al singolare in quanto gli è estraneo ogni spirito di aggregazione – è un giovane ucraino o bielorusso che non ha conosciuto la catastrofe del 1986 e ha familiarizzato con Chernobyl attraverso la sottocultura digitale, ovvero giocando a S.T.A.L.K.E.R.: Shadow of Chernobyl, un videogioco horror prodotto in Ucraina nel 2003. In uno scenario post-apocalittico, dove si aggirano uomini con Kalashnikov e zombie famelici, la sfida è la sopravvivenza. Ne dà pienamente conto l’acronimo: Scavengers, Trespassers, Adventures, Loners, Killers, Explorers, Robbers, cioè Ricattatori, Trasgressori, Avventurieri, Solitari, Killer, Esploratori, Rapinatori. È stato quindi un videogioco a far conoscere una zona vietata ma non per questo...

Una pedagogia politica per la scuola senza classe / Una scuola per l’emancipazione

Il sistema scolastico è scomparso dalla discussione pubblica. Il dibattito si concentra sulle filiere produttive non sugli studenti. Su bambini e adolescenti è calato un gelido silenzio come ha rilevato acutamente Chiara Saraceno. Dopo una prima fase segnata da una forte e comprensibile emotività caratterizzata da sovrabbondanza comunicativa in merito all’attivazione della didattica a distanza (Dad), istruzione e formazione si sono eclissate tra gli addetti ai lavori. Altre sono le priorità.  Le ragioni sono molteplici. Pesa la distribuzione demografica della popolazione italiana, così come una storica debolezza delle politiche educative in questo paese; ma anche una risposta ministeriale che, pur nelle comprensibili difficoltà, non è sembrata all’altezza. Si è già discusso in questa sede della nota ministeriale 388 che ha generato una vivace discussione per le implicazioni esplicite e implicite che conteneva.   Il recente decreto 22 ha introdotto l’obbligo per il personale docente di assicurare «comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza» per garantire – come recita la relazione tecnica di accompagnamento del decreto – «per il tempo dell’emergenza...

Pensatori acrobatici e funamboli / Il virus che sfugge alla presa dei saperi

L’antropologo Clifford Geertz parla dell’uomo come di “un animale sospeso a ragnatele di significato che lui stesso ha filato”. Che cosa accade quando la trama di queste ragnatele viene lacerata? Non è difficile immaginarlo, è già accaduto, e non smette di accadere: l’animale-uomo precipita, con le sue costruzioni e i suoi azzardi mentali, nell’abisso che da sempre è aperto sotto i suoi piedi.  Augusto Placanica, storico e filosofo delle catastrofi, parla di un’onda lunga dei terremoti, un effetto a distanza, una crepa invisibile nel tessuto del pensiero, che spinge a riconsiderare il suo ambito d’azione e le sue stesse possibilità. Prendiamo il terremoto di Lisbona del 1755, di cui ha recentemente parlato anche Gabriele Pedullà su “L’espresso” del 19 aprile. Nel 1751, inizia la grande fioritura dell’Illuminismo, con il monumentale disegno dell’Encyclopédie diretta da Diderot e d’Alembert. La luce dei Lumi comincia a diffondersi fino al momento in cui, nella città di Lisbona, alle 9.30 del 1 novembre, la terra trema, torna l’oscurità, e la Storia pare scivolare all’indietro. L’orizzonte si fa buio: “Che può lo spirito vedere all’orizzonte? Nulla: il libro del Destino si...

Memoria e immaginazione / I tanti 25 aprile di Italo Calvino, partigiano

Ettore si reca insieme ai suoi compagni Bianco e Palmo a Valdivilla dove quel giorno scoprono un cippo dedicato ai partigiani caduti nello scontro nella località delle Langhe. In quel luogo hanno combattuto tutti e tre. Adesso, rientrati nella vita quotidiana dopo i venti mesi sulle colline a sparare a fascisti e tedeschi, non si sono trovati un lavoro normale come tutti gli altri; si sono messi invece a campare di traffici e estorsioni a ex fascisti. Bianco e Palmo appaiono emozionati e si muovono con scatti infantili, puntano il dito dappertutto e hanno “gli occhi piccoli e lustri”. Nei loro sguardi Ettore legge “il barbaro sentimento che quelli erano stati tempi felici e che il destino sarebbe stato ingiusto se non gliene riservava un altro pezzo prima di morire”.  Così comincia l’ottavo capitolo di La paga del sabato, il romanzo breve di Beppe Fenoglio pubblicato postumo nel 1969, scritto negli anni Cinquanta, dove si racconta il difficile dopoguerra di un ex partigiano, Ettore. Vent’anni dopo Italo Calvino racconterà un episodio simile, non più però nella finzione romanzesca ma nella realtà quotidiana. L’articolo dello scrittore ligure appare su “il Corriere della Sera...

25 aprile / Piazzale Loreto. Immagini di una strage

La prima foto è stata scattata il 10 agosto del 1944 in Piazzale Loreto, a Milano. Si vedono degli uomini privi di vita, riversi sul marciapiede. Sono stati appena fucilati, qualcuno è caduto sul corpo dell'altro. Li circonda una folla di cittadini, qualcuno si sporge per vedere, altri distolgono lo sguardo. Chi erano? Quindici "comunisti e terroristi", fino a poche ore prima detenuti del carcere di San Vittore "senza alcuna imputazione di reati specifici", come precisa Silvio Bertoldi. Più semplicemente, degli antifascisti. Tra loro il più giovane è Renzo del Riccio, friulano di Udine, operaio di ventuno anni, e il più anziano è Salvatore Principato, siciliano di Piazza Armerina, maestro elementare, cinquantaduenne.      La fucilazione, eseguita da un plotone della brigata Muti e comandata dal capitano Pasquale Cardella, è una rappresaglia, un atto dimostrativo deciso dal comando nazista nelle persone del maggiore Rauff e del capitano Theodor Emil Saevecke, da allora chiamato il boia di Piazzale Loreto. È lui, negli uffici della Gestapo, a compilare la lista dei prigionieri che saranno prelevati dal carcere all'alba, trucidati in pubblica piazza e lì abbandonati...

Calpestare lo spazio pubblico / Controcanto per la città in attesa

Scrivo dalla città di Lorenzo Da Ponte, la mia, Vittorio Veneto.  Anche qui è ammutolente, biblica e fulminea questa transizione dalla febbre del nomadismo urbano a quella statuaria del coronavirus, e il paventato nesso causale tra inquinamento dell’aria e diffusione della pandemia mi inquieta. Siamo tutti bloccati sulla soglia di casa, o alla finestra sulla città. Negli occhi le immagini che da bambini fissavamo per ore sopra lo schienale del treno, quando ancora la fantasia superava la realtà e quegli scatti puliti di luoghi svuotati (non vuoti) sembravano figli della sola estetica fotografica. Quello era per noi un viaggio nel viaggio, sovrapposti com’eravamo tra la città di partenza, le tante “città del treno”, la città in transito fuori dal finestrino e la città di arrivo.    In questi giorni è facile giocare con la macchina del tempo, tornare a quelle immagini e interrogarsi se sia il nostro stesso modello urbano a colpire; se sia sufficiente condannare i decenni passati (non noi …) per aver prodotto città troppo fordiste e poco ambientaliste, troppo grigie e poco verdi, troppo ciniche e poco civiche. Il dubbio è legittimo, le battaglie ambientaliste e le...

Interventi / Il teatro di domani

Ormai lo sguardo di tutti è volto alla ripresa. C’è voglia di bruciare la lunga pausa di questi giorni. L’ultimo settore a riaprire, è stato variamente annunciato, sarà quello dello spettacolo dal vivo, uno dei più sconquassati da questa crisi, non sappiamo se in grado di riprendersi. Lo diceva già Artaud: il teatro è il luogo del contagio. Lui pensava a qualcosa che ti prendeva nel profondo di tutti i sensi e di tutte le facoltà e cambiava la vita. Noi siamo stati abbastanza stravolti da questa nuova peste e non sappiamo come rimettere insieme i pezzi di un mondo la cui precarietà è balzata agli occhi perfino di chi non voleva vedere. Un’altra cosa è diventata sempre più evidente: in tutti i discorsi sul paese e sulla sua ripresa pochissimi sono quelli che si interrogano sul futuro dello spettacolo e della cultura e su quello di artisti, tecnici, organizzatori e dei professionisti che si muovono in questi campi… Per provare a guardare nella sfera di cristallo siamo partiti dalla suggestione di una lettera aperta di Oberdan Forlenza, già capo gabinetto del Ministero dei beni e delle attività culturali, ora presidente della Fondazione Teatro Due di Parma, intitolata Teatro domani....

Speciale Fellini / Luci del varietà: una giostra d’amoooooor

Cento anni fa, il 20 gennaio 1920, nasceva a Rimini Federico Fellini. Lontano dalle celebrazioni, su doppiozero vogliamo raccontare un regista-antropologo che ha saputo penetrare come pochi altri l’identità (politica, storica, sessuale) italiana. Uno sguardo critico e al tempo stesso curioso, da “osservatore partecipante”, che si affianca a quello di tanti altri intellettuali e artisti (da Leopardi a Gramsci, da Salvemini a Bollati) che negli ultimi due secoli hanno cercato di spiegare quello strano oggetto chiamato Italia.  Abbiamo voluto raccontare Fellini attraverso i personaggi e i luoghi dei suoi film: dallo Sceicco Bianco a Casanova, da Gelsomina a Cabiria, da Sordi a Mastroianni, dalla Roma antica a quella contemporanea, passando ovviamente per la provincia profonda durante il Ventennio fascista. Una sorta di “album delle figurine” per aprire nuovi sguardi su un cineasta forse più amato (e odiato) che realmente studiato.   La canzoncina la sentiamo intonare da fuori del teatro, dove si avanza nella notte, piegato in due, un vecchio che guarda i manifesti dello spettacolo: “Ho trovato il mio pappagallo, / bello bello, bello bello/ verde e giallo e col becco a rollo...

Pensiero divergente / Svezia e Corea: due modelli

Cosa può insegnarci il modello Svedese? di Simone D'Alessandro   La spinta gentile contro la cultura dell’autoreclusione sorvegliata   Quando è scoppiata l’emergenza Covid-19 in occidente, le nazioni Europee hanno preso strade differenti, condizionate dai propri riferimenti etici, valoriali e culturali: paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia – successivamente Francia, Danimarca, Norvegia e Finlandia – hanno deciso di fare il cosiddetto lockdown, consistente nel chiudere gran parte delle attività economiche e isolare i focolai, invitando la popolazione a restare a casa, optando per un approccio morale deontologico universalista. Si è deciso di seguire la massima universale: tratta le altre persone come fini in sé e mai come mezzi per un fine, perché ogni vita è unica e merita di essere salvata. Nel fare questo le nazioni sono state evidentemente influenzate dal dettato costituzionale, derivato dal retaggio culturale cristiano e dalla teoria morale deontologica kantiana, consistente nella volontà di prendersi cura di tutti, prescindendo da età e condizioni di salute pregresse.     Al contrario il Regno Unito ha, inizialmente, optato per un modello basato...

Mostre virtuali / Raffaello in PDF

Ricomponendo le disiecta membra dell’arte classica Raffaello Sanzio fa rivivere l’antico nel presente, inaugurando la Maniera moderna. Ogni sguardo che il presente getta sul passato inevitabilmente lo ristruttura, lo ricompone, mentre il passato stesso illumina il presente e lo irradia da lontano. Raccontando a ritroso la vita dell’artista, la mostra Raffaello. 1520–1483 inverte la direzione del tempo disorientando, come la superficie del nastro di Möbius, che non ha un sotto e un sopra, un interno e un esterno, un inizio e una fine. Ad accogliere il visitatore all’inizio della mostra allestita alla Scuderie del Quirinale è infatti una fine: la riproduzione in scala 1:1 del monumento funebre dell’artista morto a 37 anni. A causa delle restrizioni imposte dalla pandemia la visita è solo virtuale: video-racconti, approfondimenti e incursioni nel backstage.    Fermo immagine tratto dal video Rematerialising the tomb of Raphael, in Raffaello oltre la mostra.   Fermo immagine tratto dal video Il backstage della mostra Raffaello 1520-1483, in Raffaello oltre la mostra. Il backstage della mostra RAFFAELLO 1520-1483 mostra il lavoro degli operai impegnati nel trasporto...

III / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Romano Madera, psicoanalista   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.   Intanto grazie a Doppiozero per avermi invitato a rispondere a queste domande che possono servire a inquadrare il famoso cigno nero. Vorrei però provare a guardarlo secondo una prospettiva anamorfica: un “cigno periodico trasformista”, che ogni tanto appare sotto le forme di virus, ogni tanto di guerra, ogni tanto di conti economici e finanziari che non tornano. Ogni sempre, invece, in catastrofi sociali e psichiche di parti consistenti degli umani.  La disuguaglianza sociale sta crescendo da decenni. Dalla crisi del 2008 non si è certo usciti invertendo la tendenza, sempre più evidente dagli anni Ottanta in poi. Basta uno sguardo alle tabelle del World Inequality Report del 2018. Se solo...