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Marche / Vent’anni da No Logo

Nel dicembre del 1999, la giornalista canadese Naomi Klein ha pubblicato nel suo paese il volume No Logo: Taking Aim at the Brand Bullies. Un volume che all’inizio del 2000 è uscito negli Stati Uniti e in Inghilterra e, nell’aprile dell’anno successivo, anche in Italia, pubblicato dall’editore Baldini & Castoldi. In vent’anni, è stato tradotto in più di trenta lingue e ha venduto oltre un milione di copie. Probabilmente, ciò è accaduto perché No Logo ha posto per la prima volta all’attenzione generale il tema del ruolo sociale svolto dalle marche aziendali. Il che gli ha anche consentito di diventare una specie di “bibbia” per tutti coloro che avevano una posizione critica nei confronti del mondo delle imprese. Vent’anni fa, il contesto culturale e sociale nel quale le marche aziendali operavano era molto differente da quello odierno. C’erano, infatti, dei movimenti sociali che erano apertamente schierati contro il mondo delle marche e la crescente invasione della società da parte del modello di consumo occidentale. Tali movimenti portavano dei vistosi attacchi durante importanti eventi internazionali come il vertice del WTO tenutosi a Seattle nel novembre del 1999....

Mondi possibli / Ted Chiang, Respiro

Alcuni pensano che, come il noir lo sarebbe del romanzo politico e sociale, la fantascienza è uno degli ultimi rifugi della metafisica. O quantomeno della speculazione. “Il miglior terreno di coltura per le riflessioni eterodosse”, secondo le parole di Franco La Polla ovvero, per usarne altre di Valerio Evangelisti, letteratura che spesso si traduce in "metafora politica unita a metafora di una condizione esistenziale". Non a caso per essa, e altri generi affini (fantasy, horror, ecc.), è stata coniata la categoria di “speculative fiction”, che personalmente mi piace molto, quantomeno come definizione. Meno invece come categoria “ombrello” che racchiude praticamente tutto quanto non appartenga alla fantomatica narrativa realista o quasi, forse anche la mia carta d’identità.  Uno dei rappresentanti più significativi delle ultime generazioni è senza dubbio Ted Chiang, americano di padre cinese, classe 1967, di professione programmatore informatico, autore di una manciata di racconti scritti in 25 anni e raccolti in soli due libri, ma tutti di grande livello e risonanza e finalisti o vincitori dei più significativi premi del settore. Chiang è balzato alla notorietà anche fuori...

Inventiva e sperimentalismo / L'insulto presso i classici antichi

L’insulto, secondo la definizione fornita dal Dizionario Treccani una «grave offesa ai sentimenti e alla dignità, all’onore di una persona (per esteso, anche a istituzioni, a cose astratte), arrecata con parole ingiuriose», può essere considerato anche come un vero e proprio genere letterario, praticato fin dall’antichità. Ce lo dimostra il libretto Come insultavano gli antichi – edito, con testo a fronte, per i tipi dell’editore genovese Il Melangolo nella raffinata serie nugae –, che raccoglie un breve ma esaustivo campionario di insulti tratti dai più grandi autori dell’antichità greco-romana, a cui segue un elenco di improperi in lingua greca e latina. La curatela è di Neleo di Scepsi: ovviamente siamo di fronte a uno pseudonimo, dato che il filosofo ellenistico noto per aver ereditato la biblioteca del Peripato fu attivo nel III sec.; dietro questo nome fittizio si cela Francesco Chiossone, giovane esperto di filosofia antica e curatore appassionato di classici greci e latini.   Copertina Come insultavano gli antichi, a cura di Neleo Scepsi. Le brevi citazioni non sono ordinate secondo un criterio cronologico o tematico, ma sono raccolte...

Ritornando su Leone Ginzburg / Il cortese mestatore dello spirito

A rileggerne il denso ritratto che ne fece Norberto Bobbio, nell’introduzione ai suoi «Scritti», provvidenzialmente raccolti dalla casa editrice Einaudi una prima volta nel 1964 e ristampati nel 2000, quasi sorge un po’ di reverenziale timore. Così lo definisce il filosofo e politologo torinese, in pagine dense di affettuosi ricordi: «tra i compagni, Ginzburg godeva di particolare prestigio non solo culturale ma anche morale. La sua sicurezza era frutto non soltanto di una cultura più ampia e più solida, più agguerrita di fronte alle tentazioni della buona figura a buon mercato, ma anche di una consapevolezza del proprio compito, già pienamente conquistata nell’età dei conflitti, delle lacerazioni, dei cedimenti». Seguono poi, per parte del medesimo Bobbio, altre considerazioni. Tante per la verità, in sé assai poco proclivi al malinconico e struggente memento al quale a volte ci si abbandona ripensando agli anni della gioventù; semmai – piuttosto – molto orientate a ricostruire l’humus morale e civile in cui maturò una generazione senza padri ma che avrebbe avuto figli e nipoti, ossia quella dell’antifascismo torinese. Di quest’ultimo, peraltro, Leone Ginzburg, «fanciullo di...

Giorno 19 / Lontananza

Stare in uno stato di lontananza: il principio della meraviglia. Per Dorothy, raggiungere la Città di Smeraldo è attraversare la lontananza, portandosi dietro, di passo in passo, i desideri:  “– Ah, la strada è lunga da qui alla Città di Smeraldo, – osservò il Re. – È così lontano che nessuno di noi è mai stato là”.   La lontananza è la linea dove il meraviglioso si può affacciare, per poi subito ritrarsi nell’impossibile : luogo dell’arcobaleno, festa del visibile, ma abitata dalla minaccia della sparizione. Irraggiungibile che si veste di colore e di prossimità, per sottrarsi a ogni cammino che voglia indicarlo come meta. Linea dove l’apparire confina con il nascosto che ne è il ritmo, la luce è abitata dall’ombra che la sostiene, la presenza sprofonda nell’assenza. La lontananza è l’altrove che prende forma fluttuante, metamorfica, fuggitiva. Sta dentro di noi quell’altrove, sta come sogno di un altro tempo, di un altro luogo: immagini che ci permettono di attraversare i giorni senza essere assaliti dal gelo di quel che è già stato,  e ci permettono di camminare per le strade del mondo senza assumere l’alterigia di chi ha già raggiunto uno scopo.  La...

Intervista a Peter Handke (1979) / La caffettiera e l'estasi

BERLINO – Sto ricapitolando, lì nella hall dell’albergo: trentasette anni, sedici libri, l’«ultimo scrittore tedesco» – Peter Handke. Mi hanno detto che è un individuo spinoso, impenetrabile, invivibile… Che mangia solo in ristoranti di lusso. Che per scrivere i suoi libri scompare per mesi in reclusione. Che vive con una figlia: che è lui, la «donna mancina» del romanzo e del film. Che si masturba…  Sfoglio il suo ultimo libro, che si intitola Il peso del mondo: «Nella piena consapevolezza del fallimento, non dire più nulla…»; «Passare davanti a una finestra buia, dietro la quale un tempo viveva un amico…»; «Guardare il cielo, dove passano le nubi, e pensare: No, non mi suiciderò mai…»; «A volte la sensazione di dovermi distorcere la bocca con le mani, per non rimanere sempre lo stesso…»; «Lasciar cadere tutto: poi cadere a terra (lasciar cadere le cose che si hanno in mano, una dopo l’altra – poi tirare il fiato)…». Chiudo il libro. Aspetto. Compare contro luce, sulla porta dell’Hotel Savoy; esita, strizza gli occhi assenti verso la penombra. «Grazie, Peter», gli dico, «di essere venuto. Mi dispiace per il disturbo…». Chiude gli occhi. Piega la testa di lato. È come se...

Ogni cosa al suo posto / Oliver Sacks e le cellule dell’Aston Martin

Ho ascoltato di recente una conferenza tenuta una decina di anni fa da Oliver Sacks, intitolata Che cosa rivelano le allucinazioni alla mente. Sacks mette in guardia gli psichiatri e gli psicologi dal considerare tutti i tipi di allucinazione come fenomeni psicotici, l’idea che propone è che il cervello possa vedere anche senza il supporto degli occhi e dei recettori oculari; al di là dei fenomeni psicotici e per ragioni assai diverse. In quella conferenza, Sacks sostiene che, poiché una diagnosi psichiatrica è ancora un’etichetta spaventosa, sarebbe bene rassicurare la maggior parte delle persone che hanno allucinazioni che non sono affatto folli. Molti infatti tengono segrete queste esperienze visive per il timore di essere psichiatrizzati. In quella conferenza Sacks cita affascinanti ricerche neurologiche, risalenti agli anni Settanta, che designano cellule che riconoscono forme specifiche e dettagliate, designate a osservare, per esempio, paesaggi, oppure edifici, volti, persone, automobili. Forse persino cellule dedicate al riconoscimento delle Aston Martin.   Il rinnovato ricordo di Oliver Sacks, neurologo romantico e romanziere d’eccellenza, viene da una nuova...

Giorno 17 / Ibrido

Ibrido è oggi ciò che esiste nello sguardo di un altro, che sempre è definito-da-un-altro come categoria del non puro, dell'impuro, del mescolato, del mescidato. Non conta che esser-puro non esista, che il sangue non esista che la sua natura non sia visibile, che sia ibrida ogni forma della specie umana/non umana, le sue cellule che sono uno con più uno, i suoi mondi interni di batteri, archeobatteri. Ibrido è ciò che dissolve, dinosauro in uccello, lupo in cane, che è acquisto-e-perdita. Che si adatta. Che si tramanda. Che sopravvive, se sopravvive, perché ha nuovi sensi per nuove figure del mondo. Ibrido è figura: del più di uno, del molteplice, del non-Parmenide, quindi sempre in divenire, forma del fiume che si getta in mare, che si fonde. Ibrido avviene sempre in un tempo che è dopo, se c'è un prima in cui è diviso ciò che è riunito nel suo corpo. È la parola che è sempre un nome proprio nella lingua, a cui si riunisce come se provenisse da una lontananza per cui non esisteva parola, prima. Una lontananza che non poteva essere chiamata, se ogni parola serve per chiamare.   Ibrido è figura dell'unione. Ibrido avviene sempre come attraversamento, come ponte tra i mondi...

Osservazioni marginali di un lettore di provincia / La società signorile di massa

La società signorile di massa è un saggio appena uscito di Luca Ricolfi che sta riscuotendo un notevole e, se mi posso permettere, meritato successo. Cercherò di riassumerlo e di esprimere alcune considerazioni che mi sono venute in mente leggendolo. Non ho particolari titoli per farlo, non essendo un esperto in materia, né un sociologo né un economista né uno che si occupi abitualmente di questi o analoghi temi. Sono solo un lettore.    Se un marziano assumesse informazioni sull’Italia, scrive Ricolfi, troverebbe che queste sono generalmente di segno negativo. Un paese povero, pieno di vecchi che campano a stento con una misera pensione, di giovani esclusi dal mercato del lavoro, di immigrati che faticano per paghe da fame, di milioni di persone prive dei più elementari diritti. Poi però lo stesso marziano, se perlustrasse la penisola, la troverebbe piena di gente che non lavora o che lavora poco e che in compenso è spesso in vacanza, cena fuori, assiste in massa a eventi musicali, possiede automobili, case di proprietà, barche addirittura, eccetera. Come si spiega questa discrepanza tra la narrazione dominante a tinte fosche e il quadro della realtà tutt’altro che...

Canova/ Thorvaldsen / L’arte “sublime ed intellettuale” di Canova

Intesa Sanpaolo ospita alle Gallerie d’Italia due grandi protagonisti della scultura moderna: l’italiano Antonio Canova (1757-1822) e il danese Bertel Thorvaldsen (1770-1844). Per Giovanni Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo: «Questa mostra rappresenta un traguardo di grande significato nel percorso di valorizzazione dell’arte e della cultura italiana intrapreso dalle nostre Gallerie d’Italia. Grazie alla collaborazione con l’Ermitage di San Pietroburgo e il Museo Thorvaldsen di Copenaghen, sarà possibile ammirare, in un accostamento e dialogo del tutto inedito, alcuni tra i maggiori capolavori dell’arte di tutti i tempi».   “La luce fa quello che vuole. Aprire e chiudere le finestre non serve a nulla. Nemmeno lavorare al buio, le ho provate tutte! Lei t’imbroglia lo stesso”, pare dica Antonio Canova attraverso le superfici dei suoi marmi, che si possono ammirare nell’imponente allestimento della mostra milanese Canova/Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna (Gallerie d’Italia – Piazza Scala, fino al 15 marzo) e in quello più intimo e raccolto della mostra Canova. I volti ideali (Galleria d’Arte Moderna di Milano, fino al 15 marzo).   ...

Domani, Galleria Nuages / Storie di Gabriella Giandelli

Gabriella Giandelli non illustra, racconta. Ogni volta che appare un suo disegno sul quotidiano “La Repubblica” è come se un altro testo s’affiancasse allo scritto dell’autore, un testo composto d’immagini e non di parole e frasi. Più che una disegnatrice Gabriella Giandelli è infatti una narratrice. Le sue tavole si compongono di elementi organizzati in forma di novella secondo una propria precisa sintassi.        Si osservi, ad esempio, la prima tavola di questo libro. C’è una casa di legno, con il tetto spiovente, di colore rosso e il camino che fuma. Si trova in una radura, intorno ci sono degli alberi, un muricciolo, sullo sfondo le montagne. Sul fianco della casa si nota anche un’apertura rabberciata con delle assi; davanti c’è una sedia, una sola sedia abbandonata, e un alberello dentro un contenitore, forse una latta. Un albero in primo piano impedisce la visione di una parte dell’edificio, ne occlude una porzione. Cosa nasconde il tronco? L’ingresso alla casa? Come si farà a entrare nell’abitazione? O forse la porta è dall’altro lato dell’edificio? Non lo si può sapere. Quella che sembrava una scena idilliaca, si trasforma in qualcosa di spaesante....

Giorno 16 / Compassione

Leone Codardo e Tigre Famelica se ne stanno insieme nel mondo di Oz. E se del primo si sente il battito del cuore ogni volta che un pericolo si avvicina, l’altra è tutta un rantolo di stomaco. Tigre Famelica vive affamata: la sua coscienza la porta sulla cattiva strada, la sua coscienza non lascia che lei mangi i bambini e fa di lei una non tigre, una tigre che conosce compassione.    Noi, invece, ci siamo addestrati al dolore.  È questo, vero? Non vederlo più, non riconoscerlo: distogliere lo sguardo, confonderlo, lasciarci distrarre.  La natura, invece, l’abbiamo addestrata. La nostra: il ritmo, il tamburo del ventre, la stella, la linfa, il sangue, il ciclo del corpo e delle stagioni. Abbiamo sistemato un prima e un dopo, un passato e un futuro. Organizzato una rotta, classificato, catalogato, spiegato, ripiegato, riposto. E il coraggio? Quello lo abbiamo piuttosto ammaestrato. Si è fatto sfida e mai resa, o assenza, vuoto, buco, voragine, perdita, abbandono.   Chi ci ha rigirati così? Diceva il poeta. Lo diceva guardando al viso di animale, chissà, forse era un bufalo morente o forse quella è un’altra storia. Forse ogni storia è la stessa storia: una...

L’eredità tradita di Adorno / Cos’è tedesco?

Nella semifinale dei mondiali di Italia ’90, la Germania ha sconfitto ai rigori una sorprendente Inghilterra e Kenneth Clarke, allora ministro della sanità, ha chiesto a Margaret Thatcher “non è terribile aver perso coi tedeschi nel nostro sport nazionale?”. “Vedi Kenneth” ha risposto il Primo Ministro “loro possono averci battuto nel nostro sport nazionale, ma nel Ventesimo secolo noi siamo riusciti a batterli due volte nel loro sport nazionale”. E sempre a quell’anno risale la freddura di un altro formidabile battutista della politica, Giulio Andreotti, che incalzato sulla sua presunta avversione per i tedeschi aveva risposto “io amo la Germania. La amo a tal punto che ne preferivo due”.  Il periodo in cui sono state pronunciate queste battute – i dintorni del 1990 – non è casuale. Dopo un quarantennio di silenzio dovuto in parte anche alla ferita di quel muro che la attraversava, la Germania, come nazione, tornava a presentarsi al mondo con una orgogliosa pretesa identitaria. Per la prima volta dopo tanti anni, le strade tedesche avevano visto spuntare timidamente qualche bandiera nazionale e l’afflato patriottico dovuto all’unificazione aveva portato alla riscoperta di un...

Giorno 15 / Voce

All’inizio del ventesimo secolo, un danese immigrato negli stati uniti, Peter L. Jensen, e il suo socio americano, Edwin Pridham, stavano cercando di migliorare le prestazioni acustiche del telefono. Lo storico W. David Lewis racconta che nel 1910 un parente di Jensen visitò il loro laboratorio e lanciò un’idea. Alle partite di baseball di San Francisco, gli annunci erano proclamati con il megafono da un tizio pittoresco che si faceva chiamare Foghorn Murphy (“foghorn” è la sirena che avverte i naviganti nella nebbia). Se Jensen e Pridham avessero trovato il modo di potenziare i loro dispositivi, non ci sarebbe stato più bisogno di figure come Foghorn Murphy. I due soci collegarono al ricevitore telefonico la tromba acustica di un vecchio fonografo. Con l’aggiunta di un microfono e un trasformatore, ottennero il primo sistema di amplificazione, che a detta di Jensen produceva «un chiasso di strilli e ululati che spaccava le orecchie e incuteva terrore». Avevano inventato l’altoparlante. Ne corressero i difetti allontanando il microfono dal ricevitore. Poi posarono un cavo fino al tetto del laboratorio, dove fissarono la tromba acustica. Pridham parlò nel microfono. Jensen...

Censura / Hong Kong e letteratura

Il primo autore cinese portato in Italia da Metropoli d’Asia fu Zhu Wen. Di lui negli ambienti letterari cinesi resta oggi una traccia flebile perché Zhu Wen, un paio di decenni fa, smise di scrivere: si era stufato. Si era stufato di consegnare racconti alle riviste o alle case editrici e vederli poi pubblicati monchi, pagine su pagine espunte dal testo, righe intere letteralmente riscritte: da un editor, da un burocrate censore, da un poliziotto? Non era dato saperlo. Zhu Wen mi mise in contatto con il gruppo dei suoi vecchi amici, tutti da Nanchino, la vecchia guardia che aveva orbitato intorno alla rivista “Tamen”, fanzine non autorizzata, tirata al ciclostile, che dopo l’89 di piazza Tian an Men riuscì a continuare le pubblicazioni per tutti gli anni novanta: chiuse per esaurimento del progetto, per stanchezza. Non è per la sua storia civile che pubblicai Zhu Wen, ma solo perché mi erano piaciuti i suoi racconti nella traduzione inglese di Penguin. Riusciva, a mio parere, a offrire uno spaccato della brutalità e del nonsense dei rapporti tra le persone nella Cina di quegli anni, forse proprio per la libertà che si concedeva nella scrittura. Non fu censurato a causa di un...

Comunismi e fascismi / Comparazioni indebite

Un voto incauto al Parlamento europeo di Strasburgo ha fatto tornare la vecchia moda dei confronti fra comunismo e fascismo: la galleria degli orrori del secolo passato. Che si tratti di un parallelo ambiguo, per non dir di peggio, risulta palese da qualche giornale di destra: “E adesso, togliete dalle strade anche i nomi dei comunisti”. Però, più passa il tempo, più scade la memoria e meno si legge la Storia, più il paragone sembra farsi impellente. Non voglio entrare nella gara del numero delle vittime e altro ancora. Non voglio difendere il comunismo che, nella sua storia ormai conclusa, ne ha fatte di tutti i colori. La rivoluzione più sanguinosa della storia è stata forse quella più egualitaria: il cristianesimo. Ma bisognerebbe far parecchi conti fra il “Sinite parvulos venire ad me” e Torquemada, quello dell’Inquisizione. E allora sarà il caso di utilizzare nuovi termini e nuovi approcci. Forse non sempre nuovi, ma fuori dai fogli comunque sì. Innanzitutto sconsiglio di parlare di un solo comunismo e di un solo fascismo: fra i comunismi, nel tempo e nello spazio, si va dalla Comune di Parigi al regime cubano e, oso dire, al collettivismo apparentemente mite dei kibbutz. Si...

L'unica intelligenza è la generosità / Canto dei semplici

Cominciamo dalla morte il nostro canto, in un minuto puoi pensare a cento morti, in una mente puoi tenerne tanti, puoi farli vivi almeno fino a quando  resti vivo e questa forse è la poesia e se gli diamo un altro nome poco importa, conta che il morto torna vivo, conta che se vado a trovare un morente gli stringo la mano, non penso alla pasta delle sillabe, nessuna agonia somiglia a un sonetto, oggi la forma  è la carne, il vestito vero è la nudità, l’istinto, e non si dà per caso, pure questo bisogna costruirlo. Lo sguardo è più importante  della poesia, mi fanno pena i letterati che non vedono niente, che giocano a imitare altri ciechi in un tempo in cui non vedere forse era una resistenza, ma ora lo sguardo è tutto, abbiamo solo lo sguardo e il mondo e le gambe per camminarci dentro: il poeta da salottino è una macchia d’unto, una reliquia di un tempo in cui essere difficili serviva a sembrare intelligenti. Oggi l’unica intelligenza è la generosità, e il bene viene dagli abbracci non dalle querele. Non è buonismo, è rivoluzione avere la lingua sulla stessa linea del cuore, e si sente chiaro il canto su certe bocche tra certe gambe, non si sente nel cinguettio...

Sul confine / A moving border

C’è una materialità del confine, del supporto su cui si iscrive, come delle modalità legate alla sua definizione, alla sua demarcazione e alla sua manutenzione, che passa spesso inosservata, incantati come siamo dalla sua immagine cartografica che lo riduce a una linea su una mappa. Ci diciamo che non è cosi, che questa astrazione grafica è puramente convenzionale, ma poi la carichiamo ripetutamente di significati, valori e attese nel tentativo di mascherarne la fragilità propria a tutte le cose umane. Certo, un confine dura, ha un suo tempo, ed è anche duro, oppone resistenza ed è resistente, mostra una certa ostinazione. Ma cosa accade quando quello stesso confine invece cede, si scioglie, cambia tracciato, non come conseguenza di un conflitto, quanto piuttosto a seguito del variare del clima della Terra? E cosa implica questo spostamento sul piano del significato e della stabilità delle rappresentazioni che ci facciamo del mondo? In altre parole, come si articola oggi, anche in termini visuali, il rapporto tra geografia e politica?   Questi sono alcuni dei temi che incontriamo in A moving border. Alpine Cartographies of Climate Change, bel volume curato da Marco Ferrari,...

INDICATIVO PRESENTE 2 / 3. La classe-incubatrice

Una classe, in un nuovo ciclo scolastico, nasce durante una riunione affondata nel caldo appiccicoso e torpido. La scuola è vuota, i ragazzi sono in vacanza. Gli esami sono finiti. Alcuni professori si riuniscono, e cominciano a esaminare dati: da quale scuola vengono? Che competenze hanno maturato? Sono maschi o femmine? Di origine italiana o di origine non italiana? Quanti sono diversamente abili? Una classe, cioè, non è un caso. C’è una chimica, e ci sono degli alchimisti. Negli alambicchi i docenti della commissione Formazione Classi versano sostanze chimiche di colori diversi, e quando è fatta è fatta. “Quella classe è tremenda”, si dice a inizio anno. Oppure “è una buona classe, ci si può lavorare bene”. La classe è un incubatore di storie: un assemblaggio artificiale di giovani umani, un esperimento per vedere se qualcosa di nuovo e di buono si potrà sviluppare, se gli elementi comporranno un sistema cellulare complesso e interessante, o se cozzeranno fra loro in varie esplosioni, o se qualche agglomerato di cellule fagociterà un agglomerato più piccolo e debole. Una classe è una incubatrice di cuccioli: «incubatrix» è chi sta sopra le uova, stando attento a non romperle,...

Everybody’s doin’ it, di Dale Cockrell / Ballando con gli orsi

Follow the money – segui il denaro – suggeriva l’informatore di Carl Bernstein e Bob Woodward nel film Tutti gli uomini del presidente. Fu proprio la pista dei soldi a condurre i due giornalisti del Washington Post sulla giusta strada nella vicenda Watergate. Per far luce sulla musica popolare americana, che a sua volta non può essere decifrata altrimenti che attraverso il suo complesso intrico di tracce, un valido suggerimento potrebbe essere questo: follow the fun – segui il divertimento. È la tesi che abbraccia Everybody’s doin’ it. Sex, Music and Dance in New York 1840-1917 (lo fanno tutti: sesso, musica e ballo a New York fra il 1840 e il 1917), il nuovo libro di Dale Cockrell pubblicato da W. W. Norton & Company. Cockrell è professore emerito di musicologia alla Vanderbilt University e ricercatore associato presso la University of Free State in Sud Africa. Più di vent’anni fa aveva pubblicato Demons of Disorder: Early Blackface Minstrels and Their World (Cambridge University Press, 1997), un libro che indagava le condizioni che avevano reso possibile la nascita del minstrel show negli Stati Uniti, e cioè di quella forma di spettacolo basato su gag comiche, balli e musica...

I pericoli dell'ignoranza

Molti autori hanno fatto ricorso all’etichetta “società dell’informazione” per definire il mondo in cui viviamo. Forse, però, non è questo il tratto più caratterizzante di tale mondo, anche se è vero che siamo sommersi in misura crescente da notizie e messaggi di ogni genere. Ed è anche vero che, paradossalmente, tutto ciò, anziché dare vita a delle persone preparate e sicure di sé, sta creando delle persone che sono disinformate e disorientate. La questione dell’ignoranza costituisce però un problema sociale che ha una lunga storia alle spalle e può essere considerato “di sistema”, in quanto è causato da una molteplicità di fattori. Nessuna meraviglia allora che sia stata affrontata da parte di numerosi studiosi. Si aggiunge adesso Gianni Canova con il volume Ignorantocrazia. Perché in Italia non esiste la democrazia culturale, uscito presso l’editore Bompiani nella collana Agone diretta dallo scrittore Antonio Scurati. Canova è attualmente Rettore dell’Università IULM di Milano ed è uno studioso da sempre attento ai molteplici aspetti del linguaggio cinematografico. Anche in questo libro parla molto di cinema, ma si occupa soprattutto di un tema prettamente sociologico come l’...

Giorno 13 / Le Antenate viventi

Spesso vado solitaria per boschi e la potenza arcaica che respiro, la suggestione sempre più forte  che mi viene dalle piante, mi innamora e mi convince di questa origine comune, di questo essere  tenuta in vita da loro, dalla loro grazia respirante e fruttificante e rifiorente e accogliente. I grandi antichi alberi, le vegetali intelligenze: ecco le antenate viventi.  Da quelle proveniamo, da quelle siamo tenuti nella vita. Albere, le vorrei chiamare, prendendo da Pavese, con devozione e senza timore.   L’animale estatico    C’era un animale a ripararsi dalla pioggia sotto un grande abete – … questo solo animale circolava estatico oggi nel bosco. A differenza di tutti gli innumerevoli altri nascosti   lui – ma una femmina era – lei allora oggi stava fra altri molto  spaventati da lei – aggirandosi quieta   portava una preghiera  a tutte le piante: “Sovrane intelligenti innamorate   custodi eccellenti donatrici di fiato tutto il mio fiato da quando è cominciato si è sprigionato   da voi alte frondose giganti creature alberate”. E oggi dunque l’animale estatico era proprio venuto   nel bosco a portare il suo grazie un...

Massimiliano Civica rilegge la tragedia greca / Antigone e il corpo del fascismo

Nel 1977, in Germania, un volo della Lufthansa viene dirottato da alcuni militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Nei giorni successivi, tre membri detenuti della RAF (gruppo terroristico di estrema sinistra, legato al Fronte) si suicidano nelle loro celle. Nel clima politicamente incandescente, nessun cimitero tedesco accetta di accogliere i tre cadaveri: per giorni i corpi dei terroristi rimangono senza sepoltura.  L’anno successivo a questi avvenimenti, un gruppo di autori tedeschi – tra loro anche Fassbinder – dà vita a un film collettivo (Germania in Autunno, 1978). Nell’episodio Antigone rinviata, scritto da Heinrich Böll e diretto da Volker Schlöndorff, si mette in scena una discussione fittizia in un emittente nazionale; qualcuno propone di trasmettere una riduzione per lo schermo dell’Antigone di Sofocle, ma si decide poi di non correre il rischio di infiammare o influenzare l’opinione pubblica. La tragedia greca non andrà in onda: la parola di una delle più celebri eroine tragiche viene ritenuta troppo pericolosa per il contesto politico nazionale.    Il diritto alla sepoltura appartiene all’essere umano? È un diritto inalienabile...