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Giorno 8 / Bambola

C’era una volta il sogno di una bambina trasformata in bambola.  Una giovane nutrice si occupava della figlia appena nata della regina. La bellissima bambina voleva stare sempre con lei, tra le sue braccia. Un giorno, però, la nutrice era tornata a prendere la piccola dopo l’allattamento e di lei aveva trovato solo una testa di bambola, tra le sue copertine, sul letto. Quando la nutrice aprì l’involto e trovò solo questa palla di plastica, stranamente non si terrorizzò: “tanto” – ribadì a se stessa – “mi ha lasciato la parte più importante: la testa!”. Cercando e rovistando nelle ampie sale della reggia, la nutrice cominciò a raccogliere le parti sparse della piccola. Mani piedi braccia avambracci pancia gambe: tutti di plastica, compreso il cuore che era appeso ad una chiave. Ma la raccolta divenne presto frenetica, perché intanto si sentiva in lontananza il pianto della bambina.   La testa della bambola piangeva lì dove era stata lasciata, sul letto. Allora la nutrice fece più in fretta possibile per tornare da lei, ricongiungerla ai pezzi del suo corpo e non farla soffrire mai più. Ma ecco che le parti riattaccate alla testa non stavano insieme, si staccavano l’una...

Lituania / Grūtas

I monumenti celebrativi sono, per la maggior parte, insignificanti e pressoché invisibili, come ebbe modo di osservare Robert Musil. È come se, malgrado intenzioni spesso lecite, lo strato retorico ricoprisse l’opera monumentale di ridicolo, smontando di fatto l’intento encomiastico. La situazione si complica quando i monumenti gloriosi eretti in pompa magna perdono il loro contesto solenne: il fu oggetto sublime diventa amorfo, puro ammasso residuale di metallo o di pietra. A questi simboli carichi di significato accade ciò che Elias Canetti ritiene tipico per le situazioni di transizione radicale: da un momento all’altro un segno potente (l’esempio canettiano parla delle mostrine militari) viene azzerato, trasformandosi in una eccedenza imbarazzante. Senza valore reale alcuno, il significante finirà, semmai, nei depositi dei relitti strani pervenuti da un sistema defunto.      Questa è anche, pur con alcune complicazioni postmoderne, la storia di uno strano complesso ubicato in Lituania, il parco “sovietico” di Grūtas, presso la cittadina di Druskininkai. Occupata in seguito al patto Ribbentrop dall’Unione Sovietica, contesa durante la guerra e integrata, nel...

Carnet geoanarchico 16 / Antropocene fantasma

La spettralità ha attraversato il pensiero del Novecento ma è solo adesso che un inquinante dell’aria ha attaccato le sinapsi dell’immaginario collettivo e ha relegato i fantasmi di cui parlavano Derrida o Žižek in una wunderkammer obsoleta. Questo inquinante è il crollo percepito del futuro, un futuro troppo smaltato nel pensiero evoluzionista, troppo volontaristico nella antropopoiesi marxista, troppo vaporoso nella controcultura pop. Adesso è il futuro il vero fantasma del nostro tempo e, con una retroazione all you can eat, la spettralità è un geist che sta divorando il presente e il passato, trasformando in ectoplasmi forme di vita che ancora esistono o che per essere esistite, e non esserci più, infestano il nostro lungo sonno da svegli.   Me ne sono reso conto, con l’impatto di un pugno interiore, quando ho fatto ponte tra due intrusioni nel cuore, che mi hanno lasciato a pezzi. La seconda è un audio condiviso in rete in cui un’orca in cattività dice “hello” e “bye-bye” imitando la voce del proprio addestratore. Sentire l’animale imitare l’uomo mi ha gettato in un senso di tristezza e costernazione come se fossi in presenza di un lutto. La prima cosa a cui ho pensato è...

Giorno 7 / Invisibile

Vi sconcerta non riuscire a vedere la gente della Valle? – Beh, sì, – balbettò il Mago. – Finora sono sempre riuscito a vedere tutte le persone che ho incontrato.   I bambini vogliono essere tutti visti. Per questo parlano, si muovono, e per questo si nascondono e stanno in silenzio. I bambini desiderano tantissimo essere invisibili. Certe volte solo l’invisibilità salva le cose sacre, come la nostra faccia che non vedendola possiamo sentirci abitanti di un paese invisibile e affacciarci alle finestre, gli occhi. Perdere la faccia davanti agli altri salva la faccia sulla porta dell’invisibile, apre una prospettiva nuova. Noi siamo nascosti dentro. Invisibili. E chi lo sa lancia occhiate agli altri. Ci si riconosce, nell’invisibilità.   Una volta un’amica filippina mi ha detto: “A me non lasciano il posto in metrò, Chandra, io sono invisibile.” E lo diceva come dire io sono inglese. Quindi c’è un’invisibilità che protegge e una che uccide. Spesso gli invisibili sono invisibili agli intelligenti che poi magari scrivono tanti pensieri intelligenti sull’invisibile e anche sui suoi abitanti. Essere invisibili può fare molto male. Ma i cani vedono quasi sempre gli invisibili,...

Destini drammatici / Gianni Bonina, Ammatula

Lo sapeva perfettamente la signora Ramsay di Gita al faro: tutto è effimero nella vita come un arcobaleno. Certo, impressiona che lo stesso tropo traslochi dalle labbra dell’incantevole personaggio della Woolf per alloggiarsi nel discorso del mafioso Gaspare Scaturro, un boss marchiato dal 41 bis, disilluso e malato, ormai sul limitare della vita. Stiamo parlando del nuovo romanzo di Gianni Bonina, Ammatula (Castelvecchi 2019), titolo che viene efficacemente chiarito ad apertura: nel carcere di Parma Scaturro riceve la visita di Carmine Andaloro, avvocato e parlamentare agrigentino un tempo suo difensore, e da questo tragico confronto si affaccia l’assunto camusiano dell’inutilità dell’agire, dell’inconcludenza di qualsiasi affanno.    Un Sisifo in sedicesimi, il capomafia in questione, che discetta appunto degli arcobaleni di marzo: “L’arcobaleno porta il sole, che ammatula spunta perché poi piove di nuovo. E siccome a marzo, che è il mese più ballerino, continuamente smette e ricomincia a piovere, ecco che gli arcobaleni sono tanti e tutti tragediatori, perché sbagliano sempre: come noi due e altri che conosciamo”. Il lemma “tragediatore” ci segnala che siamo in...

Camera, Torino / Wo | Man Ray

Di mostre su Man Ray se ne sono viste molte, anche recentemente, quindi plaudiamo alla bella idea che rende originale e anche questa volta non ripetitiva l’esposizione, Wo | Man Ray, a Camera, Torino (fino al 19 gennaio 2020): l’Uomo Raggio e le sue Donne Raggio, il Fotografo e le sue Donne, non solo modelle ma soprattutto assistenti e allieve. L’idea non è scontata, non è pettegola o furba, come certe biografie in cui di un artista si raccontano solo le avventure e relazioni amorose come un brutto romanzo d’appendice, ma perché qui il rapporto è valorizzato nei suoi apporti all’arte, alla fotografia. Dell’uomo infatti, delle sue vicende si dice solo quel che serve e che non mortifica né lui né la donna, mentre al contrario ecco che proprio della donna viene ad emergere il ruolo attivo, interattivo, creativo. Anche della modella, aspetto a cui si pensa solitamente poco.     Così Kiki de Montarnasse, la prima in ordine cronologico, Man Ray appena sbarcato a Parigi dagli Stati Uniti nel 1921, diventa una cocreatrice con il Fotografo. Mettiamo l’iniziale maiuscola perché qui si vede bene che Man Ray si autoritrae sempre come fotografo, più che come individuo, insieme all’...

Saggi dispersi / Gadda, Divagazioni e garbuglio

«Gadda ha la mano pesande, la mano pesande»: non lo dice il commissario Ciccio Ingravallo, ma — allo stesso modo, ubiquo ai casi — Benedetto Croce, al quale il gran lombardo risponde idealmente con un signorile «aveva ragione». Di Carlo Emilio l’amato Montale (unico tra i connazionali contemporanei che stimasse veramente) racconta alcuni aneddoti gustosissimi che spiegano in parte la concrezione inimmaginabile dei suoi entretiens. In una circostanza, il romanziere fuggì dalla finestra di una casa di amici che lo avevano ospitato o meglio trattenuto, tra ritardi, cincischi e acquazzoni, per tre giorni. In un’altra occasione (il racconto è mediato dai ricordi della Volpe), nella villa dei Rodocanachi, dopo una cena sobria — causa il «viso da Venerdì Santo» di Montale, commensale inappetente dell’Ingegnere, tanto da farlo sentire in colpa ogniqualvolta venisse servito il bis — Gadda, che pure aveva una fame preistorica (esattamente come Gonzalo Pirobutirro), chiese di uscire in giardino per «esigenze peristaltiche». In realtà, si reca a bell’e meglio in un’osteria, dove ordina una bisteccona al sangue. Esce senza pagare, per la fretta di tornare alla festa. Solerte, il proprietario...

Smells like teen spirits / La rivolta

È un gesto vecchio quanto il mondo. Non ha bisogno di eroi né di rivoluzionari di professione, ma è alla portata di tutti, anche e soprattutto di chi non ne ha coscienza e si lascia attraversare dalla sua potenza. È l’atto di rivoltarsi: contro il potere, contro gli altri e contro se stessi. È un movimento impersonale che trova nei corpi e nella capillarità del sensibile infinite occasioni per dispiegarsi, assumendo talvolta forme spettacolari – le immagini premiate in molti contest fotografici – senza tuttavia coincidere con esse, senza mai lasciarsi catturare nella staticità di una posa. Pier Paolo Pasolini è stato tra i primi a mettere a fuoco le differenze tra l’atteggiamento del rivoluzionario e quello dell’“arrabbiato”: «spesso il rivoluzionario dopo aver distrutto la società costituita eccede nella ricostruzione, vuole che abbia tutti gli attributi, ci riporta anche il moralismo e il perbenismo borghesi, al punto che l’arrabbiato, a volte, incide più profondamente del rivoluzionario». Rivoltarsi non significa dunque portare a compimento una rivoluzione né, tantomeno, prestarsi alla monumentalizzazione post-rivoluzionaria, dove i corpi e i volti impegnati in battaglia...

Giorno 6 / Poesia

Siamo nel decimo dei romanzi del ciclo di Oz, proprio nella pagina finale: Rinkitink, re di Gilgad, abbandona l’isola di Pingarì, dove ha vissuto mille avventure e ha incontrato amici straordinari, per tornare nel suo regno. Prima di salpare compone una struggente ode il cui incipit, nella geniale traduzione di Chiara Lagani, parafrasa l’«Addio monti» dei Promessi sposi:    Addio, terre sorgenti dall’acque: Pingarì che nel mar bella giacque. Né mortale, né re, né stalliere le tue perle disdegna d’avere. Re Belbello, con molto rimpianto, sono costretto a lasciar quest’incanto; non potendo più andare ramingo a salir sulla nave m’accingo. Addio Principe di queste terre: sarai re tu, se vinci le guerre; più non vien l’aggressor nel tuo regno, se saggezza qui lasci il suo segno.   Dopodiché chiede al suo compagno-consigliere-amico Bilbil, capra parlante, ma ora ritrasformato da Glinda, la strega buona, in Bobo principe di Bobolandia:   - Ti è piaciuta la mia canzone, Bilbil… voglio dire… Bobo? Non pensi che sia un capolavoro? - E Bobo rispose, sorridendo: - Come in tutte le tue canzoni, caro Rinkitink, il sentimento supera la poesia.   Su questo ambiguo...

Marcello Marchesi/Cardillo – Teatro delle Ariette / Due pezzi sull’apparizione

Racconto due spettacoli diversi che hanno in comune il giocare con l’ambiguo, per portare alla luce qualcosa all’inizio celata nell’ombra, con la forza rivelatrice che dovrebbe avere il buon teatro.    Il sadico del villaggio   Maurizio Cardillo è un attore che se ne è stato sempre piuttosto appartato, a Bologna, coltivando un’attività di autore che lo ha portato a creare alcuni affilati spettacoli dedicati a testi come La passeggiata di Robert Walser o Il male oscuro di Giuseppe Berto e a scrittori come Canetti, Bernhard, Brancati, Palazzeschi. La sua cifra è un umorismo sulfureo, la ricerca dell’astrazione poetica, che tocca verità profonde partendo da un apparente distacco cinico, da una postura di uomo del secolo automatico che cerca vie di fuga dal disagio, dalla ripetizione.  Con ll sadico del villaggio – presentato al Festival della Letteratura di Mantova in settembre e di recente al teatro delle Moline di Bologna; una produzione dell’associazione Liberty ideata da Elena Di Gioia per la stagione di Agorà, creata con lo sguardo esterno di Paolo Nori e con gli interventi sonori e luministici di Alessandro Amato – affronta l’opera di Marcello Marchesi (1912...

Ritratti / “In-tra-fra” John Berger

In   Il brulichio incessante della piazza di Cracovia, dove le vite di individui indistinguibili si intrecciano senza intralciarsi e «si incrociano senza incontrarsi», tutti integrati e impastati all’«indivisibile mondo reale e al singolare mistero della propria esistenza» e delle sue infinite possibilità.  Inizia qui, in una piazza di Cracovia, il primo dei trentasette saggi dei Paesaggi di John Berger (edito da «Il Saggiatore», tradotto e curato da Maria Nadotti con un’introduzione di Tom Overton e l’aggiunta, rispetto all’edizione inglese del 2016, di tre testi- Leopardi, Disperso al lago di Cape Wrath e L’infinità del desiderio) che fa da complemento a Ritratti (pubblicati sempre da «Il Saggiatore» nel 2018, in cui venivano proposti diversi scritti che, presi nell’insieme, costituiscono una sorta di autoritratto dello storyteller ).    Se affermando che «è ormai inconcepibile ammettere che l’identità di un uomo possa essere adeguatamente definita conservandone e fissandone l’immagine da un unico punto di vista», Berger sembra suggerire l’inadeguatezza e l’insufficienza della “forma ritratto”, il titolo Paesaggi (sebbene non sia stato ideato dall’autore né...

La presenza dell’immemoriale / Il pollice nero di André Breton

Incidente nella grotta   “Degrado di monumenti storici”. È questa l’accusa che viene mossa contro André Breton, padre del movimento surrealista ora sotto processo come un vandalo qualsiasi. La vicenda, poco conosciuta, merita di essere ricostruita. Primo atto. Dal 1951 Breton trascorre l’estate a Saint-Cirq-la-Popie, dove ha acquistato una vecchia locanda di marinai. Stregato dalla bellezza del luogo, non è tutto rose e fiori: calura estiva o piogge, uccelli rumorosi, villaggio deserto o nessuno con cui parlare, notti agitate e insonni, tanta noia, misurabile dall’entusiasmo con cui Breton invita gli amici a raggiungerlo. Un ambiente pastorale in cui ne approfitta per qualche gioco surrealista, per andar a caccia di farfalle, insetti e agate, per raccogliere il materiale di La clé des champs, per comporre disegnini libertini che fanno arrossire le postine locali. Giovedì 24 luglio 1952, verso le 15, decide di visitare la grotta preistorica di Pech Merle assieme alla sua compagna Elisa e l’amico surrealista Adrien Dax sotto la guida di Abel Bessac, deputato repubblicano e cattolico del Lot nonché concessionario della grotta. Si unisce così a un gruppo di una trentina di...

“Parasite” e dintorni / L’occhio del figlio, l’immagine del padre

Il termine “metaforico” è ripetuto più volte in Parasite (2019) di Bong Joon-ho, e riporta alla mente l’immagine delle serre bruciate in Burning (2018) di Lee Chang-dong – un altro film coreano ispirato a un racconto di Haruki Murakami –, o quella del misterioso elefante di An Elephant Sitting Still (2018) di Hu Bo. La metafora è una figura di confine tra presenza e assenza, reale e immaginario: deriva almeno in parte da una finzione, ma allude sempre a una particolare verità. In diversi film rappresentativi delle più importanti tradizioni cinematografiche asiatiche degli ultimi decenni – dal nuovo cinema di Hong Kong a quello taiwanese, passando per il Giappone, la Cina e la Corea del Sud –, espedienti come il ricorso a oggetti simbolici o medium iconici sono impiegati con grande coerenza per esprimere gli aspetti più nascosti di certe dinamiche sociali e familiari. Un motivo che in Parasite permette di approfondire il discorso sui conflitti di classe riguarda ad esempio il rapporto tra generazioni differenti, e nello specifico tra padri e figli. Altre rappresentazioni memorabili di questo rapporto, analizzate nei paragrafi successivi, compaiono in Angeli perduti (1995) di Wong...

Jean-Luc Nancy / La differenza animale

“Che animale!” è l’imprecazione più dura che si possa scagliare contro uno o più individui che si macchino di azioni disumane, al di fuori di ogni regola civile, prive di ogni senso della pietà, di ogni rispetto. L’animale è altro dall’umano, è il confine della sua umanità. Macchiarsi di comportamenti “bestiali” significa porsi al di fuori del consorzio umano, aprire lo spazio di un mondo senza misura, in cui la vita singolare, la vita dell’individuo, non ha più tutele, né diritti: ci si espone alla violenza senza più alcuna protezione, al di fuori di ogni diritto, di ogni Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (che, come sottolineano le sue maiuscole, riguarda solo gli uomini e non gli animali). Ed è ben curioso che nel nostro linguaggio sopravvivano simili significati ancestrali, proprio oggi che l’animale è inserito nel cliché domestico, in cui i gattini e i cagnolini che imperversano su Instagram e Facebook, facendo il pieno di like, sono l’emblema stesso di una tenerezza commovente, di una bontà più umana di quella dell’uomo. Oppure, quando non ci troviamo di fronte a questa instagrammazione umanista, l’animale è segregato in campi di sterminio e di non vita, in...

Giorno 5 / Macondoz

Sul Mar Nero, durante un soggiorno terapeutico per la cura ricostituente delle ossa, Michail Bachtin (1895 – 1975), abbacinato dall’intensa azione corroborante del sole e dello iodio sul sistema nervoso centrale, perse uno degli appunti preparatori alla stesura del suo celebre trattato di toponimia incrociata.  Un lembo di quel foglietto volante smarrito dallo studioso russo durante quell’intensa sessione elioterapica è stato recentemente rinvenuto da un gruppo di comparatisti durante un’esercitazione in cui simulavano nell’extratesto, che qualcuno chiama erroneamente “mondo reale”, una delle loro illecite inversioni dell’ordine degli eventi e dei fatti letterari. Agli anonimi ricercatori, secondo cui peraltro tutto è intertesto, va quindi il merito della scoperta: su quello scampolo di carta lacera, prima ingiallita ora quasi trasparente, tra muffe e funghi ormai estinti, s’affaccia la parola Macondoz.    Macondoz s. f. [prob. comp. di Macondo e Oz]. - Per alcuni un malapropismo, vale a dire uno scherzo concepito per minare la fibra della comunità scientifica internazionale. Per altri una figura del superamento per impulso utopico, ossia una questione di ordine...

4 dicembre 1890 - 4 dicembre 2019 / Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano

"Nella mia vita ho incontrato qualche grande capitano: sono uomini molto rari, di grande ascendente, rigorosi in primo luogo con se stessi, che comandano senza urlare, che sanno affrontare con la forza della ragione le situazioni più drammatiche e difficili, che non amano le «gesta eroiche», che conoscono il valore di ogni esistenza e che vivono la storia. Tra i veri 'capitani' Emilio Lussu è stato il più grande. Re pastore, nobile cacciatore, domatore di cavalli, uomo politico in prima linea nei momenti più importanti della storia d'Italia del '900, narratore semplice come un classico antico, ma per me capitano. E basta. Così, quando ancora oggi vado a camminare per i luoghi che ci racconta, è come fosse con me a ripetermi cose che non ha scritto" (Un anno sull’altipiano, Einaudi, 2000, introduzione di Mario Rigoni Stern). Così Mario Rigoni Stern ha ricordato Emilio Lussu, poche righe che racchiudono l’essenza di un uomo con una personalità e una storia davvero memorabili. “Sono nato in un piccolo villaggio della montagna, e credo di aver conosciuto gli ultimi resti di una società patriarcale di cacciatori-pastori predoni, senza classi e senza Stato”. Così scrisse una volta...

Heimat / I fantasmi di Nora Krug

“Possiamo esserne consapevoli o no, ma facciamo la volontà dei nostri antenati: i nostri comandamenti ci arrivano dal loro regno; i precedenti da loro stabiliti sono la nostra legge; ci sottomettiamo ai loro dettati, anche quando ci ribelliamo ad essi. […] Ereditiamo le loro ossessioni, ci facciamo carico dei loro fardelli, portiamo avanti le loro cause, promuoviamo le loro mentalità, le loro ideologie e molto spesso anche le loro superstizioni; e spesso moriamo cercando di vendicare le umiliazioni che loro hanno subito. Perché questa schiavitù? Perché non abbiamo scelta. Solo i morti possono garantirci legittimità. Lasciati a noi stessi siamo tutti bastardi. In cambio della legittimità, di cui gli umani avvertono la necessità e che agognano più di qualsiasi altra cosa, noi ci arrendiamo al loro dominio. Possiamo, con i nostri atteggiamenti moderni, ignorare o ricusare la loro antica autorità; e tuttavia, per conquistarci un margine di vera libertà – per divenire ‘assolutamente moderni’, come diceva Rimbaud – dobbiamo cominciare proprio con il riconoscere la presa che tradizionalmente ha su di noi questa autorità.”     La lunga citazione tratta dalle primissime pagine...

La storia senza fondamenti di Wallerstein e Ceruti / Illusioni e sfide del passaggio di secolo

Trent’anni fa, la caduta del Muro di Berlino si elevò quasi immediatamente al rango di evento periodizzante. Come la cesura tra la fine del mondo bipolare della “guerra fredda” e l’avvento, non senza incognite, di un nuovo ordine mondiale, come la ferita rimarginata che ricuciva finalmente il tessuto europeo. Curiosamente, il suo enorme impatto simbolico indusse subito anche illusioni, errori, che attingevano ancora inconsciamente dalle fonti cognitive e dalle logiche di pensiero del primo Novecento, le quali avevano contribuito ai drammi storici e cruenti che quel Muro aveva finito per ricapitolare e sigillare. Infatti, la scomparsa o, meglio ancora, la sconfitta di uno dei due duellanti (il comunismo sovietico) e il collasso della sua corazza politico-ideologica (il marxismo-leninismo), secondo il politologo americano Francis Fukuyama, autorizzava non solo a sperare ragionevolmente nella democrazia liberale di stampo occidentale come modello insuperabile per la migliore convivenza possibile tra esseri umani, ma a riprendere la fiducia nell’esistenza del progresso e di una “storia universale dell’umanità, coerente e direzionale”, di cui quel modello si presentava ora chiaramente...

Sentire / Assolutamente musica: Murakami incontra Ozawa

Parlare di musica, lo sappiamo, è una sfida. Specie se si tratta di musica assoluta e non di opera. Ma paradossalmente questo libro, nato come una conversazione tra lo scrittore Murakami e il direttore d’orchestra Ozawa, non ci fa caso.  Il segreto sta nella naturalezza: con grande semplicità Murakami si ritrova a parlare di musica con Ozawa, all’epoca convalescente. Gli incontri, che si succedono l’un l’altro, giovano alla salute del direttore d’orchestra e rivelano allo scrittore se stesso. Murakami scrive infatti: «Nel corso dei nostri incontri ho capito di voler rendere conto di una risonanza naturale del cuore. La risonanza del cuore di Ozawa, ovviamente, che ho ascoltato con la massima attenzione. Dopotutto, io facevo le domande e lui rispondeva. Ma spesso nelle sue parole sentivo l’eco del mio cuore» (p. 11). Nella Prefazione Murakami mette le mani avanti definendosi un dilettante. Fin dalle prime pagine, però, l’oculatezza delle scelte musicali rivela un ascoltatore sopraffino, mentre Ozawa, serenamente, si lascia interrogare su temi grandi e piccoli, arcinoti o privati, interpreti poco conosciuti o di prima grandezza. Come volevasi dimostrare, nella Postfazione Ozawa...

Soggetti nuovi e pratiche nuove / Istantanee del capitalismo contemporaneo

Marx non è mai stato attuale e forse mai lo sarà. Il suo pensiero è piuttosto attraversato da una profonda inattualità, dall’impossibilità di essere ricondotto agli schemi culturali vigenti nel suo XIX secolo. Sulle orme di Nietzsche dobbiamo però intendere l’inattualità come capacità di smascherare e problematizzare i concetti portanti che strutturano un’epoca, utilizzandoli per metterne a nudo ipocrisie e incoerenze. In breve, si tratta di rovesciare contro un’epoca ciò di cui essa va fiera. Nel caso della congiuntura storica di Marx, il grande motivo di vanto della sua epoca fu evidentemente la Rivoluzione borghese, che portò con sé l’uguaglianza politica. Marx non assume tale trasformazione come una grande conquista, piuttosto ne mostra l’illusorietà: sotto l’uguaglianza politica si cela infatti una più profonda diseguaglianza sociale. Ecco il nocciolo dell’inattualità dell’insegnamento marxiano: aver assunto come un male da sradicare ciò che fino ad allora era accolto e lodato trasversalmente. È necessario far risalire la critica di Marx al capitalismo a questa prima consapevolezza. Nel suo Karl Marx Federico Chicchi ne coglie a fondo la portata teorica, muovendo i suoi passi...

La Giornata internazionale delle persone con disabilità / La violenza della parola pura

Ricorre, nel discorso dei Disability Studies, l’omologia tra la forma dell’affermatività disabile e ciò che viene chiamato minority model, la modalità di lotta iniziata negli anni Sessanta da gruppi minoritari, donne, afroamericani, LGBTQI+, e in qualche modo è così: una rivendicazione su base identitaria vincolata a un’interpellazione parziale determinata dal genere, dall’origine etnica, da condizioni esistentive particolari. Forse però il modello andrebbe predatato di quasi due secoli, per coglierne la matrice nella nascita e nell’affermazione della comunità Deaf. Non sto dicendo che vadano predatati i Disability Studies, e ciò per una ragione semplice e insindacabile: le persone Sorde non si considerano disabili, ma minoranza linguistica.   Lennard Davis, teorico dei Disability Studies, udente ma legato alla comunità Deaf, in Enforcing Normalcy: Disability, Deafness, and the Body (1995) sostiene la tesi “in qualche modo assurda che l’Europa sia diventata sorda nel Diciottesimo secolo”. La sordità, nel tempo dell’Illuminismo, viene ad assumere una valenza simbolica centrale in ragione di un evento, la codificazione del linguaggio dei segni da parte di Charles-Michel de L’...

Giorno 3 / I puntini della storia

Il Libro della Storia è uno dei più grandi tesori della Terra di Oz. È un libro magico, posseduto e letto solo dalla regina fanciulla Ozma. Nelle sue pagine sono scritte, nel preciso istante in cui si realizzano, tutte le vicende che accadono in quel mondo e nei mondi di fuori. Ogni avvenimento è registrato accuratamente ma in modo sintetico, senza ambiguità o lacune. In esso non sono previsti errori perché il linguaggio è univoco e vero. Il Grande Libro della Storia rappresenta il mondo nella sua totalità, dove non si danno vuoti, dove ogni punto è parte di un’infinita catena dell’essere.      Chi, tra i governanti, non desidererebbe possedere un libro simile dove tutto è chiaro e niente può sfuggire al Lettore-Sovrano? È un’immagine potente, ma al tempo stesso terribile, perché solo nel mondo di Oz esiste una sovrana saggia e illuminata. Negli altri mondi, nel nostro mondo, l’esistenza di un simile libro arrecherebbe ai suoi abitanti solo ulteriori disgrazie e sciagure. Meglio la liquidità e il disordine, la molteplicità e la precarietà, a un mondo ipersolido, meglio nessun libro al Grande e Unico Libro della Storia.       Solo alla regina Ozma...

Giorno 2 / L’interprete

«Cos’è un interprete?» chiede Testadizucca nel Mago di Oz. «Qualcuno che conosca sia la mia lingua sia la tua. Quando io dico qualcosa, l’interprete ti riferisce quel che ho detto; e quando dici qualcosa tu, lui traduce per me», risponde lo Spaventapasseri.   Qualcuno che conosce le due lingue, e tuttavia aspira, traducendole, a farne-dirne una sola, a cogliere di entrambe le sfumature al punto che diventi difficile dire, Questa è la mia lingua e quella è la tua. Difficile dire, Io sono di qui, tu sei uno straniero. Al suo tavolo con carta e penna, sul palcoscenico col proprio corpo, davanti al suo spartito con il proprio strumento, l’interprete dà voce. Una voce dapprima sommessa, talora stridente, poi sempre più morbida, consapevole e convinta, tanto da poterne infine ridere di gusto. E condividerla. Come dev’essere di tutto ciò che nasce dal desiderio. «S’io m’intuassi come tu t’immii» dice Dante a Folchetto di Marsiglia (Paradiso, IX, v. 81), verso bellissimo che meglio di qualunque altra cosa esplicita il particolare desiderio sotteso al tradurre, all’interpretare: quello di lasciare entrare dentro di sé un’altra coscienza, un’altra storia, un’altra scrittura, un’altra...